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Senza il ‘senso del peccato’ aumentano i ‘complessi di colpa’.

Despair

Benedetto XVI ha constatato che alla perdita del “senso del peccato” che caratterizza la società attuale è seguito un aumento dei “complessi di colpa”. Questo fenomeno, ha aggiunto, dimostra la necessità dell’essere umano di ricevere il perdono di Dio, che ha luogo attraverso il sacramento della confessione. Il Papa lo ha osservato ricevendo in udienza i partecipanti al Corso sul Foro interno offerto dal Tribunale della Penitenzieria Apostolica a sacerdoti ordinati recentemente. Compiendo un’analisi della realtà attuale, il Papa ha osservato che c’è “un’umanità che vorrebbe essere autosufficiente, dove non pochi ritengono quasi di poter fare a meno di Dio per vivere bene”. Eppure, ha riconosciuto, “quanti sembrano tristemente condannati ad affrontare drammatiche situazioni di vuoto esistenziale, quanta violenza c’è ancora sulla terra, quanta solitudine pesa sull’animo dell’uomo dell’era della comunicazione!”. “In una parola – ha detto –, oggi pare che si sia perso il ‘senso del peccato’, ma in compenso sono aumentati i ‘complessi di colpa’”. “Chi potrà liberare il cuore degli uomini da questo giogo di morte, se non Colui che morendo ha sconfitto per sempre la potenza del male con l’onnipotenza dell’amore divino?”, si è chiesto il Pontefice. “Il sacerdote, nel sacramento della Confessione, è strumento di questo amore misericordioso di Dio”, ha ricordato. “L’impegno del sacerdote e del confessore è principalmente questo: portare ciascuno a fare esperienza dell’amore di Cristo per lui, incontrandolo sulla strada della propria vita”. “Il sacerdote, ministro del sacramento della Riconciliazione, senta sempre come suo compito quello di far trasparire, nelle parole e nel modo di accostare il penitente, l’amore misericordioso di Dio”, ha concluso infine il Papa.

Pubblichiamo il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo venerdì in udienza i partecipanti al Corso sul Foro interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica.

Signor Cardinale,

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

ben volentieri vi accolgo quest’oggi e rivolgo il mio cordiale saluto a ciascuno di voi, partecipanti al Corso sul Foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica. In primo luogo saluto il Signor Cardinale James Francis Stafford, Penitenziere Maggiore, che ringrazio per le gentili parole rivoltemi, il Vescovo Gianfranco Girotti, Reggente della Penitenzieria, e tutti i presenti.

L’odierno incontro mi offre l’opportunità di riflettere insieme a voi sull’importanza del sacramento della Penitenza anche in questo nostro tempo e di ribadire la necessità che i sacerdoti si preparino ad amministrarlo con devozione e fedeltà a lode di Dio e per la santificazione del popolo cristiano, come promettono al Vescovo nel giorno della loro Ordinazione presbiterale. Si tratta infatti di uno dei compiti qualificanti del peculiare ministero che essi sono chiamati ad esercitare ‘in persona Christi’. Con i gesti e le parole sacramentali, i sacerdoti rendono visibile soprattutto l’amore di Dio, che in Cristo si è rivelato in pienezza. Nell’amministrare il Sacramento del perdono e della riconciliazione, il presbitero – ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica – agisce come ‘il segno e lo strumento dell’amore misericordioso di Dio verso il peccatore’ (n. 1465). Ciò che avviene in questo sacramento è pertanto innanzitutto mistero di amore, opera dell’amore misericordioso del Signore.

‘Dio è amore’ (1 Gv 4,16): in questa semplice affermazione l’evangelista Giovanni ha racchiuso la rivelazione dell’intero mistero di Dio Trinità. E nell’incontro con Nicodemo Gesù, preannunciando la sua passione e morte in croce, afferma: ‘Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna’ (Gv 3,16). Abbiamo tutti bisogno di attingere alla fonte inesauribile dell’amore divino, che si manifesta a noi totalmente nel mistero della Croce, per trovare l’autentica pace con Dio, con noi stessi e con il prossimo. Solo da questa sorgente spirituale è possibile trarre quell’energia interiore indispensabile per sconfiggere il male e il peccato nella lotta senza pausa, che segna il nostro pellegrinaggio terreno verso la patria celeste.

Il mondo contemporaneo continua a presentare le contraddizioni ben rilevate dai Padri del Concilio Vaticano II (cfr Cost. past. Gaudium et spes, 4-10): vediamo un’umanità che vorrebbe essere autosufficiente, dove non pochi ritengono quasi di poter fare a meno di Dio per vivere bene; eppure, quanti sembrano tristemente condannati ad affrontare drammatiche situazioni di vuoto esistenziale, quanta violenza c’è ancora sulla terra, quanta solitudine pesa sull’animo dell’uomo dell’era della comunicazione! In una parola, oggi pare che si sia perso il ‘senso del peccato’, ma in compenso sono aumentati i ‘complessi di colpa’. Chi potrà liberare il cuore degli uomini da questo giogo di morte, se non Colui che morendo ha sconfitto per sempre la potenza del male con l’onnipotenza dell’amore divino? Come ricordava san Paolo ai cristiani di Efeso, ‘Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo’ (Ef 2,4). Il sacerdote, nel sacramento della Confessione, è strumento di questo amore misericordioso di Dio, che invoca nella formula dell’assoluzione dei peccati: ‘Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace’.

