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Perché credere? Perché non credere?

Premessa

La domanda più importante della vita, dalla cui risposta tutto dipende, non è “cosa mi piace?”, “di che cosa ho voglia?”, ma… “che cosa è vero?”.
Questo è l’atteggiamento più intelligente nei confronti della propria vita, perché la realtà – anche la realtà della nostra vita e il suo significato – non dipende da quel che pensiamo noi (soggettivamente), ma è quella che è (oggettivamente). Per cui la mia vita si realizzerà pienamente solo se seguirò ciò che è vero (verità), non ciò che mi invento (opinione soggettiva).
Una vera amicizia, anche tra noi, è data soprattutto non dal condividere semplicemente una coabitazione o certi momenti di svago o di studio, ma dall’aiutarci vicendevolmente a cercare le risposte vere ai quesiti più decisivi della vita. Pensare invece che tutto sia solo opinabile, cioè che non esista o non possiamo conoscere quella verità oggettiva uguale per tutti e al di sopra di tutti, non inventabile ma scopribile, significa fondamentalmente rassegnarci ad affiancare semplicemente gusti e opinioni, senza in fondo mai capirci e poter dialogare davvero.
Quella di oggi vuol essere una prima provocazione a cercare; più che dare delle risposte vogliamo aiutarci a impostare bene le domande.

Perché credere?
La provocazione che ci viene dal cristianesimo è fortissima ed unica; non ha equivalenti neppure nelle altre religioni. Anzi, in senso stretto il cristianesimo non è neppure una “religione”, se per religione si intende semplicemente una relazione con la divinità, una dottrina di fede con una morale. Il cristianesimo è infatti anzitutto una notizia (appunto “Vangelo”, dal greco), cioè la notizia di un singolarissimo avvenimento storico, di cui abbiamo testimonianze ancora più certe di altri fatti storici. E’ l’annuncio che oltre 2000 anni fa (significativamente infatti contiamo gli anni prima e dopo quell’evento) è accaduto qualcosa di inimmaginabile, che cambia tutta la vita: Dio stesso (quello che poco o tanto intuiscono le religioni, quello la cui esistenza era stata scoperta anche dai massimi filosofi, quello stesso Dio che aveva già parlato agli Ebrei) si è reso presenza fisica in mezzo a noi, prendendo tutta la natura umana, per permettere ad ogni uomo di partecipare per sempre alla Sua stessa vita. Il “caso” Gesù di Nazareth, il Cristo, è infatti unico; potremmo dire una “pretesa” unica. Il cristianesimo è infatti annuncio e dono non di una dottrina, ma di una persona: l’unico uomo-Dio. Prova suprema della sua divinità è stata la sua resurrezione, cioè la vittoria definitiva sulla morte.
Perché anzitutto dovrei interessarmi a Cristo, fino a credere in Lui?
Potremmo dire anzitutto semplicemente: perché è un fatto, un avvenimento.
Il bello di un fatto è che non dipende da me, dalla mia opinione, dai miei gusti o voglie. Se è accaduto, è accaduto, e non posso farci niente. L’unica domanda seria è eventualmente vedere se è realmente accaduto o no, che cosa è realmente accaduto o cosa potrebbe essere stato inventato; ma questo riguarda qualsiasi fatto storico; ed è possibile farlo anche sul “caso” Cristo.

Cosa c’è in gioco?
Se Cristo è risorto, se quindi è Dio-fatto-uomo, allora qui ci troviamo di fronte non ad una teoria tra le tante, in cui eventualmente scegliere qualcosa a piacimento, ma è la verità assoluta (Dio infatti non può sbagliarsi).
In Cristo si rivela allora pienamente il senso della nostra vita, il significato di ogni cosa della vita.
Cristo ha promesso che ritornerà nella gloria e tutto sarà sottoposto al suo “giudizio”.
L’uomo è chiamato all’eternità (questo non dipende da noi); ma se sarà un’eternità infinitamente felice (partecipando alla vita di Dio) o infinitamente disperata (inferno), dipende dalla nostra libera adesione o rifiuto di Lui, che è la “via, la verità e la vita”(Gv 14,6).
C’è dunque in gioco non solo la bellezza e la verità della vita presente, ma il nostro personale destino eterno. Non ci sarà un’altra vita per poter cambiare: ci giochiamo tutto qua, su questa domanda.
E’ una sfida totale, una scommessa su tutto (come direbbe B.Pascal): non si tornerà indietro.

Perché non credere?
Nonostante che siamo fatti per questa felicità e vita infinite; e nonostante che abbiamo, se vogliamo fare una ricerca seria, assai più motivi ragionevoli per credere piuttosto che non credere, non ci nascondiamo che possiamo essere tentati di non credere, oggi forse più che mai.
Proviamo a vedere qualche motivo:

  • perché voglio essere libero
    In realtà la libertà è una straordinaria capacità che Dio ci ha dato, affinché siamo responsabili di quello che facciamo (e quindi con meriti o colpe). Dio ci ha dato la libertà e non ce la toglie, perfino se ci facessimo del male. La libertà non è però il capriccio di fare semplicemente quello che si vuole, anche perché la libertà non può nulla contro la verità. Potremmo dire che la libertà sta alla verità come le gambe stanno alla strada: la libertà di andare fuori strada indica un difetto, un uso sbagliato della stessa libertà. Quindi tanto più sono nella verità, tanto più sono libero (cfr. Gv 8,32).

– perché non mi va, non mi piace, non lo sento
Abbiamo osservato che questo non può essere il criterio della vita. Come la vita stessa col tempo ci insegna, ciò che ci edifica, che ci realizza davvero, non coincide sempre con quello che immediatamente ci piace.

  • perché è difficile.
    Certamente è più facile lasciarsi andare e vivere secondo la voglia del momento; ma abbiamo appena detto che questa non è la posizione più intelligente dell’uomo. Seguire Cristo non è certamente facile, lui stesso ha detto che la “porta” che conduce alla vita è “stretta” ed occorre uno sforzo, oltre alla sua grazia (Lc 13,24); tanto più che, dal “peccato originale” in poi c’è in noi anche una resistenza, una fatica ed una tentazione diabolica contraria al cammino della verità, pur essendo fatti per questo.

