Articoli con tag: Chiesa

La cittadella della secessione interiore

lubacdi Henri de Lubac

Note sulla tentazione del polemismo sterile e sui falsi rigori che degradano in ideologia i misteri della fede.

(Da Meditazioni sulla Chiesa, Paoline, Milano 1955, pp. 291-300 e pp. 337-338)

« […] l’intransigenza della fede, l’attaccamento alla tradizione, non si mutano mai, nel vero uomo di Chiesa, in durezza, in disprezzo, in aridità di cuore. Non sopprimono in lui il dono della simpatia accogliente ed aperta, e non lo imprigionano in una cittadella di atteggiamenti negativi. Continua a leggere

Categorie: Cristianesimo, Saggezza | Tag: , , , | 3 commenti

Sant’Ambrogio

Cari fratelli e sorelle,

St.Peter_am_Wimberg_Kirche_-_Kanzel_4_Ambrosiusil santo Vescovo Ambrogio – del quale vi parlerò quest’oggi – morì a Milano nella notte fra il 3 e il 4 aprile del 397. Era l’alba del Sabato santo. Il giorno prima, verso le cinque del pomeriggio, si era messo a pregare, disteso sul letto, con le braccia aperte in forma di croce. Partecipava così, nel solenne Triduo pasquale, alla morte e alla risurrezione del Signore. «Noi vedevamo muoversi le sue labbra», attesta Paolino, il diacono fedele che su invito di Agostino ne scrisse la Vita, «ma non udivamo la sua voce». A un tratto, la situazione parve precipitare. Onorato, Vescovo di Vercelli, che si trovava ad assistere Ambrogio e dormiva al piano superiore, venne svegliato da una voce che gli ripeteva: «Alzati, presto! Ambrogio sta per morire…». Onorato scese in fretta – prosegue Paolino – «e porse al Santo il Corpo del Signore. Appena lo prese e deglutì, Ambrogio rese lo spirito, portando con sé il buon viatico. Così la sua anima, rifocillata dalla virtù di quel cibo, gode ora della compagnia degli angeli» (Vita 47). In quel Venerdì santo del 397 le braccia spalancate di Ambrogio morente esprimevano la sua mistica partecipazione alla morte e alla risurrezione del Signore. Era questa la sua ultima catechesi: nel silenzio delle parole, egli parlava ancora con la testimonianza della vita. Continua a leggere

Categorie: Cose da Santi... | Tag: , , , , , | 5 commenti

Il vostro parlare sia sì sì, no no…

Tolleranza, bellissima parola. Ma usata troppo spesso per nobilitare la soddisfatta indifferenza degli agnostici e la pigrizia e il dubbio dei credenti. Molti cristiani credono che essere tolleranti significhi sforzarsi di essere tollerabili. Così, per farsi tollerare annacquano il loro vino e diluiscono il loro lievito. (Thomas  S. Eliot)

163513_383245995121946_1211347015_nC’è una parola che nella società contemporanea  ha conosciuto un successo senza precedenti, la  parola  “dialogo”. Una significativa parte del mondo cattolico si è lanciata in una specie di epopea del dialogo a tutti i costi. Sono sempre di più i cattolici che pensando di essere moderni e aperti,  credono che la carità cristiana imponga di astenersi dal giudicare se una certa religione è vera o falsa, se una certa ideologia è giusta o sbagliata, e tutto ciò in nome del dialogo. Par quasi che per essere buoni cattolici si debba parlare con entusiasmo di ogni religione, tranne che della propria. Si giustifica così una certa visione del cattolicesimo, completamente svirilizzato, per la quale non si sarebbe cristiani se non si accettasse il dialogo a qualunque costo, se non si rinunciasse ai propri principi pur di non urtare gli altri. Gesù era umile, ma non pusillanime. Il Nuovo Testamento ha parole terribili per i vili, coloro che non si espongono e non sono pronti allo scontro quando necessario:  (Ap. 3,16). Continua a leggere

Categorie: Minicatechesi | Tag: , , , , , , , , , , , , | 2 commenti

Chiesa Cattolica e omosessualità

Il luogo comune è oggi il peggior nemico del cristianesimo: esso si diffonde a macchia d’olio, come una malattia il cui contagio avviene per trasmissione orale. Di bocca in bocca l’errore travestito da buonsenso circola nelle piazze, negli uffici, nelle case, e trova spesso il povero cattolico assolutamente impreparato. Come un lupo vorace si mangia la sua fede e la sua capacità di ragionamento, e lo trasforma in un uomo del mondo che ragiona come il mondo. Un esempio su tutti: l’omosessualità. Prendendo spunto dall’intelligenza del Beato Pio IX, utilizziamo l’espediente letterario del Sillabo, e riassumiamo sette “false proposizioni” che riguardano l’omosessualità, spiegando in sintesi dove sta l’errore.