Il Nuovo Testamento, in ogni sua pagina, parla dell’amore e della misericordia di Dio che si sono resi visibili in Cristo. Gesù infatti, che ‘riceve i peccatori e mangia con loro’ (Lc 15,2), e con autorità afferma: ‘Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi’ (Lc 5,20), dice: ‘Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi’ (Lc 5,31-32). L’impegno del sacerdote e del confessore è principalmente questo: portare ciascuno a fare esperienza dell’amore di Cristo per lui, incontrandolo sulla strada della propria vita come Paolo lo incontrò sulla via di Damasco. Conosciamo l’appassionata dichiarazione dell’Apostolo delle genti dopo quell’incontro che ne cambiò la vita: ‘mi ha amato e ha dato se stesso per me’ (Gal 2,20).

Questa è la sua esperienza personale sulla via di Damasco: il Signore Gesù ha amato Paolo e ha dato la sua vita per lui. E nella confessione questa è anche la nostra strada, la nostra via di Damasco, la nostra esperienza: Gesù ha amato me e si è donato per me. Possa ogni persona fare questa stessa esperienza spirituale e come ha detto il Servo di Dio Giovanni Paolo II ‘riscoprire Cristo come mysterium pietatis, colui nel quale Dio ci mostra il suo cuore compassionevole e ci riconcilia pienamente a sé. È questo volto di Cristo che occorre far riscoprire anche attraverso il sacramento della Penitenza’ (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte, 37). Il sacerdote, ministro del sacramento della Riconciliazione, senta sempre come suo compito quello di far trasparire, nelle parole e nel modo di accostare il penitente, l’amore misericordioso di Dio. Come il padre della parabola del figlio prodigo, accolga il peccatore pentito, lo aiuti a risollevarsi dal peccato, lo incoraggi a emendarsi non venendo mai a patti con il male, ma riprendendo sempre il cammino verso la perfezione evangelica. Questa bella esperienza del figlio prodigo, che trova nel Padre tutta la misericordia divina, sia l’esperienza di chiunque si confessa, nel sacramento della Riconciliazione.

Cari Fratelli, tutto ciò comporta che il sacerdote impegnato nel ministero del sacramento della Penitenza sia animato egli stesso da una costante tensione alla santità. Il Catechismo della Chiesa Cattolica punta alto in tale esigenza, quando afferma: ‘Il confessore […] deve avere una provata conoscenza del comportamento cristiano, l’esperienza delle realtà umane, il rispetto e la delicatezza nei confronti di colui che è caduto; deve amare la verità, essere fedele al Magistero della Chiesa e condurre con pazienza il penitente verso la guarigione e la piena maturità. Deve pregare e fare penitenza per lui, affidandolo alla misericordia del Signore’ (n. 1466).

Per portare a compimento questa importante missione, interiormente unito sempre al Signore, il sacerdote si mantenga fedele al Magistero della Chiesa per quanto concerne la dottrina morale, cosciente che la legge del bene e del male non è determinata dalle situazioni, ma da Dio. Alla Vergine Maria, Madre di misericordia, chiedo di sostenere il ministero dei sacerdoti confessori e di aiutare ogni comunità cristiana a comprendere sempre più il valore e l’importanza del sacramento della Penitenza per la crescita spirituale di ogni fedele. A voi, qui presenti, e alle persone che vi sono care imparto con affetto la mia Benedizione.

Benedetto XVI – 2007

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Come crocifiggere l’ego in 7 punti essenziali

Come si realizza la sottomissione dell’ego a Dio affinché l’anima si liberi e viva in un abbandono totale alla volontà di Dio?