– perché non vedo cosa c’entra con la vita
La fede, come vedremo in seguito, non è un dato acquisito una volta per sempre: occorre conoscere sempre meglio la verità che è Cristo e cercare di farne anche sempre più esperienza. Per questo, se si rimane con qualche nozione superficiale, non si capisce cosa la fede implichi e cosa cambi nella vita concreta di un uomo. Una fede superficiale, staccata dalla vita, rischia di essere smarrita.

– perché qualcosa o qualcuno mi ha scandalizzato
Molte volte ci sono pregiudizi contro la fede e contro la Chiesa, spesso appositamente orchestrati per farci perdere la fede. Dobbiamo allora essere più informati su come stanno realmente le cose (ad esempio su certe questioni storiche). Se poi noi abbiamo fatto qualche incontro con cristiani che effettivamente ci hanno scandalizzato, dobbiamo cercare di capire che sarebbe stupido precluderci il cammino della vita eterna perché c’è qualcuno che non è coerente col Vangelo (potremmo banalmente dire: peggio per lui!). La verità infatti rimane quella, anche se chi me l’annuncia non la vivesse.

– perché c’è il male nel mondo
Questo è uno dei problemi più difficili. Qua diciamo solo che il vero male del mondo è il male morale, cioè quello fatto dagli uomini; e questo è proprio il frutto della disobbedienza a Dio, cioè il frutto di un abuso di libertà (che Dio, abbiamo detto, continua a rispettare, salvo il giudizio finale).

pensatore

Fonte: San Damiano
– perché c’è il male nel mondo
Questo è uno dei problemi più difficili. Qua diciamo solo che il vero male del mondo è il male morale, cioè quello fatto dagli uomini; e questo è proprio il frutto della disobbedienza a Dio, cioè il frutto di un abuso di libertà (che Dio, abbiamo detto, continua a rispettare, salvo il giudizio finale).

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“La preghiera di S. Francesco” e la sua vera storia.

Signore fa’ di me uno strumento della tua pace

249052_6«[…] Tutti conoscono la cosiddetta “Preghiera semplice” – quella che suona: “Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace. Dove è odio, fa’ che io porti l’amore…” – e quasi tutti ne allegano la paternità all’autore del “Cantico delle creature”. Gli storici, peraltro, e gli addetti ai lavori hanno sempre saputo invece che tale suggestiva orazione è tutt’altro che francescana: infatti ha un secolo d’anzianità al massimo e non è stata neppure composta da un frate minore; l’attribuzione al Poverello si deve al fatto accidentale che essa fu stampata una volta sul retro di un santino di Francesco d’Assisi […]

Certo: la “Preghiera semplice” è un inno alla pace, all’amore, insomma alle virtù cristiane che ben corrispondono all’immagine di san Francesco divulgata popolarmente. Ma si tratta comunque di uno stereotipo: è corretto alimentarlo senza ricorrere alle fonti originali?

Padre Willibrord-Christian van Dijk, un cappuccino che ha studiato la vicenda della “Preghiera semplice” per 40 anni, ha notato per esempio la stranezza di attribuire a un “santo che passa per essere un grande mistico cristiano un testo che non s’indirizza a Gesù Cristo e nemmeno lo nomina, né vi si trova alcuna citazione evangelica o biblica”. Osservazione pertinente, visto che tutte le preghiere autentiche di Francesco sono nient’altro che centoni di frasi desunte dalle Scritture e/o dalla liturgia […]  Continua a leggere

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Il vostro parlare sia sì sì, no no…

Tolleranza, bellissima parola. Ma usata troppo spesso per nobilitare la soddisfatta indifferenza degli agnostici e la pigrizia e il dubbio dei credenti. Molti cristiani credono che essere tolleranti significhi sforzarsi di essere tollerabili. Così, per farsi tollerare annacquano il loro vino e diluiscono il loro lievito. (Thomas  S. Eliot)

163513_383245995121946_1211347015_nC’è una parola che nella società contemporanea  ha conosciuto un successo senza precedenti, la  parola  “dialogo”. Una significativa parte del mondo cattolico si è lanciata in una specie di epopea del dialogo a tutti i costi. Sono sempre di più i cattolici che pensando di essere moderni e aperti,  credono che la carità cristiana imponga di astenersi dal giudicare se una certa religione è vera o falsa, se una certa ideologia è giusta o sbagliata, e tutto ciò in nome del dialogo. Par quasi che per essere buoni cattolici si debba parlare con entusiasmo di ogni religione, tranne che della propria. Si giustifica così una certa visione del cattolicesimo, completamente svirilizzato, per la quale non si sarebbe cristiani se non si accettasse il dialogo a qualunque costo, se non si rinunciasse ai propri principi pur di non urtare gli altri. Gesù era umile, ma non pusillanime. Il Nuovo Testamento ha parole terribili per i vili, coloro che non si espongono e non sono pronti allo scontro quando necessario:  (Ap. 3,16). Continua a leggere

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Ecumenismo cattolico

La riunione dei cristiani non si può favorire in altro modo che favorendo il ritorno dei dissidenti all’unica vera Chiesa di Cristo, dalla quale, precisamente, un giorno ebbero l’infelice idea di staccarsi; a quella unica vera Chiesa di Cristo, che è visibile a tutti e che tale, per volontà del suo Fondatore, resterà quale Egli stesso la fondò per la salvezza di tutti. Solo la Chiesa è quella che ha il culto vero. Essa è la fonte della verità, il domicilio della Fede, il tempio di Dio: a non entrarvi o a uscirne, si resta fuori dalla speranza di vita e di salvezza. (PIO XI – Lett. Enc. Mortalium animos – 6 gennaio 1928)

oekumeneL’ecumenismo promosso all’interno e all’esterno dalla Chiesa Cattolica non è un ecumenismo qualsiasi. Esso è ecumenismo nella verità e nella carità: in nessun modo esso è realizzato a prezzo della verità. Perché come ricorda UR 11/a , “è totalmente alieno dall’ecumenismo quel falso irenismo che corrompe la purezza della dottrina ed oscura il senso genuino di essa.”   (Card. W. Kasper) Continua a leggere

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La Via, la Verità, la Vita

«Egli si indignò, e non voleva entrare» (Luca 15,28).

