Articoli con tag: vita

Quelli che sanno …

Ci sono quelli che sanno di avere un camice bianco,
nonostante la coscienza,
falsi e moderni Ippocrate
cresciuti senza speranza
e che non giurano più per la vita …
sembra che dicano qualcosa
ma è solo l’ululare del branco,
un famelico aborto di parole,
come quello che praticano da sempre
anche se c’è un battito da salvare,
e hanno già chi li condanna …

Ci sono quelli che sanno di strisciare come i serpenti
sulla sacertà di un suolo maledetto,
anime di burattini,
pezzi di ripugnanza,
che si decompongono alla luce del sole …
come vampiri assetati di egoismo
di sesso
che abusano della parola amore
o la gettano in un cassonetto
e scandalizzano donne e bambini … Continua a leggere

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La Via, la Verità, la Vita

«Egli si indignò, e non voleva entrare» (Luca 15,28).

IMG-20130824-WA0049Certo che ‘sto Papa è scandaloso! Come quell’altro che portava le scarpette rosse, o come quell’altro ancora fotografato in costume da bagno nella piscina di Castelgandolfo, o come quell’altro ancora, ve lo ricordate? Massì quello che andava a casa dei pagani e divideva con loro cibo impuro, tanto che poi gli fu rinfacciato da quelli della stessa “comunità” di cui era a capo: «sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!» (Atti 11,3).

Ecco: dopo duemila anni di storia della Chiesa, quando ormai avremmo dovuto ben imparare a comportarci col Vicario di Cristo, siamo invece ancora allo stesso punto. Ma tant’é: questo è l’uomo. Quello che, pur redento, salvato e rimasto nella casa del Padre, rimane ferito da un peccato originale che sempre tenta di renderlo diviso in sé stesso, in antitesi a quell’opera di unità cui chiama lo Spirito ricevuto nel Battesimo e senza il quale, si sa: «nulla è nell’uomo, nulla è senza colpa».

E così, agli albori di questo nuovo pontificato, siamo tutti ancora qui a cascare nell’antico tranello del divisore e gridando allo scandalo de: “il Papa ha detto, il Papa ha fatto”. Continua a leggere

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Con quale autorità?

Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. “Onora tuo padre e tua madre”, è questo il primo comandamento associato ad una promessa: “perché tu sia felice e goda di una lunga vita sopra la terra”.   (Ef. 6,1-3)

617032_erziehen-kein-kinderspielStiamo navigando senza bussola in mare aperto. Abbiamo disimparato l’arte di educare, le norme comuni sono andate perdute e si è diffusa la convinzione che la scuola penserà a tutto, che i bambini cresceranno comunque, in un modo o nell’altro. Oggigiorno i giovani non vengono più allevati, ma si limitano a crescere. Sono circondati da educatori impersonali e onnipresenti, come la televisione o le lusinghe della moderna società dei consumi. Continua a leggere

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Beata Teresa di Calcutta – vita

Beata Teresa di Calcutta – Fondatrice della Congregazione “Missionarie della Carità”
34710780 (1)Teresa di Calcutta, al secolo Agnes Gonxha Bojaxhiu, nacque il 26 agosto 1910 a Skopje in una benestante famiglia di genitori albanesi, di religione cattolica. All’età di otto anni perse il padre e la sua famiglia soffrì di gravi difficoltà finanziarie. A partire dall’età di quattordici anni partecipò a gruppi di carità organizzati dalla sua parrocchia e nel 1928, a diciotto anni, decise di prendere i voti entrando come aspirante nelle Suore della Carità.

Inviata nel 1929 in Irlanda a svolgere la prima parte del suo noviziato, nel 1931, dopo aver preso i voti e assunto il nome di Maria Teresa, ispirandosi a Santa Teresa di Lisieux, partì per l’India per completare i suoi studi. Diventò insegnante presso il collegio cattolico di St. Mary’s High School di Entally, sobborgo di Calcutta, frequentato soprattutto dalle figlie dei coloni inglesi. Negli anni che trascorse alla St. Mary si distinse per le sue innate capacità organizzative, tanto che nel 1944 fu nominata direttrice. L’incontro con la povertà drammatica della periferia di Calcutta spinge la giovane Teresa ad una profonda riflessione interiore: ebbe, come scrisse nei suoi appunti, “una chiamata nella chiamata”. Continua a leggere

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L’adorazione – il valore della vita

Se tu vuoi sapere qual è il valore della tua vita, vedi quale peso ha in essa l’adorazioneernakulam_1