  1. Sii attento a non fare affidamento alla tua sapienza personale e le tue capacità, a non nutrire bramosie umane per una qualche opera, nel timore che il tuo spirito si fermi, si oscuri la tua visione, la grazia ti abbandoni e tu rischi di non vedere più il cammino divino, di perdere la verità, di cadere nella rete del nemico e di diventare schiavo del tuo ego e dei desideri degli uomini.
    Guai a coloro che si credono sapienti, e si reputano intelligenti (Is 5,21)
  2. Guardati dal credere di essere qualcosa di importante, che senza di te le cose si fermino e i lavori si interrompano, e così il tuo ego appaia importante ai tuoi occhi. Sappi che Dio può fare con un altro molto meglio di quanto non faccia con te; che può rendere deboli i forti e forti i deboli, rendere ignoranti i sapienti e sapienti gli ignoranti. Tutto quel che è buono e utile in te è di Dio e non tuo, e se tu non ne hai cura e nel tuo intimo non l’attribuisci a Dio, ti verrà tolto. E se ti vanti della tua intelligenza o della tua virtù, Dio le abbandona ed esse si trasformano in corruzione, rovine e mali.
  3. Se il tuo ego teme la sottomissione a Dio, si sottrae all’abbandono a lui e si gloria del proprio potere; se tu attribuisci la tua intelligenza, la tua virtù e la tua riuscita a te stesso, Dio ti sottopone a correzioni che si ripetono, una dopo l’altra, a tribolazioni che si susseguono, fino a quando non ti sottometti e ti abbandoni a lui con umiltà. Ma se rifiuti la correzione e detesti subire la tribolazione, allora Dio ti abbandonerà a te stesso per sempre.
  4. Sii attento quindi e presta bene ascolto, perché, o ti consideri realmente al pari di niente, in atti e in parole, fermamente deciso nel tuo intimo ad abbandonarti a Dio con tutte le tue forze e, in questo caso, ti liberi di buon grado dal tuo ego per la grazia di Dio; oppure verrai consegnato alla correzione fino a quando, costretto, ti libererai dal tuo ego. Farai bene quindi a scegliere il cammino della sottomissione volontaria, a considerarti fin da ora un nulla e a seguire la grazia sulle vie dello Spirito.
  5. Sappi che la sottomissione a Dio e il totale abbandono alla sua volontà e al suo discernimento sono in realtà un dono e una grazia. Per ottenerlo, insieme alla preghiera e alla supplica, abbiamo bisogno della forza fiduciosa della fede dell’insistenza del cuore, affinché Dio non ci affidi alla correzione a causa del nostro ottenebramento e non ci lasci alla nostra sapienza. Inoltre, dobbiamo optare con grande determinazione per la rinuncia a noi stessi in ogni momento e in ogni occasione, non davanti al mondo, ma nell’intimo della nostra coscienza. Beato colui che scopre la debolezza e la mediocrità della propria anima, che l’ammette e la confessa davanti a Dio fino all’ultimo della sua vita.
  6. Se subisci la correzione, sappi che si tratta di un bene immenso, perché Dio affida alla correzione l’anima che ha dimenticato la propria debolezza e si glorifica delle proprie capacità e successi. Dio la corregge fino a quando non si sia resa conto della propria debolezza: essa vi perviene soprattutto quando Dio non concede alcuno sfogo al suo sconforto bloccando l’io da ogni parte e lasciandolo in preda alle umiliazioni interiori o esteriori – dipendano dai peccati o dagli affronti -, finché l’anima giunga a detestarsi, a maledire la propria intelligenza, a negare la propria capacità e si affidi, infine, a lui, umile e contrita. In quel momento l’uomo non ha difficoltà a detestare il proprio ego; si augura addirittura che tutti si uniscano a lui per detestare quell’ego esecrabile. Tale è l’autentico cammino d’umiltà che conduce al totale abbandono alla volontà divina e che sfocia nella liberazione dell’anima dalla dominazione dell’ego, dai suo inganni, dalla sua ostinazione e dal suo orgoglio.
  7. Se vuoi raggiungere la liberazione dell’anima attraverso il cammino migliore e più semplice, mettiti alla scuola della grazia, siediti ogni giorno, esamina i tuoi pensieri, le tue ragioni, le tue intenzioni, i tuoi obiettivi, le tue parole, le tue azioni alla luce della parola di Dio. Scoprirai allora la corruzione del tuo ego, la sua doppiezza, la sua malizia, i suoi inganni, il suo orgoglio, le sue sozzure… Se persevererai così ogni giorno con cuore contrito, potrai liberarti dall’ego menzognero e morboso e vincere progressivamente su di lui fino a sbarazzarti del suo ascendente. Allora ti renderai conto della gravità del disastro nel quale il tuo ego ti aveva trascinato quando gli obbedivi, quando ti compiacevi in lui, te ne gloriavi e ricercavi il suo rispetto e la sua dignità.

E nello stesso istante in cui, nell’intimo di te stesso, sarai sicuro di non essere nulla e che Dio è tutto, allora sarai veramente libero.

Matta El Meskin

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Umiltà

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Festa dell’Annunciazione: “Si”

La risposta essenziale di Maria all’Annunciazione: il suo semplice «sì».

[Maria] si dichiara serva del Signore. «Avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38).

Bernardo di Chiaravalle, in una sua omelia di Avvento, ha illustrato in modo drammatico l’aspetto emozionante di questo momento. Dopo il fallimento dei progenitori, tutto il mondo è oscurato, sotto il dominio della morte. Ora Dio cerca un nuovo ingresso nel mondo. Bussa alla porta di Maria. Ha bisogno della libertà umana. Non può redimere l’uomo, creato libero, senza un libero «sì» alla sua volontà. Creando la libertà, Dio, in un certo modo, si è reso dipendente dall’uomo. Il suo potere è legato al «sì» non forzato di una persona umana.

Così Bernardo mostra come, nel momento della domanda a Maria, il cielo e la terra, per così dire, trattengono il respiro. Dirà «sì»? Lei indugia… Forse la sua umiltà le sarà d’ostacolo? Per questa sola volta – le dice Bernardo – non essere umile, bensì magnanima! Dacci il tuo «sì»! È questo il momento decisivo, in cui dalle sue labbra, dal suo cuore esce la risposta: «Avvenga per me secondo la tua parola».

È il momento dell’obbedienza libera, umile e insieme magnanima, nella quale si realizza la decisione più elevata della libertà umana. Maria diventa madre mediante il suo «sì». I Padri della Chiesa a volte hanno espresso tutto ciò dicendo che Maria avrebbe concepito mediante l’orecchio – e cioè: mediante il suo ascolto. Attraverso la sua obbedienza, la Parola è entrata in lei e in lei è diventata feconda. In questo contesto, i Padri hanno sviluppato l’idea della nascita di Dio in noi attraverso la fede e il Battesimo, mediante i quali sempre di nuovo il Logos viene a noi, rendendoci figli di Dio. Pensiamo, per esempio, alle parole di sant’Ireneo: «Come l’uomo passerà in Dio, se Dio non è passato nell’uomo  Come abbandoneranno la nascita per la morte, se non saranno rigenerati mediante la fede in una nuova nascita, donata in modo meraviglioso ed inaspettato da Dio, nella nascita dalla Vergine, quale segno della salvezza?»