IMG-20130824-WA0049Certo che ‘sto Papa è scandaloso! Come quell’altro che portava le scarpette rosse, o come quell’altro ancora fotografato in costume da bagno nella piscina di Castelgandolfo, o come quell’altro ancora, ve lo ricordate? Massì quello che andava a casa dei pagani e divideva con loro cibo impuro, tanto che poi gli fu rinfacciato da quelli della stessa “comunità” di cui era a capo: «sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!» (Atti 11,3).

Ecco: dopo duemila anni di storia della Chiesa, quando ormai avremmo dovuto ben imparare a comportarci col Vicario di Cristo, siamo invece ancora allo stesso punto. Ma tant’é: questo è l’uomo. Quello che, pur redento, salvato e rimasto nella casa del Padre, rimane ferito da un peccato originale che sempre tenta di renderlo diviso in sé stesso, in antitesi a quell’opera di unità cui chiama lo Spirito ricevuto nel Battesimo e senza il quale, si sa: «nulla è nell’uomo, nulla è senza colpa».

E così, agli albori di questo nuovo pontificato, siamo tutti ancora qui a cascare nell’antico tranello del divisore e gridando allo scandalo de: “il Papa ha detto, il Papa ha fatto”. Continua a leggere

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La crisi del dono

Eravamo custodi della vita, non lo siamo più. In cambio della libertà ottenuta, le prime a soffrire siamo noi donne. Se non lo facciamo noi, chi custodirà l’amore per la vita? (C. Miriano)     

   geborgen-in-gott               

Il concepito è il grande assente del dibattito sull’aborto. Non parla, non partecipa ai dibattiti televisivi, non vota. E’ il convitato di pietra al dibattito sul suo destino. Il nascituro è come un imputato trascinato ad un processo nel quale sono ignoti il capo d’accusa, gli addebiti, le circostanze del delitto ipotizzato. Un processo nel quale la persona alla sbarra non può rendere alcuna dichiarazione spontanea. Deve stare zitto. Continua a leggere

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Verità e relazione

L'udienza generale del Mercoledì di Papa FrancescoIn secondo luogo, mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: “Io sono la via, la verità, la vita”? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa. Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione… assoluta, reimpostare in profondità la questione.

(Estratto della lettera a «Repubblica» di papa Francesco) Continua a leggere

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Essere cattolico – cosa significa?

945340_387600314686514_2128400538_nNon avendo ottenuto che gli uomini mettano in pratica quello che insegna, la Chiesa di oggi si è rassegnata a insegnare quello che mettono in pratica. La Chiesa un tempo assolveva i peccatori, oggi assolve i  peccati. (N. GòmezDavila)

S. Tommaso diceva che basta non credere in una sola delle verità cattoliche per non essere cattolici. La vita e la fede cattolica poggiano su due assi portanti: la dottrina e la moraleInfatti per amare Gesù Cristo devi conoscerlo; lo conosci ordinariamente attraverso quello che ti viene insegnato, cioè attraverso la dottrina. Questo comporta un modello di vita conseguente: la morale. Continua a leggere

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E se fosse vero?

Da  Reimarus a Corrado Augias

Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. (I  Cor. 1,27ss.)

jesus-christusDa  quando Reimarus nel  ‘700 incominciò a dubitare della storicità dei Vangeli, per almeno due secoli, la linea ispiratrice è stata questa:  “che cosa avvenne non lo sappiamo. La sola cosa certa è che non avvenne quello che i Vangeli raccontano. Qualunque cosa raccontino.”  Oggi, grazie a Dio, le nuove scoperte archeologiche e documentali, con innumerevoli conferme incrociate da parte di esperti cattolici e non, fanno emergere questi Evangeli come un racconto di storia (sebbene di tipo particolare) tutto concretezza e verosimiglianza, aderenza ai costumi e alle leggi del tempo e del luogo, ed infine consonanza alla psicologia umana, che non possono essere stati inventati da nessuno storico, ne da uno scrittore dotato di un’enorme genialità. Il criterio della coerenza narrativa è particolarmente efficace per escludere tutte quelle ipotesi formulate nell’Ottocento e nella prima parte del Novecento, che puntavano a demolire il nucleo centrale della fede cristiana. Si tratta delle cosiddette ipotesi critica ed ipotesi mitica, entrambe ormai smentite dall’avanzamento degli studi. Continua a leggere

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I Vangeli sono storicamente credibili ?

LukasFin dalle origini, la fede cristiana ha dovuto fronteggiare nemici agguerriti anche sul piano culturale: nei primi tre secoli della sua storia, mentre infuriavano le persecuzioni, molti esponenti del mondo culturale ebraico e pagano davano il loro appoggio alla repressione, sostenendo che questa nuova dottrina era fondata su fantasiose invenzioni, i racconti evangelici, di cui questi antichi polemisti negavano in blocco la storicità.

Ma è solo dal diciottesimo secolo in poi, con i primi sviluppi dell’esegesi biblica, prima in ambito protestante, e poi anche tra i cattolici, che alcuni studiosi hanno dato origine a due differenti scuole di pensiero definite: scuola critica e scuola mitica.