Nella preghiera tu sei soprattutto attirato dal moto d’amore di Dio che viene a salvarti in Gesù Cristo. In questo modo tu rischi di metterti al centro e di rinchiuderti in una specie di utilitarismo spirituale. Spezza questo cerchio per osare, in un gesto gratuito di adorazione, il movimento ascendente contrario. Tu sei fatto per adorare Dio e la tua vita troverà il suo vero centro di gravità quando ti prosternerai nella polvere davanti al Dio tre volte santo della visione d’Isaia (c. 6).
I cristiani parlano ancora molto di Dio: fanno anche molte cose per lui, ma vanno perdendo il senso dell’adorazione; e per questo rischiano l’ateismo. Un Dio che non si adora non è il vero Dio. Tu devi riconoscere che Dio solo è Dio e che l’adorazione è il tuo primo dovere. Questo atto non è che un anticipo, un pregustare quello che farai eternamente nel cuore della santissima Trinità.
Adorare non è per te solo un dovere che deriva dalla tua condizione di creatura: esso è la forma più elevata della tua vita di uomo. Adorando Dio, tu proclami la sua santità, ma al tempo stesso affermi la tua grandezza di uomo libero davanti a lui: «Il valore di una vita, dice padre Monchanin, è dato dal posto che vi ha l’adorazione». Quando vuoi Dio per Dio, adorandolo, allora trovi la tua libertà di uomo.  Continua a leggere
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Credo nello Spirito Santo!

La persona dello Spirito Santo 

1. Lo Spirito Santo è una persona divina realmente distinta dal Padre e dal Figlio: è questo il punto di partenza, se così possiamo dire, della fede della Chiesa nello Spirito Santo. Quando essa parla dello Spirito Santo, parla non di qualcosa di divino, ma parla di Qualcuno che è Dio come è Dio il Padre ed il Figlio che ha assunto la nostra natura umana.
Questo carattere personale dello Spirito Santo risulta chiaramente e costantemente dal modo con cui la S. Scrittura, nel Nuovo Testamento, parla della sua Presenza (della sua dimora in noi o in-abitazione). Risulta pure dal fatto che allo Spirito Santo sono attribuite azioni consapevoli e libere che Egli compie nella persona in cui dimora: anzi – come vedremo meglio in seguito – tutti i doni divini presenti in e fra noi sono a Lui attribuiti (cfr. per es. 1 Cor. 12,11-14).
E’ stato detto che gli Atti degli Apostoli sono il Vangelo dello Spirito Santo, come i quattro sono il Vangelo del Figlio incarnato. Ed infatti, nel libro di Luca è lo Spirito Santo che parla ed agisce, conduce la Chiesa (cfr. 5,3 e 9; 8,9). Come non ricordare in questo contesto il famoso inizio del decreto del Concilio di Gerusalemme: “è parso bene allo Spirito Santo e a noi”? L’equiparazione “noi” – “lo Spirito Santo” indica chiaramente che Egli è una Persona. E’ impressionante al riguardo At 16,6-8.

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Ma è soprattutto il Vangelo secondo Giovanni che ci rivela la divina persona dello Spirito Santo. E’ di fondamentale importanza notare il modo con cui compie questa Rivelazione: la personalità distinta dello Spirito Santo è affermata mediante ed all’interno di un’intenzionale analogia colla persona del Figlio. Cioè: le relazioni Spirito Santo-Figlio sono simmetriche alle relazioni Figlio-Padre; e sia le une che le altre si manifestano nelle rispettive missioni del Figlio e dello Spirito.  Continua a leggere

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Il prodigio della vita!

Come sono grandi le tue opere Signore, quanto profondi i tuoi pensieri. (Sal. 91)

65371-preview-pressemitteilung-prosieben-television-gmbh-das-wunder-des-lebens-bei-galileoL’uomo può fare molte cose, manipolando con la tecnica la realtà fisica che lo circonda, ma non sarà mai in grado di produrre l’essere dal nulla. Tutto ciò che esiste, dal granello di sabbia alle vette dei monti, dal filo d’erba al bimbo che nasce, riceve da Dio l’essere in ogni momento della sua esistenza. Ma l’Altissimo assegna anche alle cose create un fine da conseguire, e verso questo fine le guida e le dirige. Questo scopo è Dio stesso, il primo principio che da nulla dipende, da cui tutto deriva, a cui tutto ritorna: “alfa e omega, primo e ultimo, principio e fine.” (Ap. 22,13) Continua a leggere