Tratto dal libro L’infanzia di Gesù di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI  (capitolo 2. – pp. 46 – 47)

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La crisi del dono

Eravamo custodi della vita, non lo siamo più. In cambio della libertà ottenuta, le prime a soffrire siamo noi donne. Se non lo facciamo noi, chi custodirà l’amore per la vita? (C. Miriano)     

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Il concepito è il grande assente del dibattito sull’aborto. Non parla, non partecipa ai dibattiti televisivi, non vota. E’ il convitato di pietra al dibattito sul suo destino. Il nascituro è come un imputato trascinato ad un processo nel quale sono ignoti il capo d’accusa, gli addebiti, le circostanze del delitto ipotizzato. Un processo nel quale la persona alla sbarra non può rendere alcuna dichiarazione spontanea. Deve stare zitto. Continua a leggere

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Teologia della storia – 1

Con questo articolo prende il via una trilogia di appunti di  Palmiro Clerici  sulla Teologia della storia. Siamo nell’anno della fede, e questa fede è ancora tutta da scoprire per rendere alla Santissima Trinità il massimo della gloria.

Quale che sia la spiegazione che possiamo dare del libero arbitrio dell’uomo, non vi è dubbio che esso rappresenta uno dei nostri misteri più grandi e terribili; in ogni caso dobbiamo ammettere che la facoltà data all’uomo di scegliere tra il bene e il male, tra l’ordine e il caos, e di turbare, sia pure accidentalmente, la grande armonia stabilita da Dio in tutte le cose della creazione, è una facoltà tremenda e in un certo senso inconcepibile. Continua a leggere

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Festa della Sacra Famiglia

SANTA FAMIGLIA – Card. Giacomo Biffi

1344_geburt_christiNella famiglia umana come è stata pensata da Dio, lo sposo è totalmente diverso dalla sposa ed essere genitori è totalmente diverso dall’essere figli; ma sposo e sposa, genitori e figli devono essere un’unica cosa nell’unità della casa. Ciascuno ha un volto, un cuore, un’anima sua; e dall’unità dei volti, dei cuori, delle anime nasce e sussiste il miracolo della famiglia.”Dio, nella Trinità, vive così: nella diversità delle persone e nell’assoluta unità dell’essere, della potenza, dell’azione. E alla divina realtà si ispira il disegno che Dio ha pensato per noi. Ma noi siamo sempre tentati di sovrapporre al disegno del grande Artista i nostri scarabocchi, che spesso sono rovesciamenti integrali della prospettiva originaria. Invece di avvalorare i pregi della singolarità personale ci proponiamo il livellamento; invece di mirare a fonderci nell’unità, esasperiamo l’individualismo. L’uomo, si dice, è uguale alla donna: devono avere le stesse funzioni, gli stessi compiti, lo stesso tipo di vita, in modo da essere interscambiabili. I padri e i figli devono essere messi sullo stesso piano: tutti devono giudicare, decidere, comportarsi esattamente nello stesso modo. In questa maniera il progetto divino è capovolto, e la famiglia, uscita dai binari che sono stati predisposti per lei, procede nella storia tra crescenti disagi. Continua a leggere

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Verso quale libertà?

Anno della Fede – Verso quale libertà? 

Tutti nella vita almeno una volta ci siamo posti questa domanda: come può esistere Dio se esiste il male? Che Dio è un Dio che si dice amore ma lascia morire i nostri cari, soffrire i bambini, devastare il mondo (ccc,284)?

Nella vita di ogni uomo non c’è una predestinazione, ma una destinazione, un cammino in cui ciascuno di noi ha la possibilità di dire sì o no a ciò che la provvidenza gli offre (ccc,311).

Ma l’uomo, dopo la cacciata dal Paradiso terrestre, è chiamato a partecipare attivamente all’opera della creazione. Adamo ed Eva perdono l’innocenza e diventano liberi di scegliere. E la conseguenza, annunciata da Dio, è che l’uomo da quel momento inizierà a morire (ccc,400); scegliendo la libertà, sceglie la morte perché decide di condividere il mistero del male (ccc,390). Il male è la conseguenza della nostra libertà; se non ci fosse la libertà non ci sarebbe il male, se non ci fosse il male noi non saremmo soggetti liberi. Se noi non fossimo liberi non potremmo partecipare all’opera della creazione, amando Dio o non amandolo liberamente. Se non si accetta la colpa originaria di Adamo, non si capisce il significato della croce, che attende ogni uomo, e che diviene quindi un sacrificio vano ed assurdo (ccc,385). Il peccato originale, da cui tutti gli altri discendono, è sempre un peccato di superbia, quando si pensa cioè che la propria autodeterminazione sia più importante della volontà di Dio (ccc,387). Noi siamo liberi, questa è la struttura fondamentale dell’universo.

Il problema principale, alla fine resta: perché Dio permette il male (ccc,310)? Perché ha creato un universo dove c’è la libertà. Un luogo dove la bellezza è stata fatta per crescere incessantemente, dove esseri unici si amano reciprocamente e creano ancora più vita. Avrebbe potuto creare l’universo senza il suo lato oscuro? Avrebbe potuto prevenire la possibilità del Male senza trasformare ogni essere vivente in una marionetta, in una semplice parte di un ingranaggio?  Noi così spesso assordati dalle grida di dolore che salgono dalla creazione, sentiamo con difficoltà la parola di Dio che parla alla nostra anima. Satana ci cerca, uno ad uno, e ci tiene in ostaggio spingendoci alla rivolta contro le leggi dell’universo, iscritte da Dio nella materia (ccc,407). Il trofeo a cui mira è niente di meno che coinvolgere tutto il genere umano nella sua ribellione (ccc,272).