Esse prendono origine da una filosofia della storia che si fonda sul mito illuminista del mondo diventato “adulto” che deve liberarsi dei valori del passato, appartenenti all’infanzia dell’umanità per accedere ad un livello di vita pienamente razionale. Continua a leggere

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Sant’Ambrogio: Vescovo e Dottore della Chiesa

Ambrosius (1)Il santo Vescovo Ambrogio – del quale vi parlerò quest’oggi – morì a Milano nella notte fra il 3 e il 4 aprile del 397. Era l’alba del Sabato santo. Il giorno prima, verso le cinque del pomeriggio, si era messo a pregare, disteso sul letto, con le braccia aperte in forma di croce. Partecipava così, nel solenne Triduo pasquale, alla morte e alla risurrezione del Signore. «Noi vedevamo muoversi le sue labbra», attesta Paolino, il diacono fedele che su invito di Agostino ne scrisse la Vita, «ma non udivamo la sua voce». A un tratto, la situazione parve precipitare. Onorato, Vescovo di Vercelli, che si trovava ad assistere Ambrogio e dormiva al piano superiore, venne svegliato da una voce che gli ripeteva: «Alzati, presto! Ambrogio sta per morire…». Onorato scese in fretta – prosegue Paolino – «e porse al Santo il Corpo del Signore. Appena lo prese e deglutì, Ambrogio rese lo spirito, portando con sé il buon viatico. Così la sua anima, rifocillata dalla virtù di quel cibo, gode ora della compagnia degli angeli» (Vita 47)In quel Venerdì santo del 397 le braccia spalancate di Ambrogio morente esprimevano la sua mistica partecipazione alla morte e alla risurrezione del Signore. Era questa la sua ultima catechesi: nel silenzio delle parole, egli parlava ancora con la testimonianza della vita. Continua a leggere

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Qualche ragione per credere

Un ANNO della FEDE: qualche ragione per credere (I)

Non siamo fatti per il vuoto. La nostra natura più profonda si ribella alla mancanza di senso, anzi alla non corrispondenza tra il senso per il quale siamo stati creati (ccc,1), e quelli artificiali che di volta in volta cerchiamo di darci.

La disperazione esistenziale, oggi così diffusa anche tra i giovani, è legata al fatto che non sappiamo cosa farcene della vita e della libertà,  avendo rinunciato all’unico senso che questa può avere.

Il bisogno di infinito, che si riflette nella nostra incessante ricerca di felicità e bellezza, appartiene a tutti – fingono coloro che dichiarano di non averne necessità. Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l’uomo e soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa (ccc,27).

La rivelazione giudeo-cristiana ha portato nuove risposte alle domande di sempre, ma ha posto anche nuove domande alla ragione umana, costringendola a prendere atto che la realtà è principalmente una questione d’amore, che il motore stesso della conoscenza umana è una questione d’amore. L’incontro fecondo tra fede e ragione permette, quindi, di inoltrarsi nel mistero della realtà creata (ccc,50).

Ma perché dovremmo realmente interrogarci sull’esistenza di Dio? 

Rifletti su questo: se Dio esiste Egli è tutto e tutto esiste per mezzo di Lui, se Dio esiste gli devi tutto, se Dio esiste devi aspettarti tutto da Lui (ccc,34). E dopo trai le tue conclusioni.

Si può dunque affermare senza timore di cadere nel panteismo (corrispondenza assoluta tra Dio e il mondo) , che tutte le cose sono in Dio e che Dio crea e mantiene in vita tutte le cose create (ccc,279). Ciò serve, inoltre, a spiegare perché nella stessa misura in cui retrocede la fede, diminuisce nel mondo la conoscenza della verità e perché le società che dimenticano Dio, vedono presto il loro orizzonte coprirsi di tenebre; come la storia umana efficacemente  insegna. Per questo la religione è stata considerata da tutti gli uomini e in ogni tempo la base indistruttibile delle società umane (ccc,28). Secondo Platone: “chi estirpa la religione, mina alle fondamenta ogni società umana.”

La fede e la ragione sono come due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. E’ Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso. (Giovanni Paolo II – Fides et Ratio)

A cura di Palmiro CLERICI

ccc = catechismo della Chiesa Cattolica

Segue II

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San Francesco e l’Islam

Un santo realista, un “folle di Dio” con i piedi ben piantati per terra. La figura del patrono d’Italia “purificata” dal pacifismo che la circonda. Amante del dialogo, ma per la conversione degli infedeli.

Quando si parla di rapporti tra mondo cristiano e mondo islamico, capita spesso che qualcuno citi il caso di san Francesco (1181-1226), più o meno in questi termini: «Si dovrebbe testimoniare il Vangelo come fece Francesco, in sottomissione e silenziosa discrezione; e quindi non si dovrebbe cercare di convertire nessuno, come san Francesco non voleva che si facesse». Ebbene, è corretta una simile visione?


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Francesco il santo

La sera del 3 ottobre Francesco, ormai morente, giunto alla Porziuncola, si fece deporre nudo sulla terra nuda, nascondendo con la mano sinistra la piaga sul costato. E di li, spogliato della veste di sacco, alzò come sempre, il volto al cielo, tutto intento con lo spirito a quella gloria. Disse ai fratelli: “Io ho fatto il mio dovere, Cristo v’insegni a fare il vostro” (Fonti Francescane 804) 

Nell’ottavo centenario della conversione del santo di Assisi [2007 n.d.r]., papa Benedetto XVI ricorda alla Chiesa e al mondo le vere caratteristiche di Francesco. Ne esce un’immagine un po’ diversa da quella sostenuta dalla cultura dominante. Continua a leggere

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Il lavoro e il riposo

L’anno finisce, l’anno comincia. Questa è dunque l’ora di ringiovanire: Adveniat regnum tuum! Ringiovaniremo al suono delle campane che cantano la marcia del tempo, se seguiremo la stella scoperta dai Re Magi. Ringiovaniremo, se abbandoniamo le cose da nulla che son sempre vecchie, per vivere nell’Immenso, se avviciniamo la scienza e l’arte alla bellezza eterna, che è l’eterna giovinezza, ad Deum qui laetificat juventutem meam! Continua a leggere

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L’attitudine compromissoria

A proposito di quanto accaduto durante questa estate, vorrei attirare la vostra attenzione sul fatto che l’Udc, il partito di Pierferdinando Casini, ha deciso di sostenere nelle elezioni siciliane di ottobre il candidato gay della sinistra, Rosario Crocetta, il primo sindaco dichiaratamente omosessuale d’Italia, parlamentare del Pd dopo una storia politica che lo ha visto affacciarsi in quasi tutti gli spezzoni della sinistra, dai comunisti del Pci, dove ha cominciato, a quelli di Rifondazione, per arrivare poi ai Verdi.