7118E0AA1C3B3291794525B8CEE

Sette sintetiche illuminanti risposte ai luoghi comuni sull’omosessualità.

Da ricordare, da utilizzare.

  1. L‘omosessualità è una tendenza innata, e quindi agire di conseguenza non è una colpa. “La genesi psichica dell’omosessualità rimane in gran parte inspiegabile”. Così il n. 2357 del Catechismo della Chiesa cattolica. Delle due, l’una: o l’omosessuale è tale per ragioni di patologia -psichica o organica – e allora la sua è una malattia che può e deve essere curata. Oppure l’omosessuale vuole essere tale per una scelta culturale, e in tal caso entra in gioco il suo libero arbitrio. In entrambi i casi, la Chiesa non giudica la tendenza omosessuale, ma chiede di vigilare sulla condotta: “le persone omosessuali sono chiamate alla castità” (n. 2359 Catechismo).
  2. Ci sono tante persone che vivono da omosessuali, quindi è una cosa normale. I mezzi di comunicazione utilizzano con grande abilità un meccanismo elementare: parlare molto di un certo comportamento serve a renderlo normale. È stato così per il divorzio e per l’aborto. Oggi si tenta la stessa operazione con la pornografia e l’omosessualità. Noi non ce ne accorgiamo, ma è una sorta di avvelenamento progressivo a lento rilascio: alla fine tutto è normale. Compresa la pedofilia. Ma la Chiesa ci insegna che non è la statistica a tracciare la strada maestra verso il Paradiso. La verità non è democratica: non si può mettere ai voti.
  3. Non esistono comportamenti “normali” e “anormali”. Sintesi della follia contemporanea: nessuna legge, nessuna convivenza civile sarebbero possibili cancellando queste due categorie fondamentali del pensiero. Se non esiste la normalità, non esiste nemmeno il giusto e l’ingiusto, il vero e il falso. La vita dell’uomo sarebbe condannata all’insignificanza.
  4. L’importante è che due persone si amino: il resto non conta. Classico luogo comune buonista capace di ammaliare schiere di cattolici privi di anticorpi. La Chiesa – ma prima ancora la natura – ci insegna che l’amore è autentico solo quando è “creativo”, cioè quando produce, quando dona, quando trae dal nulla qualcosa di bello. Quando, in una parola, genera. Per questo il diritto canonico considera nullo un matrimonio nel quale siano stati esclusi in partenza i figli. L’omosessualità è per definizione un non-amore, perché è per definizione sterile. È un amore impossibile, perché vorrebbe piegare la natura, violentandola .
  5. La Chiesa discrimina e abbandona nella solitudine gli omosessuali. L’unico luogo dove un omosessuale può essere accolto come fratello è la Chiesa. La Chiesa ama come Maestra, dicendo la verità che libera: va e non peccare più. E la Chiesa ama come Madre, attendendo ognuno di noi, omosessuali compresi, nell’oasi sempre fresca del confessionale. Dentro il quale non c’è posto per nessun tipo di orgoglio, tanto meno gay .
  6. Chiedere agli omosessuali di vivere castamente significa operare una discriminazione intollerabile ai loro danni. Gesù chiede a tutti gli uomini di vivere castamente: in particolare, a tutti coloro che non sono sposati, e che magari sono in quello stato non per scelta ma per le circostanze della vita, come pure a divorziati e separati. Ma, per citare una battuta del Cardinal Biffi, anche agli sposati è richiesto un grande sforzo: rinunciare a tutte le donne , o a tutti gli uomini  del mondo, ad eccezione del proprio sposo. Il mondo si meraviglia – o deride – la fatica di questo cammino perché non crede nella potenza della Grazia, ed è accecato dalla presunzione di fare da sé .
  7. Ognuno ha diritto a vivere la sessualità come preferisce, anche con persone dello stesso sesso. Come tutti purtroppo sperimentiamo, l’uomo è certo libero di peccare. Ma per poter conservare questa libertà, di fare il bene e di fare il male, occorre che sia sempre capace di riconoscere il bene e il male. E la condotta omosessuale è -almeno oggettivamente – un male grandissimo. Quando poi a questa miseria umana si aggiungono la rivendicazione, l’ostentazione, la pretesa di uno status giuridico, le manifestazioni di piazza e l’irrisione del Papa e della Chiesa, allora il male si moltiplica perché grande è lo scandalo che si semina nel cuore di molti innocenti. E con questi peccatori Gesù non fu tenero… [rif:CCC: 2357, 2358, 2359] 

A cura di Palmiro CLERICI

Fonte: M. Palmaro per  IL TIMONE

1340208710575

 

Minicatechesi per l’Anno della Fede

Categorie: Minicatechesi | Tag: , , , , , , | 3 commenti

La Via, la Verità, la Vita

«Egli si indignò, e non voleva entrare» (Luca 15,28).