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Festa della Sacra Famiglia

SANTA FAMIGLIA – Card. Giacomo Biffi

1344_geburt_christiNella famiglia umana come è stata pensata da Dio, lo sposo è totalmente diverso dalla sposa ed essere genitori è totalmente diverso dall’essere figli; ma sposo e sposa, genitori e figli devono essere un’unica cosa nell’unità della casa. Ciascuno ha un volto, un cuore, un’anima sua; e dall’unità dei volti, dei cuori, delle anime nasce e sussiste il miracolo della famiglia.”Dio, nella Trinità, vive così: nella diversità delle persone e nell’assoluta unità dell’essere, della potenza, dell’azione. E alla divina realtà si ispira il disegno che Dio ha pensato per noi. Ma noi siamo sempre tentati di sovrapporre al disegno del grande Artista i nostri scarabocchi, che spesso sono rovesciamenti integrali della prospettiva originaria. Invece di avvalorare i pregi della singolarità personale ci proponiamo il livellamento; invece di mirare a fonderci nell’unità, esasperiamo l’individualismo. L’uomo, si dice, è uguale alla donna: devono avere le stesse funzioni, gli stessi compiti, lo stesso tipo di vita, in modo da essere interscambiabili. I padri e i figli devono essere messi sullo stesso piano: tutti devono giudicare, decidere, comportarsi esattamente nello stesso modo. In questa maniera il progetto divino è capovolto, e la famiglia, uscita dai binari che sono stati predisposti per lei, procede nella storia tra crescenti disagi. Continua a leggere

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Sant’Ambrogio: Vescovo e Dottore della Chiesa

Ambrosius (1)Il santo Vescovo Ambrogio – del quale vi parlerò quest’oggi – morì a Milano nella notte fra il 3 e il 4 aprile del 397. Era l’alba del Sabato santo. Il giorno prima, verso le cinque del pomeriggio, si era messo a pregare, disteso sul letto, con le braccia aperte in forma di croce. Partecipava così, nel solenne Triduo pasquale, alla morte e alla risurrezione del Signore. «Noi vedevamo muoversi le sue labbra», attesta Paolino, il diacono fedele che su invito di Agostino ne scrisse la Vita, «ma non udivamo la sua voce». A un tratto, la situazione parve precipitare. Onorato, Vescovo di Vercelli, che si trovava ad assistere Ambrogio e dormiva al piano superiore, venne svegliato da una voce che gli ripeteva: «Alzati, presto! Ambrogio sta per morire…». Onorato scese in fretta – prosegue Paolino – «e porse al Santo il Corpo del Signore. Appena lo prese e deglutì, Ambrogio rese lo spirito, portando con sé il buon viatico. Così la sua anima, rifocillata dalla virtù di quel cibo, gode ora della compagnia degli angeli» (Vita 47)In quel Venerdì santo del 397 le braccia spalancate di Ambrogio morente esprimevano la sua mistica partecipazione alla morte e alla risurrezione del Signore. Era questa la sua ultima catechesi: nel silenzio delle parole, egli parlava ancora con la testimonianza della vita. Continua a leggere

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Ma come ci si pone il problema di Dio? (II)

Anno della Fede!

Il punto imprescindibile da cui partire consiste nell’abbandonare i miti della modernità e del progresso secondo cui tutto dipende da me, e io sarei il padrone assoluto della mia vita. Io non ho deciso di nascere e questo azzera ogni discussione: mi sono ritrovato a vivere (ccc,34). Noi siamo messi con la nostra intelligenza davanti all’universo  alla vita, a noi stessi: per vivere non possiamo fare a meno di provare a comprendere, e chiediamo alla realtà che cosa essa è.“Perché esiste qualcosa e non il nulla?” (A. Einstein) E’ Dio stesso che ci chiede di capire, quando, come il primo comandamento insegna, ci spinge ad amarlo con tutta la nostra mente e con tutto il nostro cuore(ccc,35). Non ci sono alibi in questo campo, ognuno è chiamato a dare il meglio di se stesso. La scienza in fondo, come la filosofia, sono un tentativo, seppur parziale, di dare risposte a questa domanda.