Di per sé questa non sarebbe una grande novità, questo partito avendoci abituato a posizioni ben più gravi, come quella assunta in Piemonte nelle scorse elezioni regionali, dove il partito che si vorrebbe ispirare alla dottrina sociale della Chiesa ha scelto di non sostenere il candidato che aveva firmato un Patto per la vita con i movimenti prolife della regione. D’altra parte questa attitudine a compromessi gravi sui principi, e spesso inutili e perdenti, viene dalla lunga storia del partito d’ispirazione cristiana, la Dc, dal quale l’Udc nasce e dove ha imparato a fare politica il suo segretario.

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Non c’è Fede che tenga senza Catechesi!

In realtà il problema della moderna catechesi nella Chiesa Cattolica è assai più una questione circa la verità da insegnare piuttosto che intorno al metodo con cui insegnare, e il moto postconciliare di rinnovamento della catechesi è trapassato dalla didattica alla dottrina, poiché anche la didattica è espressione di una dottrina. La moderna pedagogia, a cui una gran parte della Chiesa si è conformata, parte dal presupposto che l’insegnamento abbia per scopo diretto quello di produrre un’esperienza, e che la conoscenza astratta dal vissuto sia, come dicono, puro nozionismo. Ma il fine proprio e formale dell’insegnamento, non esclusa la catechesi, non è di produrre un’esperienza, ma una cognizione.
Si compie un duplice errore: negando che la verità trascenda sia il discepolo che il maestro, risolvendo dunque l’educazione in auto-educazione. Ma allo stesso tempo, secondo errore, si toglie dalla pedagogia l’idea stessa dell’autorità, mettendo discepolo e maestro sullo stesso piano “esperienziale”. Vi è dunque una peculiare incompatibilità tra catechesi e moderna auto-educazione. Abbattendo la verità, vissuta come autorità che mi si impone, la catechesi cessa di essere apprendimento della verità per ridursi a “ricerca della verità”.
Tutto deve essere dialettico, ma dialogare non è insegnare. Spesso, invece di avanzare verità a cui si presta l’assenso di fede, si propongono testi biblici lumeggiati secondo il metodo storico-critico. La Bibbia così staccata dall’autorità della Chiesa, diviene puro documento soggetto alla critica storica e la Chiesa stessa viene abbassata sotto l’opinione del singolo. Dimenticando che la catechesi è primariamente volontà di conoscenza delle verità di fede. Se la volontà non procede dalla conoscenza, ma da se stessa, si auto-produce e si giustifica da sé; quindi il mondo, destituito dalla sua base razionale, diviene insensato. Ed è proprio questo che sta alla base dell’attuale crisi di fede, cioè la negazione della ragione; laddove per ragione si intende la facoltà di cogliere l’essere delle cose e il loro senso, e di aderirvi con la volontà.
Oggi il famoso passo di S. Agostino “bisogna cercare per trovare e trovare per cercare ancora!”, viene volutamente frainteso in modo da giustificare la continua ricerca vissuta come il continuo rimettere in gioco ciò che si era già trovato. Ma l’azione umana nasce dalla persuasione della verità e la storia dell’umano cammino lo conferma abbondantemente. L’evangelizzazione è un annuncio e non una disputa, nemmeno se camuffata da dialogo. Nei Vangeli l’annuncio comandato agli Apostoli è immediatamente identificato con l’insegnare. Certo negli Atti degli Apostoli Pietro e Paolo disputano nelle sinagoghe, ma non è il dialogo nel senso moderno, cioè la ricerca comune che muove da uno stato di incertezza a proposito della verità, ma il dialogo di confutazione e di impugnazione dell’errore. Anzi in tutto il Vangelo viene contrapposto il parlare assertorio di Cristo al parlare dialogico degli Scribi e dei Farisei.
Al fondo della questione sta il fatto che la parola della Chiesa non è parola umana, sempre controvertibile, ma è parola rivelata, destinata all’accettazione o al rifiuto. E’ impossibile che, intorno alle cose di fede, tutti dialoghino allo stesso livello. Il titolo a disputare dipende dalla cognizione e non dalla generale destinazione dell’uomo alla verità.
Infine c’è un ultimo aspetto da chiarire: è mentalità comune nella Chiesa dei nostri giorni rifuggire dalla polemica, pensata come incompatibile con la carità, mentre al contrario ne è un atto. Il concetto di polemica (sempre mirata alle idee e mai alla persona) è invece indissolubile dalla contrapposizione tra il vero e il falso. La polemica mira infatti ad abbattere l’uguaglianza che si volesse porre tra due posizioni, una vera e una falsa. Sotto questo profilo la polemica è connaturale al pensiero, correttamente inteso.
Oggi si fa molta retorica intorno al concetto di dialogo come arricchimento reciproco. Come se non esistesse un dialogo corruttore della verità, tanto diffuso specie in campo ecumenico (Un esempio per tutti: Augusta 31 ottobre 1999. Una dichiarazione che porta la Chiesa Cattolica sulle posizioni di Lutero, a proposito di dottrina della giustificazione; rinunciando a quanto aveva dogmaticamente definito il Concilio di Trento). La Chiesa è chiamata, questo sì, a un operazione di carità, la quale vuole comunicare una verità ricevuta per grazia, e trarre gli altri non a sé ma alla Verità. La stessa morale cattolica se non è riconoscimento pratico della verità, scade nel moralismo vuoto di significato. Da tutto quanto detto finora discende il fatto che la Religione Cattolica non può mai essere una fede inclusivista, che va bene un po’ a tutti con opportuni adattamenti, magari celandosi dietro la maschera un po’ ipocrita delle “diverse sensibilità”; Gesù stesso ci ricorda impietosamente: Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde! (Mt. 12,13)