IMG-20130824-WA0049Certo che ‘sto Papa è scandaloso! Come quell’altro che portava le scarpette rosse, o come quell’altro ancora fotografato in costume da bagno nella piscina di Castelgandolfo, o come quell’altro ancora, ve lo ricordate? Massì quello che andava a casa dei pagani e divideva con loro cibo impuro, tanto che poi gli fu rinfacciato da quelli della stessa “comunità” di cui era a capo: «sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!» (Atti 11,3).

Ecco: dopo duemila anni di storia della Chiesa, quando ormai avremmo dovuto ben imparare a comportarci col Vicario di Cristo, siamo invece ancora allo stesso punto. Ma tant’é: questo è l’uomo. Quello che, pur redento, salvato e rimasto nella casa del Padre, rimane ferito da un peccato originale che sempre tenta di renderlo diviso in sé stesso, in antitesi a quell’opera di unità cui chiama lo Spirito ricevuto nel Battesimo e senza il quale, si sa: «nulla è nell’uomo, nulla è senza colpa».

E così, agli albori di questo nuovo pontificato, siamo tutti ancora qui a cascare nell’antico tranello del divisore e gridando allo scandalo de: “il Papa ha detto, il Papa ha fatto”. Continua a leggere

Categorie: Andrea Torquato Giovanoli, Papa Francesco | Tag: , , , , , , , , , , | 4 commenti

Guerre e rumori di guerre

di Andrea Torquato Giovanoli

«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» (Matteo 10,34-36).

Schild_Gebet

Stamattina, pregando il Benedictus, meditavo come alcuni versetti di quest’inno (Luca 1,71 in particolare: «salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano») riflettano bene la situazione contemporanea della Chiesa.

Come Israele, che dopo l’entrata nella terra promessa iniziò ad essere avversa alle nazioni contigue, le quali a turno cominciarono a muovergli contro costringendolo a lunghi periodi di snervante ostilità armata; così la Chiesa, che lungo tutto il corso della sua storia, ma specialmente dall’avvento dell’illuminismo in poi, ha vissuto un accanimento crescente nei propri confronti, il quale oggi giorno sembra aver quasi raggiunto l’acme. Continua a leggere

Categorie: Andrea Torquato Giovanoli, Cristianesimo, Il Rosario, Politica e verità | Tag: , , , , , , , , , , , , , , | 8 commenti

San Domenico di Guzman

Cari fratelli e sorelle,

Dominikus4la settimana scorsa ho presentato la luminosa figura di Francesco d’Assisi, quest’oggi vorrei parlarvi di un altro santo che, nella stessa epoca, ha dato un contributo fondamentale al rinnovamento della Chiesa del suo tempo. Si tratta di san Domenico, il fondatore dell’Ordine dei Predicatori, noti anche come Frati Domenicani.

Il suo successore nella guida dell’Ordine, il beato Giordano di Sassonia, offre un ritratto completo di san Domenico nel testo di una famosa preghiera: “Infiammato dello zelo di Dio e di ardore soprannaturale, per la tua carità senza confini e il fervore dello spirito veemente ti sei consacrato tutt’intero col voto della povertà perpetua all’osservanza apostolica e alla predicazione evangelica”. E’ proprio questo tratto fondamentale della testimonianza di Domenico che viene sottolineato: parlava sempre con Dio e di Dio. Nella vita dei santi, l’amore per il Signore e per il prossimo, la ricerca della gloria di Dio e della salvezza delle anime camminano sempre insieme.