La Scienza. Dio non è conoscibile scientificamente perché le leggi ricavate dai fenomeni, non possono oltrepassare il mondo dei fenomeni stessi. Per fare questo la scienza non ha né principi, né metodo; non conosce che fatti e concatenazione di eventi. Ma le cause prime non la riguardano in alcun modo, proprio perché queste (le cause prime) sono anteriori all’oggetto dei suoi studi. Sarebbe come voler spiegare il mondo, servendosi del mondo stesso. Si può dire che tutte le spiegazioni che la scienza elabora rappresentano altrettante domande. Solo al di là di queste si può trovare la spiegazione soddisfacente, il cui nome è Dio (ccc,48). Quanto all’interpretazione e all’orientamento della vita umana la scienza è, per sua natura, radicalmente impotente. Che cosa offre infatti di efficace contro il dolore e la miseria morale, i limiti dell’esistenza e la morte?

E la Filosofia? Per essa Dio è al tempo stesso conoscibile ed inconoscibile. Vale a dire che si può dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio, perché la ragione oltrepassa i fenomeni e procede dagli effetti alle cause, e di causa in causa, la ragione può tendere ad una causa suprema. Ma il carattere stesso di questo tipo di causa, perché sia in grado di svolgere il ruolo che le si attribuisce, è di essere infinita e di conseguenza inaccessibile in se stessa. In effetti Dio è, per noi quaggiù, inconoscibile in se stesso. Nessun concetto è abbastanza ampio, Lui solo può definirsi. Lui solo può dire se stesso mediante una parola vivente, che è il suo Verbo. Credere in Dio è l’ultimo traguardo della filosofia e il primo passo della Fede. In filosofia è tutta la conoscenza umana che giunge a chiarire debolmente la nozione di Dio. Dal momento dunque che Dio si è rivelato nel mondo, si può trovare traccia di lui, sia nella natura che nella rivelazione (ccc,49).

“Il materialismo è una dottrina filosofica che alle meraviglie visibili attribuisce delle spiegazioni risibili, e alle meraviglie invisibili, quelle dell’anima, delle spiegazioni inesistenti, che non concernono in alcun modo l’ordine dei fatti che essa vuole spiegare. Tutto quaggiù è forma, numero, armonia e ritmo, danza e musica; nulla è materia inerte e cieca. (A. Sertillanges)

(ccc: catechismo della Chiesa Cattolica)

A cura di Palmiro CLERICI

Prima Minicat: Qualche ragione per credere

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Qualche ragione per credere

Un ANNO della FEDE: qualche ragione per credere (I)

Non siamo fatti per il vuoto. La nostra natura più profonda si ribella alla mancanza di senso, anzi alla non corrispondenza tra il senso per il quale siamo stati creati (ccc,1), e quelli artificiali che di volta in volta cerchiamo di darci.

La disperazione esistenziale, oggi così diffusa anche tra i giovani, è legata al fatto che non sappiamo cosa farcene della vita e della libertà,  avendo rinunciato all’unico senso che questa può avere.

Il bisogno di infinito, che si riflette nella nostra incessante ricerca di felicità e bellezza, appartiene a tutti – fingono coloro che dichiarano di non averne necessità. Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l’uomo e soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa (ccc,27).

La rivelazione giudeo-cristiana ha portato nuove risposte alle domande di sempre, ma ha posto anche nuove domande alla ragione umana, costringendola a prendere atto che la realtà è principalmente una questione d’amore, che il motore stesso della conoscenza umana è una questione d’amore. L’incontro fecondo tra fede e ragione permette, quindi, di inoltrarsi nel mistero della realtà creata (ccc,50).

Ma perché dovremmo realmente interrogarci sull’esistenza di Dio? 

Rifletti su questo: se Dio esiste Egli è tutto e tutto esiste per mezzo di Lui, se Dio esiste gli devi tutto, se Dio esiste devi aspettarti tutto da Lui (ccc,34). E dopo trai le tue conclusioni.

Si può dunque affermare senza timore di cadere nel panteismo (corrispondenza assoluta tra Dio e il mondo) , che tutte le cose sono in Dio e che Dio crea e mantiene in vita tutte le cose create (ccc,279). Ciò serve, inoltre, a spiegare perché nella stessa misura in cui retrocede la fede, diminuisce nel mondo la conoscenza della verità e perché le società che dimenticano Dio, vedono presto il loro orizzonte coprirsi di tenebre; come la storia umana efficacemente  insegna. Per questo la religione è stata considerata da tutti gli uomini e in ogni tempo la base indistruttibile delle società umane (ccc,28). Secondo Platone: “chi estirpa la religione, mina alle fondamenta ogni società umana.”