Viviamo, oramai da troppi decenni al di sopra delle righe, abbagliati dal progressismo teologico: da coloro che preferiscono la prassi al pensiero, le esigenze della vita moderna alla parola rivelata, l’evoluzione della verità e del dogma alle immutabili leggi del reale e del rivelato. Convinti che si possa cambiare indefinitamente la forma, lasciando intatta la sostanza, ma non è così!
Le parole stesse hanno un peso e incidono nella comunicazione e quindi nella conoscenza, nella misura in cui veicolano tutto lo spessore della realtà che significano. Molte di esse sono addirittura sparite dall’orizzonte della fede annunciata alle nuove generazioni. Basti pensare a termini come espiazione, vittima e sacrificio. E’ un errore fatale, e una tentazione permanente dell’animo umano, pensare di poter aggiornare la religione rendendola conforme ai nostri desideri e ai pregiudizi dominanti del momento. Abbandonata la radicale diversità del Cattolicesimo, l’asprezza del dogma non piace più, la spigolosità della verità cristiana spaventa proprio chi dovrebbe amare la fatica della via stretta, nell’inedito tentativo di conquistare il consenso della modernità, invece che convertirla. Ma senza dogma non c’è rigore, senza rigore non c’è obbedienza, senza obbedienza non c’è unità e senza unità non c’è forza.
Oggi siamo immersi in una situazione per la quale, spesso senza rendercene conto, stiamo presentando al mondo un Cristianesimo non più “integralmente” cattolico. In definitiva alla base del “presente smarrimento vi è un attacco alla potenza conoscitiva dell’uomo, che in estrema sintesi consiste nella presunta incapacità di poter raggiungere la verità: questa sfiducia nella verità si traduce nella crisi dell’autorità e della dottrina della Chiesa come garanzie di libertà; così il fedele si perde in un caos dottrinale che sfibra la fede e conduce al soggettivismo in campo etico.”(R. Amerio)
Sono dell’avviso che l’attuale “Passio Ecclesie” sia la perdurante continuità d’una crisi che ha radici molto lontane, iniziata con la pseudo Riforma Protestante, maturata nel periodo dell’illuminismo e ingigantita dalla desistenza di chi avrebbe dovuto combatterla dentro la Chiesa, prima e soprattutto dopo l’ultimo Concilio. La crisi fu scatenata e poi fino al presente mantenuta ora sotto la cenere, ora alla luce del giorno, da forze latenti e aggressive, che hanno prima assediato e poi espugnato, con un consistente aiuto dall’interno, la Santa Cittadella. Queste forze hanno finito per aprire le porte del santuario allo spirito del secolo: sostituendo l’uomo a Dio, gli interessi sociologico-mondani all’escatologia cristiana, l’incertezza dottrinale ai dogmi di fede, il pluralismo ecumenico all’”Una Sancta”.
Fin dagli anni del Vaticano II, ma soprattutto nei decenni successivi si soppresse l’antagonismo Chiesa-Mondo; si inneggiò ad un cristianesimo maturo non più in rotta di collisione con i pericoli derivanti dallo “spirito del secolo”; si chiuse l’era della cosiddetta “Chiesa Costantiniana”, per aprire quella indiscriminata e vaga del “popolo di Dio”. Nasceva e in breve furoreggiò, un Cristianesimo umanitario, quello del buonismo acritico e superficiale, del dialogo, della condivisione, della Chiesa comunionale e non gerarchica, dell’aperturismo in ogni direzione (salvo che nei confronti della Tradizione); senza preoccupazioni dogmatiche, etiche o disciplinari. La crisi non poteva essere meno eversiva né meno pervasiva di come è stata.
Era il 18 Luglio 1975 quando Paolo VI gridò il suo inutile “Basta con il dissenso nella Chiesa. Basta con una disgregatrice interpretazione del pluralismo…. Basta con la disobbedienza qualificata come libertà!” Tanto inutile che il suo successore, Giovanni Paolo II, il 7 Febbraio del 1981, si vide costretto ad ammettere “realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità lo sbandamento dei fedeli conseguente a vere e proprie eresie in campo dogmatico e morale, alla manomissione della liturgia, al relativismo, al sociologismo e ad un illuminismo che apre la strada all’invadenza dell’ateismo pratico”.
Contro questa “Passio” che prolunga l’epopea del Golgota nel Corpo Mistico di Cristo, occorre prender posizione, e l’unica maniera per farlo è quella di una fedeltà e pazienza a tutta prova: la fedeltà e la pazienza dei Santi. Sforziamoci di reagire con sapienza, senza ribellioni né fatue illusioni, rimanendo fedeli alla Verità sempre professata dalla Chiesa Cattolica. Noi, impazienti ed efficientisti, avidi di gioie e consolazioni, non sopportiamo a lungo la Passione, lo stare e contemplare e vivere con Gesù sulla croce, come facevano i Santi.
Penso a un S. Giovanni della Croce o a Santa Teresa d’Avila, e mille altri che fecero della Croce la loro gioia quotidiana. Vorremmo vedere subito il lieto fine, lo scioglimento definitivo di tanti decenni di travaglio e dissipazione della Fede, ma la strada è ancora lunga. Non c’è da stupirsi, tutto è stato predetto nelle Scritture, che lo si voglia o meno, esse si avvereranno fino all’ultima virgola. Il mondo ha bisogno di santità, ma la santità è l’esercizio eroico delle virtù cristiane e due sono le principali virtù di cui il mondo oggi necessita: la virtù cardinale della fortezza e la virtù teologale della speranza. Esse indicano ai cattolici, troppo spesso pusillanimi, il modo cristiano di vivere nel mondo. Nel frattempo siamo chiamati ad affermare la Verità: predicandola, celebrandola nella liturgia, vivendola e difendendola quando necessario. Quanti di noi sono disposti a farsi avanti, a farsi odiare (Lc. 21, 16-19), pur di difendere la Verità?
Dunque, per chiudere, il ritorno alla catechesi è la base di ogni ulteriore passo in avanti. Solo dopo diviene ragionevole e anche utile proporre percorsi esperienziali o approfondimenti biblici. Tutto deve però, prima, essere ricondotto nell’alveo della sana dottrina cattolica. All’inizio ci seguiranno in pochi? Non c’è problema, dodici Apostoli hanno convertito le terre allora conosciute. Meglio un cuore integralmente cattolico, pronto ad infiammare il mondo con la sua fede, che cento mozzarelle senza spina dorsale, pronte a farsi trasportare da “ogni vento di dottrina”. Oggi è sempre più facile incontrare gente che annacqua la religione in una serie di banalità morali e poi nobilita questa mistura di vaga religiosità, buone intenzioni e ottimismo spurio con il nome di cristianesimo. Sia ben inteso, le porte della Chiesa cattolica rimangono aperte a tutti, sia in entrata che in uscita, ma non si può cercare di trattenere chiunque, anche a prezzo della menzogna: nel senso di contrabbandare per cattolico un pensiero che tale non è. Sarebbe la più vile forma di violenza. Da qui si deve ripartire, presentando al mondo un cristianesimo a testa alta, senza compromessi, virile e forte; pronto allo scontro, se necessario.(Ef. 6, 11-17) Smettendo, una buona volta, di correre dietro ai “segni dei tempi” e tornando a farsi attenti ai segni di Dio, che guardano all’eterno. Un solo Evangelo entra infatti ed opera nel cuore dell’uomo: quello immune da ogni contaminazione liberal-modernista, pienamente fedele al messaggio che Cristo consegnò alla sua Chiesa e che Essa ritrasmise nei secoli (1Cr 15,1-2), perché dicesse quello e soltanto quello che Cristo stesso ci ha ingiunto di predicare a tutto il mondo.
Il passo evangelico che fa da porta d’ingresso a questo scritto lega in maniera indissolubile verità e libertà, ricordandoci che non è la libertà a farci veri, come oggi troppo superficialmente si tende a credere; ma è la Verità, quella che sta sopra di noi e ci ha creato, che ci fa liberi. La verità cristiana per essere difesa, va prima conosciuta, e tante sono oggi le fonti avvelenate anche in territorio cattolico: nei libri, nei seminari e nelle facoltà teologiche. Il ruolo di guidare alle sorgenti ancora limpide è compito di chi sa, e può, fungere da testimone e maestro. Da qui si deve ripartire per riscoprire quella libertà che non scende mai a compromessi con la sapienza di questo mondo, anzi, che è stoltezza e scandalo agli occhi del mondo. La Chiesa è chiamata a questa libertà (Gal.5-13), la libertà gloriosa dei figli di Dio. Se mai nel giorno del nostro giudizio personale, ci trovassimo davanti a Nostro Signore dovendo confessare di aver nascosto, anche solo in parte, la Verità cattolica ai nostri fratelli più piccoli, che il buon Dio abbia pietà di noi! (Mt. 5, 17-19)
“Rendimi, Dio mio, umile senza finzione, lieto senza dissolutezza, triste senza sconforto, maturo senza rigidità, pronto senza leggerezza, verace senza doppiezza, timorato di Te senza disperazione, speranzoso senza presunzione, ammonitore del prossimo senza ipocrisia e suo edificatore con la parola e con l’esempio senza orgoglio.” (S. Tommaso d’Aquino)