Domenico nacque in Spagna, a Caleruega, intorno al 1170. Apparteneva a una nobile famiglia della Vecchia Castiglia e, sostenuto da uno zio sacerdote, si formò in una celebre scuola di Palencia. Si distinse subito per l’interesse nello studio della Sacra Scrittura e per l’amore verso i poveri, al punto da vendere i libri, che ai suoi tempi costituivano un bene di grande valore, per soccorrere, con il ricavato, le vittime di una carestia. Continua a leggere

Categorie: Benedetto XVI, Feste cattoliche, La Cattedrale, Vox catholicae Ecclesiae | Tag: , , , , , , , , , | 2 commenti

La tunica inconsutile

di Andrea Torquato Giovanoli

Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo».
È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? (1Cor 1, 12-13)

In questi ultimi tempi sembra proprio che tra i cristiani si stia propagando un particolare prurito, un’antica insofferenza tra schieramenti, un fazioso incrudimento tra i diversi accenti di fede. Diatriba accesasi forse proprio con il passaggio di testimone da Benedetto a Francesco, nel fraintendimento capzioso (e può darsi, in alcuni casi, doloso), di una dualità, una sorta di concorrenza invisibile, una dicotomia d’intenti in realtà inesistente.
La diversità di registro tra i due Papi viene sempre più spesso equivocata come contrapposizione di contenuti, ed un’approssimazione crescente nell’informazione alimenta questa miopia di sguardo, rendendo facile all’avversario quel compito che si è scelto fin dal principio. Continua a leggere

Categorie: Apostoli -Evangelisti, In Cristo Re e Maria Santissima, Non c'è più religione..., Sacre Scritture, Saggezza, Vita spirituale | Tag: , , , , , , , , , | 19 commenti

Il mistero della SS. Trinità – la parola ai mistici

Santa Teresa d’Avila (dottore della Chiesa):
«…il nostro buon Dio vuole ormai levarle [all’anima; N.d.R.] le squame dagli occhi, affinché veda e comprenda qualcosa della grazia che egli le concede, ma in un modo singolare. Una volta che essa sia introdotta in questa mansione, per mezzo di una visione intellettuale, tutt’e tre le Persone della Santissima Trinità le si mostrano per una certa rappresentazione della verità, nel divampare di un incendio che investe subito il suo spirito come una nube risplendente. Le tre Persone si vedono distintamente e l’anima, per una nozione ammirabile che le viene comunicata, comprende con assoluta certezza che tutt’e tre sono una sola sostanza, una sola potenza, una sola sapienza, un solo Dio. Così, ciò che crediamo per fede, l’anima qui lo percepisce, si può dire, con la vista, anche se non si vede nulla né con gli occhi del corpo né con quelli dell’anima, perché non si tratta di visione immaginaria. Allora tutt’e tre le divine Persone si comunicano ad essa, le parlano e le fanno intendere le parole dette dal Signore nel Vangelo: che egli verrà, con il Padre e lo Spirito santo, a dimorare nell’anima che lo ama e osserva i suoi comandamenti.»
(Santa Teresa d’Avila; “Castello interiore”, VII mansioni, cap. I, par. 6)

Santa Caterina da Siena (dottore della Chiesa):
«O Trinità eterna, o deità, natura divina che avvalorò il prezzo del sangue del Figlio tuo! Tu, Trinità eterna, Sei un mare profondo, in cui quanto più ci si immerge, più lo si trova, e quanto più lo si trova, più lo si cerca. Tu sei insaziabile, perché tuffandosi l’anima nel tuo abisso, non si sazia, ma in te permane nella fame di te, e di te ha sete, Trinità eterna, desiderando vederti, con il lume, nella tua luce. Come il cervo brama la fonte d’acqua viva, così l’anima desidera uscire dal carcere oscuro del corpo e vedere te in verità. O quanto tempo ancora sarà nascosta ai miei occhi la tua faccia?
O Trinità eterna, fuoco e abisso di carità, dissolvi ormai la nube del mio corpo! La conoscenza di te, che mi hai donato nella tua verità, mi costringe a desiderare di lasciare la gravezza del mio corpo e di dare la vita a gloria e lode del tuo nome. Perché io ho gustato e veduto, con il lume dell’intelletto, nel tuo lume, l’abisso tuo, Trinità eterna, e la bellezza della tua creatura. Continua a leggere

Categorie: Feste cattoliche, In Cristo Re e Maria Santissima, La Cattedrale | Tag: , , , , | 14 commenti