La fede e la ragione sono come due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. E’ Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso. (Giovanni Paolo II – Fides et Ratio)

A cura di Palmiro CLERICI

ccc = catechismo della Chiesa Cattolica

Segue II

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In difesa della vita

Oggi è il 28 settembre, venerdì. Domani inizia il week-end di meritato riposo; qui al nord l’autunno si avvicina; Milano è più grigia che mai; e la cervicale non mi dà tregua. Tutto normale, tutto tace. Invece in più di 30 Paesi del mondo oggi, sì proprio oggi si celebra la «Giornata Globale dell’Aborto» per chiedere che ovunque e per tutti sia più facile accedere alle pratiche di soppressione della vita umana ancora nel grembo della madre. Un collega l’ha giustamente ribattezzata  «Giornata dell’Orgoglio Abortista». Con alcuni amici, e con il supporto logistico indispensabile di Samuele Maniscalco, responsabile della campagna Voglio Vivere  ci siamo sentiti degl’indigandos veri e abbiamo deciso di protestare. Continua a leggere

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Benedetto XVI, l’uomo che non si tira indietro

In Libano, la sola presenza del Papa ha avuto un forte impatto psicologico. Proviamo ad esaminare questo coraggio fisico, intellettuale e spirituale.

All’indomani della visita di Benedetto XVI a Beirut, in Libano, dove mi trovavo per La Vie, ricorreva una frase, come un Leitmotiv, sulla bocca di coloro ai quali avevo chiesto un bilancio, dal diplomatico ai vertici della Chiesa, passando per la madre di famiglia venuta ad assistere alla messa papale sotto un sole cocente: “Lui è venuto, senza paura e senza tirarsi indietro.”

 Fino alla vigilia del viaggio persistevano i timori sulla sua fattibilità. La determinazione di Benedetto XVI era nota, ma la questione cruciale era quella della sicurezza. Con la guerra civile in Siria e le sue ripercussioni sul Libano, alcuni non vi hanno veramente creduto che nel vederlo apparire sulla passerella dell’aereo.

L’impatto psicologico di questo viaggio, in un contesto di così grande tensione, è immenso. Il fatto che il Papa sia venuto in carne e ossa è una fonte di speranza difficile da immaginare in Francia. Laggiù è stato vissuto come un evento nazionale, una vera festa in questo paese dove la gente di solito vive in apnea, temendo una ripresa dei conflitti tra diverse comunità. Ma il benessere psicologico si era esteso anche ai poveri che erano tra i primi ad affluire. Penso ad Editha, una cattolica filippina di Mindanao incontrata a Messa. “Faccio la governante dai libanesi. Sono qui per sostenere la mia famiglia, da sei anni non vedo i miei quattro figli. Il mio figlio più giovane aveva un anno quando sono partita. La partecipazione alla Messa del Papa è stata un balsamo per il mio cuore “.

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Santa Chiara d’Assisi

Cari fratelli e sorelle,

una delle Sante più amate è senz’altro santa Chiara d’Assisi, vissuta nel XIII secolo, contemporanea di san Francesco. La sua testimonianza ci mostra quanto la Chiesa tutta sia debitrice a donne coraggiose e ricche di fede come lei, capaci di dare un decisivo impulso per il rinnovamento della Chiesa.

Chi era dunque Chiara d’Assisi?

Per rispondere a questa domanda possediamo fonti sicure: non solo le antiche biografie, come quella di Tommaso da Celano, ma anche gli Atti del processo di canonizzazione promosso dal Papa solo pochi mesi dopo la morte di Chiara e che contiene le testimonianze di coloro che vissero accanto a lei per molto tempo.

Nata nel 1193, Chiara apparteneva ad una famiglia aristocratica e ricca. Rinunciò a nobiltà e a ricchezza per vivere umile e povera, adottando la forma di vita che Francesco d’Assisi proponeva. Anche se i suoi parenti, come accadeva allora, stavano progettando un matrimonio con qualche personaggio di rilievo, Chiara, a 18 anni, con un gesto audace ispirato dal profondo desiderio di seguire Cristo e dall’ammirazione per Francesco, lasciò la casa paterna e, in compagnia di una sua amica, Bona di Guelfuccio, raggiunse segretamente i frati minori presso la piccola chiesa della Porziuncola. Era la sera della Domenica delle Palme del 1211. Nella commozione generale, fu compiuto un gesto altamente simbolico: mentre i suoi compagni tenevano in mano torce accese, Francesco le tagliò i capelli e Chiara indossò un rozzo abito penitenziale. Da quel momento era diventata la vergine sposa di Cristo, umile e povero, e a Lui totalmente si consacrava. Come Chiara e le sue compagne, innumerevoli donne nel corso della storia sono state affascinate dall’amore per Cristo che, nella bellezza della sua Divina Persona, riempie il loro cuore. E la Chiesa tutta, per mezzo della mistica vocazione nuziale delle vergini consacrate, appare ciò che sarà per sempre: la Sposa bella e pura di Cristo. Continua a leggere