La questione consiste  nell’indagare in che modo sia possibile conciliare la volontà di Dio e la libertà della creatura, l’unione che Uno vuole e la separazione che l’altro sceglie, affinché né la creatura cessi di essere libera né Dio di essere sovrano. Il grande problema consiste nel conciliare queste due cose all’apparenza contrarie, in modo tale da non compromettere né l’una né l’altra. La creazione dunque è simile ad un cerchio, del quale Dio è al tempo stesso circonferenza e centro: come centro l’attrae, come circonferenza la contiene. L’uomo si allontana da Dio, rinunciando spontaneamente alla sua grazia, ma così facendo s’avvicina alla circonferenza cadendo in mano alla sua giustizia o divenendo oggetto della sua misericordia. La libertà degli esseri intelligenti consiste nel fuggire dalla circonferenza, che è Dio, per rifugiarsi in Dio, che è centro, e nel fuggire dal centro, che è Dio, per incorrere in Dio che è la circonferenza. S. Agostino il santo dominato dall’amore e pervaso dalla grazia, esclamava dolorosamente: “Povero mortale, vuoi fuggire da Dio? Gettati tra le sue braccia!” (Juan Donoso Cortès)

Una volta nella storia, circa 2000 anni fa un manipolo di uomini e donne hanno creduto: hanno gustato fino in fondo cosa significa credere nell’Amore e il mondo è cambiato per sempre. Ma nonostante ciò, le consolazioni che continuamente il Signore riversa nella nostra anima non bastano mai, l’antica cicatrice di Adamo, dentro la nostra natura, ci trascina indietro, ogni volta, inesorabilmente, ripetutamente verso il desiderio di certezza (ccc,389). L’illusione di comprendere tutto aumenta solo la nostra confusione, alla ricerca di una spiegazione più grande e poi ancora più grande, fino a quando nessuna spiegazione riesce a riempire l’abisso del nostro dubbio. Il senso del dolore e della futilità del tutto a volte ci colpisce duramente: perciò il tempo deve aver avuto un inizio ed avrà una fine. Il Male non può avere il permesso di divorare il bene indefinitamente. Il Tuo popolo è chiamato solo e ancora, generazione dopo generazione, alla fede costante e incrollabile, l’unica sicurezza che vale la pena di possedere. Tu hai piantato questo desiderio dentro di me. Tu hai creato quest’anima che ti supplica. Dacci il fuoco della fede, perché stiamo morendo di freddo (ccc,274).

L’uomo moderno non vuole accettare la dottrina cattolica che la vita umana è una battaglia; vuole solo sentirsi dire, di volta in volta, che è una vittoria.  (G. K. Chesterton) (ccc,409)     

 A cura di Palmiro CLERICI

 

(ccc: catechismo della Chiesa Cattolica)

Fine Minicat III – Leggi I e II

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Qualche ragione per credere

Un ANNO della FEDE: qualche ragione per credere (I)

Non siamo fatti per il vuoto. La nostra natura più profonda si ribella alla mancanza di senso, anzi alla non corrispondenza tra il senso per il quale siamo stati creati (ccc,1), e quelli artificiali che di volta in volta cerchiamo di darci.

La disperazione esistenziale, oggi così diffusa anche tra i giovani, è legata al fatto che non sappiamo cosa farcene della vita e della libertà,  avendo rinunciato all’unico senso che questa può avere.

Il bisogno di infinito, che si riflette nella nostra incessante ricerca di felicità e bellezza, appartiene a tutti – fingono coloro che dichiarano di non averne necessità. Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l’uomo e soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa (ccc,27).

La rivelazione giudeo-cristiana ha portato nuove risposte alle domande di sempre, ma ha posto anche nuove domande alla ragione umana, costringendola a prendere atto che la realtà è principalmente una questione d’amore, che il motore stesso della conoscenza umana è una questione d’amore. L’incontro fecondo tra fede e ragione permette, quindi, di inoltrarsi nel mistero della realtà creata (ccc,50).

Ma perché dovremmo realmente interrogarci sull’esistenza di Dio? 

Rifletti su questo: se Dio esiste Egli è tutto e tutto esiste per mezzo di Lui, se Dio esiste gli devi tutto, se Dio esiste devi aspettarti tutto da Lui (ccc,34). E dopo trai le tue conclusioni.

Si può dunque affermare senza timore di cadere nel panteismo (corrispondenza assoluta tra Dio e il mondo) , che tutte le cose sono in Dio e che Dio crea e mantiene in vita tutte le cose create (ccc,279). Ciò serve, inoltre, a spiegare perché nella stessa misura in cui retrocede la fede, diminuisce nel mondo la conoscenza della verità e perché le società che dimenticano Dio, vedono presto il loro orizzonte coprirsi di tenebre; come la storia umana efficacemente  insegna. Per questo la religione è stata considerata da tutti gli uomini e in ogni tempo la base indistruttibile delle società umane (ccc,28). Secondo Platone: “chi estirpa la religione, mina alle fondamenta ogni società umana.”

La fede e la ragione sono come due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. E’ Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso. (Giovanni Paolo II – Fides et Ratio)

A cura di Palmiro CLERICI

ccc = catechismo della Chiesa Cattolica

Segue II

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Signore, mi arrendo!