La santità dal volto femminile

Ritengo particolarmente significativa l’opzione per questa santità dal volto femminile, nel quadro della provvidenziale tendenza che, nella Chiesa e nella società del nostro tempo, è venuta affermandosi con il sempre più chiaro riconoscimento della dignità e dei doni propri della donna.
In realtà la Chiesa non ha mancato, fin dai suoi albori, di riconoscere il ruolo e la missione della donna, pur risentendo talvolta dei condizionamenti di una cultura che non sempre ad essa prestava l’attenzione dovuta. Ma la comunità cristiana è progressivamente cresciuta anche su questo versante, e proprio il ruolo svolto dalla santità si è rivelato a tal fine decisivo. Un impulso costante è stato offerto dall’icona di Maria, la « donna ideale », la Madre di Cristo e della Chiesa. Ma anche il coraggio delle martiri, che hanno affrontato con sorprendente forza d’animo i più crudeli tormenti, la testimonianza delle donne impegnate con esemplare radicalità nella vita ascetica, la dedizione quotidiana di tante spose e madri in quella « Chiesa domestica » che è la famiglia, i carismi di tante mistiche che hanno contribuito allo stesso approfondimento teologico, hanno offerto alla Chiesa un’indicazione preziosa per cogliere pienamente il disegno di Dio sulla donna. Esso del resto ha già in alcune pagine della Scrittura, e in particolare nell’atteggiamento di Cristo testimoniato nel Vangelo, la sua espressione inequivocabile. In questa linea si pone anche l’opzione di dichiarare santa Brigida di Svezia, santa Caterina da Siena e santa Teresa Benedetta della Croce compatrone d’Europa.
Beato Giovanni Paolo II

Vedi anche: La vita di Santa Caterina da Siena

G-marino__S-Caterina-da-Siena_g

Categorie: Cose da Santi... | Tag: , , , , , , , , | 14 commenti

Andate ad annunziare

“Andate ad annunziare ai miei fratelli che mi vedranno”

L’angelo aveva detto alle donne: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete.» (Mt 28,7) Così dicendo, l’angelo non si rivolgeva a Maria Maddalena e all’altra Maria, ma, in queste due donne, inviava la Chiesa in missione, è la Sposa che l’angelo inviava verso lo Sposo.

Mentre quelle vanno, il Signore va loro incontro e le saluta con queste parole : «Salve, rallegratevi». Aveva detto ai discepoli : «Non salutate nessuno lungo la strada» (Lc 10,4); come mai sulla strada corre incontro a queste donne e le saluta con tale gioia? Non aspetta di essere riconosciuto, non cerca di essere identificato, non si lascia interrogare, ma si affretta con slancio verso questo incontro… Ecco cosa fa la potenza dell’amore; è più forte di tutto, supera tutto. Salutando la Chiesa, Cristo saluta se stesso, poiché l’ha fatta sua, ella è diventata sua carne, suo corpo, come afferma l’apostolo Paolo: “Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa” (Col 1,18). Sì, è proprio la Chiesa nella sua pienezza che queste due donne personificano.

Trova queste donne già arrivate alla maturità della fede: hanno vinto la loro debolezza e si affrettano verso il mistero, cercano il Signore con tutto il fervore della loro fede. Ecco perché meritano il dono del Signore che va loro incontro dicendo: “Salve, rallegratevi”. Non solo si lascia da loro toccare, ma possedere secondo la misura del loro amore… Queste donne sono, nella Chiesa, modelli di chi porta la Buona Novella.

San Pietro Crisologo, vescovo di Ravenna, dottore della Chiesa

Omelia 76,2-3 ; CCL 24A, 465-467

auferstehung1

Categorie: Quaresima e S. Pasqua 2013 | Tag: , , , , , | 2 commenti

Cos’è la Rivelazione Cristiana?

Anno della Fede – La Rivelazione Cristiana (IV)

La rivelazione è l’atto con cui Dio si manifesta all’uomo. Egli si fa conoscere prima di tutto tramite la creazione dell’universo, che riflette gli attributi divini di per sé invisibili, ed è questa la rivelazione naturale: attraverso cui con la semplice ragione l’uomo può avvicinarsi alla conoscenza di Dio. Poi in maniera particolare, Dio si è manifestato per mezzo dei profeti e di Gesù Cristo, facendoci conoscere direttamente verità di per sé naturali, come l’immortalità dell’anima, ma anche verità che superano la ragione umana, come il mistero della Santissima Trinità (ccc,da 54 a 67).

Rivelazione soprannaturale: questa si definisce quindi come un insegnamento fatto da Dio agli uomini, in ordine alla loro santificazione e alla vita eterna. Essa si è chiusa con la morte dell’ultimo apostolo, e la Chiesa ricevette dal Signore il mandato di annunciarla a tutte le genti perché, tramite la fede nelle verità rivelate, gli uomini potessero giungere alla salvezza. Compito della Chiesa è dunque trasmettere la Rivelazione intatta e approfondirla senza alterarla, attingendo dalle sue fonti che sono la Sacra Scrittura e la Tradizione (ccc,76/78/80/81/82).