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Santa Gianna Beretta Molla – Sposa, madre, medico professionista esemplare

Gianna Beretta, nasce a Magenta (diocesi e provincia di Milano), da genitori, Alberto e Maria De Micheli, profondamente cristiani, entrambi Terziari francescani, il 4 ottobre 1922, festa di S. Francesco d’Assisi; l’11 ottobre, nella Basilica di S. Martino, riceve il Battesimo con il nome di Giovanna Francesca.
Era la decima di tredici figli, cinque dei quali morirono in tenera età e tre si consacrarono a Dio: Enrico, medico missionario cappuccino a Grajaù, in Brasile, col nome di padre Alberto; Giuseppe, sacerdote ingegnere nella diocesi di Bergamo; Virginia, medico religiosa canossiana missionaria in India.

Già dalla fanciullezza accoglie con piena adesione il dono della fede e l’educazione limpidamente cristiana, che riceve dagli ottimi genitori e che la portano a considerare la vita come un dono meraviglioso di Dio, ad avere fiducia nella Provvidenza, ad essere certa della necessità e dell’efficacia della preghiera.
La Prima Comunione, all’età di cinque anni e mezzo, il 4 aprile 1928, segna in Gianna un momento importante, dando inizio ad un’assidua frequenza all’Eucaristia, che diviene sostegno e luce della sua fanciullezza, adolescenza e giovinezza.

Il 9 giugno 1930 riceve la S. Cresima nel Duomo di Bergamo. In quegli anni non mancano difficoltà e sofferenze: cambiamento di scuole, salute cagionevole, trasferimenti della famiglia. Tutto questo però non produce traumi o squilibri in Gianna, data la ricchezza e profondità della sua vita spirituale, anzi ne affina la sensibilità e ne potenzia la virtù.

Nel gennaio 1937 morì la sua carissima sorella Amalia, all’età di 26 anni, e la famiglia si trasferì a Genova Quinto al Mare, città che era anche sede universitaria e favoriva, così, lo stare tutti insieme, come era sempre stato desiderio di papà Alberto. Qui Gianna si iscrisse alla 5ª ginnasio presso l’Istituto delle Suore Dorotee. Finita la quinta ginnasiale, i genitori di Gianna credettero bene farle sospendere le scuole per un anno affinché rinforzasse la sua delicata costituzione. Nell’ottobre 1939 riprese gli studi, frequentando il liceo classico nell’Istituto delle Suore Dorotee di Lido d’Albaro.

I bombardamenti su Genova provarono molto mamma Maria, già debole di cuore, e così la famiglia, nell’ottobre 1941, ritornò a Bergamo, nella casa dei nonni materni a San Vigilio.
Fu qui che Gianna, proprio nell’anno della maturità classica, perse entrambi i genitori, a poco più di quattro mesi di distanza l’una dall’altro, prima la mamma, il 29 aprile 1942, all’età di 55 anni, e poi il papà, il 10 settembre, all’età di 60 anni.

Negli anni del liceo e dell’università Gianna è una giovane dolce, volitiva, e riservata, e mentre si dedica con diligenza agli studi, traduce la sua fede in un impegno generoso di apostolato tra le giovani di Azione Cattolica e di carità verso gli anziani e i bisognosi nelle “Conferenze delle Dame di S. Vincenzo”, sapendo che « a Dio piace chi dona con entusiasmo » (2 Cor. 9,7). Laureata in Medicina e Chirurgia nel 1949 all’Università di Pavia, apre nel 1950 un ambulatorio medico a Mesero (un comune del Magentino); si specializza in Pediatria nell’Università di Milano nel 1952 e predilige, tra i suoi assistiti, mamme, bambini, anziani e poveri.

