Articoli con tag: fedeltà

Siamo quello che siamo e siamolo bene

silence11-desalesAl di sopra di tutto, la nostra risposta all’amore di Dio si tradurrà nella maniera con cui noi viviamo la nostra vocazione. Questo termine designava allora le occupazioni inerenti alla condizione sociale di ciascuno, e Francesco di Sales l’assimila alla vocazione nello stesso tempo che l’esalta. «Dio ama la nostra vocazione, scrive alla signora Brûlart, amiamola perciò anche noi» (XII 351). L’invito del vangelo è di vivere non malgrado la nostra situazione sociale, ma attraverso di essa e i molteplici impegni che comporta. Una parola chiave, rivolta ancora alla stessa Brûlart, riassume questo invito: «Siamo ciò che siamo e siamolo bene, per fare onore al maestro operaio di cui noi siamo la sua occupazione» (XIII 53).

Francesco di Sales moltiplica gli inviti a essere gioiosamente ciò che siamo, nel compimento del nostro dovere di stato, accettandoci col nostro temperamento e i nostri difetti, nelle circostanze che costituiscono il contesto della nostra vita: salute, malattia, il carattere di coloro che ci circondano, gli avvenimenti di ogni giorno. Continua a leggere

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La fabbrica dei divorzi

Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito; e il marito non ripudi la propria moglie. (1.Cor. 7,10-11)

HBSP98E7_Pxgen_r_300xALa propaganda divorzista nel 1974 puntava molto sui “casi umani”: non si può obbligare, si diceva, a rimanere unita una coppia in cui il marito è violento, ubriacone o delinquente. Oggi iniziamo a valutare anche l’altro lato dei casi umani: i figli disorientati e i vecchi abbandonati, lo spirito di rivalsa reciproco inoculato nella coppia, con la prole usata spesso come strumento di ricatto. Il divorzio inoltre, che si conclude nella stragrande maggioranza dei casi con l’espulsione del padre dal nucleo familiare, è stato uno dei principali strumenti per l’indebolimento della figura paterna.  Se poi il divorzio è la fine fatale del matrimonio, i giovani, consapevoli del disastro che ciò comporta e che hanno già vissuto nelle loro famiglie d’origine, non vogliono più sposarsi. Continua a leggere

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San Lorenzo… e le stelle cadenti

images-sanlorenzoLorenzo, latino Laurentius, fu uno dei sette diaconi di Roma, dove venne martirizzato nel 258 durante la persecuzione voluta dall’imperatore romano Valeriano nel 257.

Le notizie sulla vita di Lorenzo, che pure in passato ha goduto di una devozione popolare notevole, sono scarse. Si sa che era originario della Spagna e più precisamente di Osca, in Aragona, alle falde dei Pirenei. Ancora giovane, fu mandato a Saragozza per completare gli studi umanistici e teologici; lì conobbe il futuro Papa S. Sisto II. Questi, che era originario della Grecia, insegnava in quello che era, all’epoca, uno dei più noti centri di studi della città e, tra quei maestri, il futuro papa era uno dei più conosciuti ed apprezzati.

Tra maestro e allievo iniziò un’amicizia e una stima reciproche. Entrambi, seguendo un flusso migratorio allora molto vivace, lasciarono la Spagna per trasferirsi a Roma.

Quando il 30 agosto 257 Sisto fu eletto vescovo di Roma, affidò a Lorenzo il compito di arcidiacono, cioè di responsabile delle attività caritative nella diocesi di Roma, che beneficiavano 1500 persone fra poveri e vedove.

Agli inizi  dell’agosto 258 l’imperatore Valeriano aveva emanato un editto, ordinando che tutti i vescovi, presbiteri e diaconi dovevano essere messi a morte: «Episcopi et presbyteri et diacones incontinenti animadvertantur » (san Cipriano, Epistola LXXX, 1). Continua a leggere

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Prove tecniche di resistenza

Paul Miki und Gefährten

“Anche un popolo tradizionalmente cattolico può (…) avvertire in senso negativo, o assimilare quasi inconsciamente, i contraccolpi di una cultura che finisce per insinuare un modo di pensare nel quale viene apertamente rifiutato, o nascostamente ostacolato, il messaggio evangelico”.


Sembra trascorso qualche decennio da queste parole. In realtà sono state pronunciate da Benedetto XVI poco più di due anni fa, durante la visita pastorale ad Aquileia e Venezia. Continua a leggere

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Santo Stefano il Protomartire

18060455511119495788Stefano è il più rappresentativo di un gruppo di sette compagni. La tradizione vede in questo gruppo il germe del futuro ministero dei diaconi, anche se bisogna rilevare che questa denominazione è assente nel Libro degli Atti. L’importanza di Stefano risulta in ogni caso dal fatto che Luca, in questo suo importante libro, gli dedica due interi capitoli.

Il racconto lucano parte dalla constatazione di una suddivisione invalsa all’interno della primitiva Chiesa di Gerusalemme: questa era, sì, interamente composta da cristiani di origine ebraica, ma di questi alcuni erano originari della terra d’Israele ed erano detti ebrei, mentre altri di fede ebraica veterotestamentaria provenivano dalla diaspora di lingua greca ed erano detti ellenisti. Ecco il problema che si stava profilando: i più bisognosi tra gli ellenisti, specialmente le vedove sprovviste di ogni appoggio sociale, correvano il rischio di essere trascurati nell’assistenza per il sostentamento quotidiano. Per ovviare a questa difficoltà gli Apostoli, riservando a se stessi la preghiera e il ministero della Parola come loro centrale compito, decisero di incaricare «sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza» perché espletassero l’incarico dell’assistenza (At 6, 2-4), vale a dire del servizio sociale caritativo. A questo scopo, come scrive Luca, su invito degli Apostoli i discepoli elessero sette uomini. Ne abbiamo anche i nomi. Essi sono: «Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola. Li presentarono agli Apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani» (At 6,5-6). Continua a leggere

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L’ora della fedeltà ultima

Giovanna d’Arco, dopo il suo rinnegamento, gridando un’ultima volta dinanzi al rogo: «Le mie voci erano di Dio, le mie voci non mi hanno ingannata.» – Povera bambina, ebbra del suo Dio, della sua missione e della sua gloria, poi straziata, abbandonata come Gesù nel Getsemani in un deserto senza miraggi, che grida ancora la sua fede disperata in un cielo senza promesse. È nell’ora della fedeltà ultima, nell’ora in cui i battiti del nostro cuore e i fumi della nostra immaginazione non si confondono più con l’appello divino che le nostre voci non ci ingannano più. La verità è al termine, non al principio della vocazione…

(Gustave Thibon, Le voile et le masque,  Fayard, Paris 1985, pp. 21-22)

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