Tradizione vs. Sacra Scrittura: Se poi focalizziamo la nostra attenzione sul rapporto esistente tra la Chiesa Cattolica, la Sacra Scrittura e la Tradizione come fonte orale della Rivelazione divina, possiamo osservare che la Tradizione apostolica è la fonte da cui sgorgò la Sacra Scrittura: la Scrittura è divinamente ispirata (ccc,105), la Tradizione è assistita dallo Spirito Santo sulla base delle ripetute promesse di Cristo; l’una raccoglie le verità contenute nel Credo, l’altra l’intera rivelazione divina; entrambe rappresentano la Parola di Dio: l’una,  in quanto parola scritta non può permettersi quella libertà espositiva che, al contrario, è la caratteristica dell’altra, in quanto parola detta. E poiché il Magistero non viene prima, e non sta al di sopra della parola di Dio, ma solo al suo servizio, esso non è mai autorizzato ad interferire sulla continuità oggettiva della parola detta e scritta (ccc,86).

Sbilanciare la propria attenzione sulla sola Sacra Scrittura e sulla sua esegesi storico-critica, come fanno da secoli i protestanti e come fanno, oggi, sempre più spesso anche i cattolici, significa dimenticare che la Chiesa ha, dunque, nella scrittura e nella tradizione le due fonti , non interamente sovrapponibili, alle quali attinge le sue verità e le sue certezze; viceversa le due fonti stesse hanno nella Chiesa Cattolica, e solo in quella, l’organo che riconosce e proclama la validità delle fonti stesse, asserendo con fermezza che, fin dagli inizi, non la Chiesa trasse la propria autorità dalle scritture, ma queste dalla tradizione (ccc,120). Fu Cristo, infatti, che stabilì Fede e dottrina su un tale fondamento. Donde il seguente principio: “Soltanto la parola di Dio, trasmessa per rivelazione alla Chiesa, è la regola della fede, la quale consta di due elementi: quello scritto e quello orale.” (R. Bellarmino)

Tra rivelazione e tradizione si dà fin da subito un evidente rapporto, in modo che la tradizione rappresenta il respiro stesso della Chiesa: una serie di eventi posti in essere da Dio attraverso Cristo e i dodici, una volta per tutte (ccc,75), e quindi circoscritti da ben determinati confini di spazio e di tempo, ma anche da far rivivere come un’eredita preziosa, in ogni tempo e in ogni dove, attraverso la mediazione degli organi ecclesiali a ciò predisposti. Grazie a tale mediazione, Cristo e gli apostoli continuano ad essere contemporanei di ogni battezzato, e grazie all’assistenza dello Spirito Santo la Parola continua a risuonare tra noi;  quella Parola al cui confronto tutte le altre ammutoliscono, poiché tutte le altre portano in sé lo stigma dell’effimero e il loro suono si spegne con il tramontare delle stagioni storiche, mentre la Parola divina è per sempre. Si deve dunque ribadire  che la tradizione assume un ruolo di particolare rilevanza, per due precisi motivi: in primo luogo, perché se ognuno si affidasse alla propria interpretazione del Testo Sacro, senza alcun riferimento all’autorità del Magistero, si cadrebbe nella deriva protestante; in seconda istanza, perché non tutto quanto Gesù a detto nel corso della sua vita terrena è contenuto nei Vangeli (ccc,113).E’ chiaro dunque che la sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio sono tra loro talmente connessi e congiunti che non possono indipendentemente sussistere e che tutti insieme, ciascuno secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime” (ccc,95).

A cura di Palmiro CLERICI

(ccc: catechismo della Chiesa Cattolica)

Fine Minicat IV / Leggi anche IIIIII 

Categorie: Minicatechesi | Tag: , , , , , , , | 5 commenti

La coroncina della Divina Misericordia e le promesse di Gesù

L’allieva della Scuola della Misericordia [Suor Faustina] aveva come dono da Dio una forza spirituale da gigante. Divenne l’annunciatrice, l’apostola della Divina Misericordia e il suo unico modo di vivere divenne una vita per il prossimo: “Sacrificio sarà il mio nome”. Questo legame tra il culto alla Divina Misericordia e la ferma esigenza etica dell’amore del prossimo Suor Faustina lo fece diventare realtà nella propria vita e anche in modo così eloquente che il nostro rivolgersi a lei ci indirizza e ci conduce a Gesù Misericordioso.