Bene, avrei dovuto comprenderlo fin dagli inizi di queste ferie, ma mi ostinavo a voler partire ad ogni costo, ignorando la vocina dentro di me che suggeriva di stare ferma li -a casa- e che sarebbe stata cosa buona e giusta. 

C0sì, per fermarmi, ci sono voluti tanti dolori e la febbre alta e finalmente ho capito anch’io. Mi sono rifugiata nelle braccia di Gesù: “Signore, mi arrendo!” 

 

 

Gesù Cristo pur essendo 
nella condizione di Dio 
non ritenne un privilegio 
l’essere come Dio, 
ma svuotò se stesso assumendo una 
condizione di servo (Fil 2,6-8)

 

Con Maria

Se voglio fare una buona esperienza di contemplazione seguendo il percorso dell’arrendersi incondizionato a Dio, il quale mi vuole tutto per sé, mi si presenta la proposta di imitare Gesù Cristo e la Beata Vergine Maria. Si tratta di fare la volontà di Dio non come una imposizione ma come una mia scelta libera e cosciente della sua volontà. Tutte le categorie di persone, ognuna secondo il proprio stato, possono intraprendere questa proposta di preghiera. Ideale stupendo per la maggior gloria di Dio. Che cosa vuoi di più?
Questa resa senza condizioni abbraccia tutto il mio mondo, la fantasia, gli oggetti, le amicizie, le cose che mi piacciono, ma soprattutto il far bene il mio dovere.
La resa dunque non è un puro sentimento di abbandonarsi a Dio, un qualcosa che può appagare il mio cuore per pochi istanti, ma investe gli impegni, i doveri del proprio stato, quelli cioè che derivano dalla condizione particolare in cui uno
si trova nell’ambito di una famiglia o di una comunità.
Gesù Cristo è stato chiaro sia nella sua obbedienza amorosa al Padre, sia quando diceva: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mc 8,34).
La vera “resa”, l’offrirsi liberamente all’amore di Dio, è una scelta fondamentale che fu così cara a Maria, la Vergine di Nazaret, la quale disse all’Angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38).
L’esercizio di questa proposta di preghiera contemplativa è dunque “la resa”, un consegnarsi incondizionato e cioè una scelta libera e amorosa della volontà del Padre.
Il Signore ha formato i suoi santi prendendoli da tutte le categorie di persone: padri e madri di famiglia, fanciulli e fanciulle, studenti universitari, soldati, medici, professionisti, infermieri, suore, preti, vedove, missionari, ecc.
Non mi sarei mai aspettato che la scelta di Dio cadesse anche su di me. E che Egli mi amasse tanto da conquistarmi, solo in attesa della mia resa senza condizioni. Si è tanto innamorato di uno come me, di un povero peccatore e tante volte traditore?
E pur sapendo che l’arrendermi a Dio è frutto di una violenza amorosa, ma sempre violenza che cattura la mia volontà: Eccomi, mi arrendo e mi dono a Te, Signore mio e Dio mio, in piena libertà, pronto a portare la mia croce e a rinnegare me stesso, con l’amore che lo Spirito Santo mi darà in ogni momento. “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso” (Ger 20,7).
Imitiamo Gesù, così amante del Padre, il quale dopo una lunga lotta nel Getsemani, ha fatto la sua scelta e si è offerto liberamente alla sua passione di croce per nostro amore (cfr Canone II). Ecco l’esempio e allo stesso tempo l’aiuto incondizionato di Gesù per coloro che lo vogliono seguire, rimanendo fedeli al proprio stato.
Arrendersi a Colui che è il più forte, abbassare la nostra difesa davanti a uno che ti fa libero, ti guarisce, ti dona vita perenne e ti brucia il cuore di amore, perché è Lui che si dona a te, è cosa saggia, è la scelta migliore che mi seduce e alletta grandemente, più di ogni offerta del mondo.
Questa resa, dato che ci troviamo nell’ambito di Dio che è l’Amore, ha la sua naturale conclusione nell’abbandono incondizionato a Lui, già ora nella fede e poi per sempre nella sua tenda. Questa è la certezza della nostra speranza.
Estasiante atto amoroso di consegna al mio Amore, poiché già Lui per primo mi ha attirato e si è donato a me senza riserve né limiti di sorta. Se non fosse per Lui io non saprei neanche che cosa sia amare, cioè l’arrendersi liberamente, il donarsi vicendevole, e che cosa sia questo meraviglioso impulso gratuito del dono di sè. Ecco ora cedo davanti all’iniziativa di Colui che, non curante dei miei peccati e delle mie miserie e infedeltà, mi ama e mi chiede amore, perdutamente.

Nello Spirito Santo

Effondi su di me il tuo Spirito, o Signore, come una colata di fuoco davanti alla quale non si può fare altro che arrendersi. La tua presenza è come il sole che illumina e riscalda, mentre una brezza leggera fa desiderare di gustare grandemente la vita nuova nello Spirito.Non mi possiedo più, mentre tu stesso vivi in me” (Gal 2,4) e hai la sovranità assoluta sul mio corpo e sulla mia anima.