Mentre compie la sua opera di medico, che sente e pratica come una “missione”, accresce il suo impegno generoso nell’Azione Cattolica, prodigandosi per le “giovanissime” e, al tempo stesso, esprime con gli sci e l’alpinismo la sua grande gioia di vivere e di godersi l’incanto del creato. Si interroga, pregando e facendo pregare, sulla sua vocazione che considera anch’essa un dono di Dio. Scelta la vocazione al matrimonio, l’abbraccia con tutto l’entusiasmo e s’impegna a donarsi totalmente “per formare una famiglia veramente cristiana”.

Si fidanza con l’ing. Pietro Molla e vive il periodo del fidanzamento, nella gioia e nell’amore. Si sposa il 24 settembre 1955 nella basilica di S. Martino in Magenta ed è una moglie felice:
nel novembre 1956 è mamma più che felice di Pierluigi;
nel dicembre 1957, di Mariolina;
nel luglio 1959, di Laura.
Sa armonizzare, con semplicità ed equilibrio, i doveri di madre, di moglie, di medico, e la gran gioia di vivere.

Nel settembre 1961, verso il termine del secondo mese di una nuova gravidanza, Gianna è raggiunta dalla sofferenza e dal mistero del dolore: insorge un voluminoso fibroma all’utero. Prima del necessario intervento operatorio, pur sapendo il rischio che avrebbe comportato il continuare la gravidanza, supplica il chirurgo di salvare la vita che porta in grembo e si affida alla preghiera e alla Provvidenza. La vita è salva, ringrazia il Signore e trascorre i sette mesi che la separano dal parto con impareggiabile forza d’animo e con immutato impegno di madre e di medico. Trepida, teme che la creatura in seno possa nascere sofferente e chiede a Dio che ciò non avvenga.

Alcuni giorni prima del parto, pur confidando sempre nella Provvidenza, è pronta a donare la sua vita per salvare quella della sua creatura: “Se dovete decidere fra me e il bimbo, nessuna esitazione: scegliete – e lo esigo – il bimbo. Salvate lui”.
Il mattino del 21 aprile 1962, dà alla luce Gianna Emanuela e il mattino del 28 aprile, nonostante tutti gli sforzi e le cure per salvare entrambe le vite, tra indicibili dolori, dopo aver ripetuto la preghiera “Gesù ti amo, Gesù ti amo”, muore santamente. Aveva 39 anni.
I suoi funerali furono una grande manifestazione unanime di commozione profonda, di fede e di preghiera. Fu sepolta nel cimitero di Mesero, mentre rapidamente si diffondeva la fama di santità per la sua vita e per il gesto di amore e di martirio che l’aveva coronata.

“Meditata immolazione”, così il Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978) ha definito il gesto di Gianna ricordando, all’Angelus domenicale del 23 settembre 1973, “Una giovane madre della diocesi di Milano che, per dare la vita alla sua bambina sacrificava, con meditata immolazione, la propria”. È evidente, nelle parole del Santo Padre, il riferimento cristologico al Calvario e all’Eucaristia.

Gianna Beretta Molla è stata beatificata il 24 aprile 1994, nell’Anno Internazionale della Famiglia, e canonizzata, il 16 maggio 2004, dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005).
Al Rito di canonizzazione, sul sagrato di Piazza S. Pietro, e alla Messa, concelebrata da decine di Cardinali, Vescovi, Preti, tra i quali si trovava anche Mons. Giuseppe Beretta, il fratello sacerdote di Gianna, hanno partecipato l’ing. Pietro Molla con i figli Pierluigi, Laura e Gianna Emanuela: era la prima volta, nella storia millenaria della Chiesa, che si verificava un caso simile.

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Perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna

Mio Signore e mio Dio,
mi hai guidata su un cammino lungo, sassoso, oscuro e faticoso.
Sovente sembrava che le mie forze volessero abbandonarmi,
non speravo quasi più di vedere un giorno la luce.
Il mio cuore stava pietrificandosi in una sofferenza profonda
quando il chiarore di una dolce stella sorse ai miei occhi.
Fedele, mi guidò ed io la seguii
con passo prima timido, poi più sicuro.
Giunsi alfine alla porta della Chiesa.
Si aprì. Chiesi di entrare.
La tua benedizione mi accoglie attraverso le parole del tuo sacerdote.
Dentro, le stelle si susseguono,
stelle di fiori rossi che mi indicano il cammino fino a te…
E la tua bontà permette che esse rischiarino il cammino verso di te.
Il mistero che dovevo tenere nascosto nell’intimo del mio cuore,
posso ormai annunciarlo ad alta voce:
Credo, confesso la mia fede!
Il sacerdote mi conduce ai gradini dell’altare,
chino la fronte,
l’acqua santa scorre sul mio capo.