Cardinale Franciszek Macharski, metropolita di Cracovia Messa
di ringraziamento a San Giovanni in Laterano, il 19 aprile 1993

Continua a leggere

Categorie: Cose da Santi..., La Divina Misericordia, Preghiere e suppliche | Tag: , , , , | 2 commenti

Padre Pio – “alter Christus”di Antonio Socci

Carissimi, oggi, che la Chiesa festeggia San Padre Pio, vorrei proporvi alcune pagine dal libro su Padre Pio scritto da Antonio Socci, perché, per essere sincera, io avevo grandi problemi con Padre Pio inizialmente. Era sulla bocca di tanti “devoti” che non si rendevano conto a CHI erano devoti e senza la minima conoscenza del Cattolicesimo. Certamente, in tanti si sono convertiti grazie a lui, ma per altri era chiaro che questo “strano culto” si indirizzava alla persona e non a Dio che operava mirabilmente attraverso la persona di San Padre Pio. Visto che c’ho messo parecchio tempo a superare le mie perplessità, credo che le parole di Socci possano aiutare chi si trova o trovava nelle mie stesse condizioni.  Eccole:

Continua a leggere

Categorie: Cose da Santi... | Tag: , , , , , , , , , | 4 commenti

Benedetto XVI, l’uomo che non si tira indietro

In Libano, la sola presenza del Papa ha avuto un forte impatto psicologico. Proviamo ad esaminare questo coraggio fisico, intellettuale e spirituale.

All’indomani della visita di Benedetto XVI a Beirut, in Libano, dove mi trovavo per La Vie, ricorreva una frase, come un Leitmotiv, sulla bocca di coloro ai quali avevo chiesto un bilancio, dal diplomatico ai vertici della Chiesa, passando per la madre di famiglia venuta ad assistere alla messa papale sotto un sole cocente: “Lui è venuto, senza paura e senza tirarsi indietro.”

 Fino alla vigilia del viaggio persistevano i timori sulla sua fattibilità. La determinazione di Benedetto XVI era nota, ma la questione cruciale era quella della sicurezza. Con la guerra civile in Siria e le sue ripercussioni sul Libano, alcuni non vi hanno veramente creduto che nel vederlo apparire sulla passerella dell’aereo.

L’impatto psicologico di questo viaggio, in un contesto di così grande tensione, è immenso. Il fatto che il Papa sia venuto in carne e ossa è una fonte di speranza difficile da immaginare in Francia. Laggiù è stato vissuto come un evento nazionale, una vera festa in questo paese dove la gente di solito vive in apnea, temendo una ripresa dei conflitti tra diverse comunità. Ma il benessere psicologico si era esteso anche ai poveri che erano tra i primi ad affluire. Penso ad Editha, una cattolica filippina di Mindanao incontrata a Messa. “Faccio la governante dai libanesi. Sono qui per sostenere la mia famiglia, da sei anni non vedo i miei quattro figli. Il mio figlio più giovane aveva un anno quando sono partita. La partecipazione alla Messa del Papa è stata un balsamo per il mio cuore “.

Continua a leggere

Categorie: In Cristo Re e Maria Santissima, La Cattedrale, Pontefici, Vox catholicae Ecclesiae | Tag: , , , , , , , , , , , , | 16 commenti

San Roberto Bellarmino

 “Non può esserci vera riforma della Chiesa se prima non c’è la nostra personale riforma e la conversione del nostro cuore”.

Lo ha detto il Papa parlando di san Roberto Bellarmino.

San Roberto Bellarmino, del quale desidero parlarvi oggi, ci porta con la memoria al tempo della dolorosa scissione della cristianità occidentale, quando una grave crisi politica e religiosa provocò il distacco di intere Nazioni dalla Sede Apostolica.

Nato il 4 ottobre 1542 a Montepulciano, presso Siena, era nipote, per parte di madre, del Papa Marcello II. Ebbe un’eccellente formazione umanistica prima di entrare nella Compagnia di Gesù il 20 settembre 1560. Gli studi di filosofia e teologia, che compì tra il Collegio Romano, Padova e Lovanio, incentrati su san Tommaso e i Padri della Chiesa, furono decisivi per il suo orientamento teologico. Ordinato sacerdote il 25 marzo 1570, fu per alcuni anni professore di teologia a Lovanio. Successivamente, chiamato a Roma come professore al Collegio Romano, gli fu affidata la cattedra di “Apologetica”; nel decennio in cui ricoprì tale incarico (1576 – 1586) elaborò un corso di lezioni che confluirono poi nelle Controversiae, opera divenuta subito celebre per la chiarezza e la ricchezza di contenuti e per il taglio prevalentemente storico. Si era concluso da poco il Concilio di Trento e per la Chiesa Cattolica era necessario rinsaldare e confermare la propria identità anche rispetto alla Riforma protestante. L’azione del Bellarmino si inserì in questo contesto. Dal 1588 al 1594 fu prima padre spirituale degli studenti gesuiti del Collegio Romano, tra i quali incontrò e diresse san Luigi Gonzaga, e poi superiore religioso. Il Papa Clemente VIII lo nominò teologo pontificio, consultore del Sant’Uffizio e rettore del Collegio dei Penitenzieri della Basilica di san Pietro. Al biennio 1597 – 1598 risale il suo catechismo, Dottrina cristiana breve, che fu il suo lavoro più popolare.