Lascio tutto per non avere più nulla di mio: né affetti, né preoccupazioni che mi distolgano da Te. Non difendo più nulla in me. Io stesso non mi difendo più, perché è arrivato il momento della resa a Te, mio gramde amore.
Fondimi al tuo calore, con le tue mani plasmami, del tuo Spirito riempimi e usami secondo il progetto del tuo amore infinito.
È proprio questo che voglio: mi arrendo al tuo amore, cedo le armi di fronte alla tua potenza amorosa, non dubito un istante perché Tu sei fedele al tuo mandato.
Se mi fondi, come l’oro nel crogiuolo, più nulla rimarrà di mio, le scorie verranno eliminate, anche se per questa delicata operazione non basterà né un giorno, né un anno, ma tutta la mia vita.

E quando Tu mi plasmi, come avete fatto con i nostri progenitori, sarò davvero un uomo nuovo, creato a immagine, di Gesù. E come un grande artista, Tu, ogni giorno, ritoccherai questa tua opera. Del tuo Spirito riempimi, in misura  abbondante, fino all’orlo e oltre, perché tutti possano bere di quest’acqua cristallina e il Padre venga sempre lodato, benedetto e ringraziato. Ora Tu puoi usarmi. Grazie, tantissime grazie, o Spirito d’amore. Quanto sei buono! Dal mio nulla, ti prego, attingi e le mani tue riempile di Te, dei tuoi eccellenti doni, e fanne regali a quanti amo. Tutto è tuo, benedetto mio Signore. Dunque non sono più io che vivo, amo, lodo, ringrazio e bacio, ma sei Tu, Spirito del Padre e del Figlio, che vivi e operi in me.

 

Venga il mio Diletto nel suo giardino 
e ne mangi i frutti squisiti (Cantico 4,16).

Vieni, Spirito del Padre. Vieni, Spirito Santo, dolce vento che porti consolazione e sollievo. Vieni ed effondi su di me il profumo dei tuo aromi, e rivestimi di santità. Fammi splendere come una sposa semplice e cara. “Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni, Signore!” (Ap 22,17).
Dal profondo del mio cuore vado ripetendo: “Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti” (Ct 4,16). Il mio invito è per Te, Gesù, anche se Tu puoi venire non invitato, come hai già fatto, poiché io non appartengo più a me stesso, ma tutto tuo già io sono. Il tuo amore mi ha fatto tuo. Il tuo Spirito mi ha ricostruito. Che cosa ho ancora che sia mio e non tuo? Il riconoscimento dei miei peccati.
E anche questo è un dono del tuo Spirito. Per questo il testo sacro dice: “Venga il mio diletto nel suo giardino”. E’ tuo il giardino e Tu sei mio. Chi ci guadagna di più? Un giardino senza pretese, disadorno e spoglio, ti sei acquistato, e io, invece, un amante forte e geloso ho avuto in regalo. Tu sai seminare nel mio giardino, far fruttare, cogliere e gustarne i frutti squisiti, e sono quelli del tuo Spirito. Ma anch’io posso riamarti senza morirne, perché il tuo Spirito allarga sempre di più gli spazi del mio cuore.
Ora è tuo il mio giardino, tuoi i frutti, ogni cosa ti consegno, il mio essere e il mio avere ti dono. Non sono più io e più non mi possiedo, ma ho caro che tutto sia tuo, perché solo così ritrovo me stesso, nel migliore mio esistere.
Mi metto in ascolto e sento la tua voce, la tua conferma: Parola che crea, Spirito che rinnova la faccia della terra. Parola che mi chiama al convito, Spirito che ha la dolcezza di un favo di miele. “Sono venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo, mangio il mio favo e bevo il mio vino” (Ct 5,1).

Sì, mio caro Gesù, tutto è tuo.

Le condizioni della resa

“Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo” (Fil 2,5), scrive San Paolo. Ecco: le condizioni della resa e il percorso da fare seguendo le orme di Gesù. Egli si è arreso, come Figlio, alla volontà del Padre suo, incarnandosi e seguendo la via tracciatagli, fino alla morte di croce.
Ed egualmente Gesù, nostro fratello, si è arreso a noi peccatori e per noi ha subito liberamente, come sua scelta, una morte ignominiosa e dolorosissima: inchiodato sul legno, a braccia aperte e il cuore squarciato per accoglierci tutti. Gesù si arrende a noi ogni giorno con le parole del Memoriale: “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”. Nella sua grande libertà amorosa non solo si fa cibo e bevanda ma pure prende casa nel tabernacolo per stare sempre in mezzo a noi.
E come Gesù si offre a noi liberamente, dice infatti “Prendete e mangiatene tutti”, allo stesso modo noi liberamente e con amore lo accettiamo, poiché la violenza che egli ci fa è violenza d’amore. “Signore, gridava Geremia, tu mi hai sedotto e io non ho saputo resisterti. (Ger 20,7).
Mi domando come si può resistere all’amore e all’amore di Dio? Maria lo ha capito e senza esitare ha risposto all’angelo: “Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). Anche San Paolo non ha saputo resistere al pungolo che lo sollecitava e alla parola che lo chiamava (At 9,1-31).
Arrendersi a Dio è un invito rivolto a tutti i cristiani di tutte le categorie, infatti con il Padre nostro, se lo comprendiamo e lo preghiamo bene, ci consegniamo a Dio totalmente.
È chiaro che la nostra resa incondizionata – cioè mettere Dio al primo posto -, ha un suo percorso preciso: La Via della Croce, la via del proprio dovere. Questa via ci porta a vivere una vita più alta, più vera, una vita da non potersi immaginare quanto sia forte e meravigliosa: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). La mia vita in questa mia carne ha significato perché è vita di fede in Cristo e non mi sbaglio perché porto in me il sigillo dello Spirito che non mi inganna. Questo sigillo illumina la mia mente e mi fa toccare con mano – che Gesù, il Figlio della tutta Santa, “mi ha amato e ha dato se stesso proprio per me” (Gal 2,20). Tutto ciò dà sicurezza al cuore appagandolo pienamente.
Non possiamo tergiversare, un po’ di qua e un po’ di là. Gesù parla della vite e dei tralci. Lui è la Vite e noi i tralci. E chi di noi non vuole vivere, e vivere bene? Egli si presenta come l’Assoluto, colui che solo possiede il vivere e soltanto chi rinnega se stesso e sta unito a lui, vive veramente, adesso e per sempre. Chi sta unito a Lui porta molto frutto, ma se uno si annoia e non ama e non porta frutto, il Padre lo taglia e vien gettato nel fuoco. (cfr. Gv 15).
Per terminare: la via della “resa” a Dio, tocca la montagna delle Beatitudini. Lì uno deve costruire la sua casa, lì bisogna innalzare la nostra tenda, perché soltanto in quel monte abita Gesù. (Matteo 5,1-12).