AD MAIOREM DEI GLORIAM
Palmiro Clerici

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La Chiesa, il mondo e la nuova evangelizzazione

“Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli: conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.” (Gv. 8,31)

La Chiesa non è di questo mondo (Gv. 17,15-20), Essa è corpo mistico di Cristo: da sempre ogni discussione, anche partente da punti di vista opposti, deve avere un punto di verità in comune, senza il quale si scade nel relativismo delle opinioni perennemente in conflitto. “Cum negante principia nequit disputari”,dicevano i teologi scolastici: è impossibile discutere con chi nega i principi.
Da Lutero in poi, sempre più spesso, fuori e dentro la Chiesa, non viene più rifiutato questo o quell’articolo di fede, ma appunto il principio di tutti gli articoli, che è l’autorità divina della Chiesa. La Chiesa è il corpo storico collettivo dell’Uomo-Dio ed ha la sua organica unità dal principio divino. Bibbia e Tradizione sono autorità al credente proprio perché la Chiesa ha il possesso dell’una e dell’altra, ed in particolare il possesso del senso dell’una e dell’altra, ed Essa lo viene storicamente svelando. Il principio del libero esame è implicito in ogni eresia, per questo S.Francesco o S. Caterina da Siena cercavano l’approvazione delle gerarchie ecclesiastiche, delle quali riconoscevano l’autorità, nel mentre che ne fustigavano i vizi. La Chiesa, dunque, non è di questo mondo e quindi nulla di questo mondo può veramente toccarla, neppure tutti gli scandali che di quando in quando sembrano scuoterne le fondamenta.
Eppure la Chiesa, per la sua stessa destinazione, è in questo mondo e questo la pone nella necessità di vivere in relazione ad esso. A seguito di Nostro Signore essa svolge la funzione di ricondurre il mondo a Dio attraverso la riconduzione di ogni singolo uomo a Dio. Si badi bene, il suo compito non è salvare il mondo per il quale nemmeno Gesù prega (Gv. 17,9), ma bensì condurre alla salvezza ogni uomo che abbandona la via dell’errore e si incammina sulla via della verità. La Chiesa assolve questa sua funzione all’interno del mondo, ma indipendentemente da esso, anzi, nonostante il mondo. L’antagonismo del cattolicesimo al mondo è irriducibile (Gv. 15, 18.19), variano solo le modalità di esso, opponendosi di volta in volta a quel che il mondo professa come valore assoluto.