Signore, come si può rinascere
Quando si è giunti alla metà della propria vita (Gv 3,4)?
Tu l’ hai detto, e questo è divenuto per me realtà.
Il peso della colpe e delle pene della mia lunga vita mi ha abbandonato.
In piedi, ho ricevuto il vestito bianco posto sulle mie spalle,
simbolo luminoso di purezza!
Ho portato in mano il cero la cui fiamma annuncia
che la tua vita santa arde in me.
Il mio cuore è ormai il presepio che attende la tua presenza.
Per poco tempo!
Maria, tua madre che è anche mia, mi ha dato il suo nome.
A mezzanotte depone nel mio cuore il suo bambino appena nato.
Oh! Nessun cuore umano può concepire
ciò che prepari per coloro che ti amano (1 Cor 2,9).
Ormai sei mio e non ti lascerò mai più.
Dovunque vada la strada della mia vita, sei accanto a me.
Nulla potrà mai separarmi dal tuo amore (Rm 8,39).

Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein]
(1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d’Europa

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Ocio all’occhio!

Mi è capitato varie volte negli ultimi mesi e sempre con la stessa persona: l’occhiataccia. Ieri però mi ha lasciata sconvolta così tanto che neanche oggi riesco a trovare pace.

Il nostro sguardo è un mezzo di comunicazione e come tale può mettere l’altro in uno stato che noi decidiamo a priori. Con gli occhi possiamo comunicare amore, affetto, interesse, accoglienza, gioia, tristezza, ironia, felicità, attesa, spavento, rabbia…etc.
Poche sono le persone che non si lasciano influenzare dallo sguardo di chi abbiano di fronte e non reagiscano di conseguenza. Sguardo risponde a sguardo, come un’azione attende una reazione.

Tutto questo è la normale comunicazione fra noi esseri umani. L’occhio è la lucerna del corpo è rispecchia la nostra anima e lo stato d’animo. Lo possiamo leggere nel Vangelo. Nella Bibbia l’occhio esprime l’orientamento spirituale della persona. L’occhio buono esprime la giusta relazione con Dio, dal quale l’uomo viene totalmente illuminato (Sal 4,7; 36,10). L’occhio cattivo esprime l’opposizione dello spirito dell’uomo nei confronti di Dio. L’occhio viene presentato come il simbolo del cuore, della mente.

Nel vangelo di Matteo l’occhio cattivo è simbolo dell’invidia, dell’avarizia, dell’egoismo (20,15). L’occhio che non accoglie la luce della rivelazione di Gesù diventa ottenebrato. La tenebra totale e definitiva è la perdizione eterna.

L’occhiataccia (dirty eye in inglese) è la mancanza di comunicazione, l’incapacità di trasmettere all’altro il proprio pensiero bensì lo con le spalle al muro. Non c’è voglia di approfondire, di indagare per scoprire la verità e neanche di ascoltare la difesa dell’altro. Come si fa a difendersi, a corrispondere a qualcosa che non si sa interpretare? L’occhiataccia viene sparata al malcapitato come un sentenza. Bang….! Si resta immobile.

Affiorano le domande. Ma perché? Cosa ho fatto? Domande che non si possono fare a voce, perché l’occhiataccia, quella cattiva, quella che ti lancia odio, rabbia, ira, disprezzo, …non è fatta per chiarire, ma per inchiodare, la sentenza è stata pronunciata, il dado tratto, la persona non può difendersi.

Il comportamento di una persona che ama torturare il suo prossimo con questi mezzi merita la nostra pietà perché di sicuro sta peggio di noi e non ha la possibilità di scappare da se stesso. Ma vi confesso che, quando capita a me, come appunto ieri, vorrei reagire come don Camillo con Peppone. Ma non si può, non è elegante, non è fine, non è cristiano.

Come non è cristiano? Litigare e litigare bene, è un sollievo, non divide ma unisce, è l’antibiotico di un rapporto infestato dai batteri.

E io intanto, finché non siamo capaci di litigare, e litigare bene, sto inchiodata con la mia rabbia, il mio disgusto per la rabbia che provo e il mal di pancia per aver dovuto subire un’occhiataccia tanto cattiva.

A me, chiarire e comunicare, piace tantissimo perché siamo stati redenti dal Verbo in persona. Il Verbo eccellente, il Verbo divino, il Verbo della via, della vita e della verità.

Categorie: Karinate | Tag: , , , | 28 commenti

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