D. Timoteo Munari, sdb

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Con quale forza?

I santi Padri ci dicono tutti, ad una voce: «La prima cosa che devi metterti in mente, in modo assoluto, è di non appoggiarti mai su te stesso. Il combattimento che devi affrontare è straordinariamente arduo, e le tue sole forze umane sono assolutamente insufficienti per condurlo. Se ti fidi di te stesso, sarai immediatamente buttato a terra, e perderai ogni voglia di continuare la lotta. Solo Dio può darti la vittoria che desideri».

Risolversi così a non riporre alcuna fiducia in se stessi, è per molti un serio ostacolo, che impedisce loro di incominciare una volta per tutte. Bisogna venirne a capo, sotto pena di dover abbandonare ogni speranza di andare oltre. Come potrebbe infatti un uomo ricevere consigli, formazione e soccorsi, se crede di sapere tutto, di poter tutto, e di non aver alcun bisogno di suggerimenti? Attraverso un simile muro di sufficienza non può passare il più piccolo raggio di luce. «Guai a coloro che si credono sapienti e si reputano intelligenti» (Is 5,21); e s. Paolo ci dà questo avvertimento: «Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi» (Rom 12,16).
Il Regno dei cieli è rivelato ai piccoli, ma rimane nascosto ai sapienti e agli intelligenti (cf. Mt 11,25).

Dobbiamo dunque spogliarci di questa fiducia esagerata che abbiamo in noi stessi. Essa è spesso così radicata in noi, che nemmeno più ci accorgiamo dell’impero che esercita sul nostro cuore. È precisamente il nostro egoismo, la nostra preoccupazione di noi stessi, il nostro amor proprio, la causa di tutte le nostre difficoltà, della nostra mancanza di libertà interiore nella prova, delle nostre contrarietà, dei nostri tormenti di anima e di corpo.

Getta uno sguardo su te stesso, e vedrai fino a qual punto sei invischiato dal desiderio di far piacere al tuo «io», e soltanto a lui. La tua libertà è incatenata dagli stretti nodi dell’amore dite medesimo, e tu sei così sballottato dal caso, da mattina a sera, come un cadavere incosciente. «Ora, ho voglia di bere», «ora, ho voglia di uscire», «ora, ho voglia di guardare il giornale»… Di momento in momento, i tuoi desideri ti tengono per le redini, e se un qualche ostacolo ti attraversa, immediatamente prendi fuoco, vinto dalla contrarietà, dall’impazienza e dalla collera.

Se scruti bene il fondo della tua coscienza, vi scoprirai le medesime cose. Il sentimento di dispiacere che provi quando qualcuno ti contraddice, ti permette di constatarlo facilmente. Noi viviamo così come degli schiavi. Ma «dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (2 Cor 3,17). Che ci ricavi a gravitare ininterrottamente attorno al tuo io? Il Signore non ci ha comandato di amare il prossimo come noi stessi, e di amare Dio al di sopra di tutto? Ma lo facciamo? Non siamo, al contrario, sempre occupati a pensare al nostro benessere?

Sii dunque convinto che niente di buono può venire da te stesso. E se capita che sorga in te qualche pensiero disinteressato, sii certo che non viene da te, ma è deposto in te dalla Sorgente della Bontà: è un dono di Colui che dà la vita. Così pure il potere di far passare all’atto questo buon pensiero, non viene da te, ma ti è concesso dalla Santa Trinità.

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Nulla è impossibile a Dio – (Lc 1,37)

La domanda di Maria, all’annuncio dell’Angelo: “Com’è possibile questo?” ebbe come risposta: “Nulla è impossibile a Dio” e, a riprova di ciò, le venne portato l’esempio di Elisabetta, che nella sua vecchiaia aveva concepito un figlio. Maria credette e divenne la Madre del Signore.

Dio è onnipotente: questo suo nome si incontra frequentemente nella Sacra Scrittura ed è usato quando si vuole esprimere la potenza di Dio nel benedire, nel giudicare, nel dirigere il corso degli eventi, nel realizzare i suoi disegni.

C’è un solo limite all’onnipotenza di Dio: la libertà umana, che si può opporre alla di lui volontà rendendo l’uomo impotente, mentre sarebbe chiamato a condividere la stessa forza di Dio.

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