Quel che si è perso nell’epoca presente è la visione della storia come teatro dell’eterna lotta tra il bene e il male, tra l’amore per Dio e l’amore per se stessi; con la Chiesa schierata al centro di questo conflitto. Va riproposto, invece, un termine oggi un po’ fuori moda, ma che porta in se il sigillo della verità: quello di Ecclesia Militans. Concetto della teologia medioevale usato per descrivere la Chiesa come comunità di cristiani in terra, impegnati nella lotta contro il peccato e “contro i dominatori di questo mondo di tenebra”, come scrive S. Paolo nella lettera agli Efesini. Non dobbiamo infatti dimenticare, che la vita umana sarà sempre una lotta; che le virtù “guerriere” avranno sempre una funzione, poiché il male avrà sempre nuovi volti, nuove maschere sempre più pericolose. Questa è l’ambiguità della condizione umana, la tragicità della nostra situazione: la non-violenza assoluta, cioè il regno della libertà e dell’amore, non è di questo mondo.
Se si rifiuta questa concezione militante della storia, si accetta il principio di irreversibilità del processo storico e si passa inevitabilmente nel campo del progressismo sul piano sociale e del modernismo sul piano religioso. Ma facciamo un altro passo avanti: la Chiesa Cattolica ha sempre considerato se stessa come un insieme organico, una società perfetta; Una, Santa, Cattolica e Apostolica, composta da esseri umani uniti dalla Fede, dai Sacramenti e dalla Gerarchia. Questa Chiesa è talmente una che nessuna parte può staccarsi senza cessare di essere cattolica (Gv. 15, 4-6). Per esempio, quella Fede che è l’elemento primario del credente cattolico non può essere considerata in maniera frammentaria, ma deve essere assunta o tutta intera o niente. Non basta dirsi cristiani, il credere deve avere una forma. La forma cattolica è il modo in cui la sostanza della fede cristiana viene assunta integralmente. Questo perché è per l’autorità di Dio, che ha rivelato gli articoli della fede cattolica, che io credo in essi; tale che se non credo in uno solo di questi dogmi che la Santa Chiesa mi propone a credere, non faccio altro che rigettare l’autorità divina, così che anche continuando a credere in tutti gli altri dogmi il mio credo non poggerà più sull’autorità di Dio, ma sulla mia personale scelta. S. Agostino rivolgendosi idealmente agli eretici di ogni tempo diceva: “in molto sei con me, in poco non lo sei, ma per quel poco che non lo sei, quel tanto che lo sei non ti è di alcuna utilità”, con buona pace di tutti gli ecumenismi oggi alla moda.

AD MAIOREM DEI GLORIAM
Palmiro Clerici

Segue II parte

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Ocio all’occhio!

Mi è capitato varie volte negli ultimi mesi e sempre con la stessa persona: l’occhiataccia. Ieri però mi ha lasciata sconvolta così tanto che neanche oggi riesco a trovare pace.

Il nostro sguardo è un mezzo di comunicazione e come tale può mettere l’altro in uno stato che noi decidiamo a priori. Con gli occhi possiamo comunicare amore, affetto, interesse, accoglienza, gioia, tristezza, ironia, felicità, attesa, spavento, rabbia…etc.
Poche sono le persone che non si lasciano influenzare dallo sguardo di chi abbiano di fronte e non reagiscano di conseguenza. Sguardo risponde a sguardo, come un’azione attende una reazione.

Tutto questo è la normale comunicazione fra noi esseri umani. L’occhio è la lucerna del corpo è rispecchia la nostra anima e lo stato d’animo. Lo possiamo leggere nel Vangelo. Nella Bibbia l’occhio esprime l’orientamento spirituale della persona. L’occhio buono esprime la giusta relazione con Dio, dal quale l’uomo viene totalmente illuminato (Sal 4,7; 36,10). L’occhio cattivo esprime l’opposizione dello spirito dell’uomo nei confronti di Dio. L’occhio viene presentato come il simbolo del cuore, della mente.

Nel vangelo di Matteo l’occhio cattivo è simbolo dell’invidia, dell’avarizia, dell’egoismo (20,15). L’occhio che non accoglie la luce della rivelazione di Gesù diventa ottenebrato. La tenebra totale e definitiva è la perdizione eterna.

L’occhiataccia (dirty eye in inglese) è la mancanza di comunicazione, l’incapacità di trasmettere all’altro il proprio pensiero bensì lo con le spalle al muro. Non c’è voglia di approfondire, di indagare per scoprire la verità e neanche di ascoltare la difesa dell’altro. Come si fa a difendersi, a corrispondere a qualcosa che non si sa interpretare? L’occhiataccia viene sparata al malcapitato come un sentenza. Bang….! Si resta immobile.

Affiorano le domande. Ma perché? Cosa ho fatto? Domande che non si possono fare a voce, perché l’occhiataccia, quella cattiva, quella che ti lancia odio, rabbia, ira, disprezzo, …non è fatta per chiarire, ma per inchiodare, la sentenza è stata pronunciata, il dado tratto, la persona non può difendersi.

Il comportamento di una persona che ama torturare il suo prossimo con questi mezzi merita la nostra pietà perché di sicuro sta peggio di noi e non ha la possibilità di scappare da se stesso. Ma vi confesso che, quando capita a me, come appunto ieri, vorrei reagire come don Camillo con Peppone. Ma non si può, non è elegante, non è fine, non è cristiano.

Come non è cristiano? Litigare e litigare bene, è un sollievo, non divide ma unisce, è l’antibiotico di un rapporto infestato dai batteri.

E io intanto, finché non siamo capaci di litigare, e litigare bene, sto inchiodata con la mia rabbia, il mio disgusto per la rabbia che provo e il mal di pancia per aver dovuto subire un’occhiataccia tanto cattiva.

A me, chiarire e comunicare, piace tantissimo perché siamo stati redenti dal Verbo in persona. Il Verbo eccellente, il Verbo divino, il Verbo della via, della vita e della verità.

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