Continua a leggere

Categorie: Cose da Santi... | Tag: , , , , | 7 commenti

Maria, la donna per tutti!

Sulla costa del Golfo del Bengala, 250 km a sud della città di Madras, c’è un luogo assai singolare. Un piccolo paese di appena cinquemila abitanti dove ogni anno accorrono oltre venti milioni di pellegrini da ogni angolo dell’India e da altri paesi della terra, per visitarlo con devozione. Questo ridente paesino indiano, ricco di palmizi, si chiama Vailankanni e a noi occidentali il suo nome probabilmente non dice molto, ma nell’immaginario religioso dell’immenso continente asiatico è conosciuto e venerato come la “Lourdes d’Oriente”.

La Madonna, secondo la tradizione, avrebbe scelto proprio questo sperduto paese del Bengala per mostrare la sua sollecitudine materna, operando miracoli e apparendovi diverse volte. Una tradizione orale ben fondata, parla di tre apparizioni di Maria. La prima risalirebbe al sedicesimo secolo. Un ragazzo indù stava andando a consegnare il latte a un cliente; mentre riposava sotto un albero, vicino a un laghetto, gli apparve la Madonna chiedendogli un po’ di latte per il Bambino. Il ragazzo acconsentì prontamente per poi rimettersi in cammino. Arrivato alla casa del cliente chiese scusa per il ritardo e anche per il latte che mancava. Controllando invece il recipiente del latte si accorse che non mancava niente. Lo stesso signore, anch’egli un indù, incuriosito dal racconto del ragazzo, si recò con lui al laghetto. E lì la Madonna apparve di nuovo. Il fatto si diffuse tra la comunità cattolica vicina che chiamò quel laghetto Matha Kalum, cioè il Laghetto di Nostra Signora.

Continua a leggere

Categorie: Santuari - luoghi divini | Tag: , , , , , , , | 10 commenti

San G. Maria Vianney – Curato d’Ars

Dal “Catechismo” di S. Giovanni Maria Vianney : 

Fate bene attenzione, miei figlioli: il tesoro del cristiano non è sulla terra, ma in cielo. Il nostro pensiero perciò deve volgersi dov’è il nostro tesoro. Questo è il bel compito dell’uomo: pregare ed amare. Se voi pregate ed amate, ecco, questa è la felicità dell’uomo sulla terra. La preghiera nient’altro è che l’unione con Dio. Quando qualcuno ha il cuore puro e unito a Dio, preso da una certa soavità e dolcezza che inebria, è purificato da una luce che si diffonde attorno a lui misteriosamente. In questa unione intima, Dio e l’anima sono come due pezzi di cera fusi insieme che nessuno può più separare. Come è bella questa unione di Dio con la sua piccola creatura! È una felicità questa che non si può comprendere. Noi eravamo diventati indegni di pregare. Dio però, nella sua bontà, ci ha permesso di parlare con lui. La nostra preghiera è incenso a lui quanto mai gradito. Figlioli miei, il vostro cuore è piccolo, ma la preghiera lo dilata e lo rende capace di amare Dio. La preghiera ci fa pregustare il cielo, come qualcosa che discende a noi dal paradiso. Non ci lascia mai senza dolcezza. Infatti è miele che stilla nell’anima e fa che tutto sia dolce. Nella preghiera ben fatta i dolori si sciolgono come neve al sole. Anche questo ci dà la preghiera: che il tempo scorra con tanta velocità e tanta felicità dell’uomo che non si avverte più la sua lunghezza. Ascoltate: quando ero parroco di Bresse dovendo per un certo tempo sostituire i miei confratelli, quasi tutti malati, mi trovavo spesso a percorrere lunghi tratti di strada; allora pregavo il buon Dio, e il tempo, siatene certi, non mi pareva mai lungo. 

Patrono dei Parroci

Giovanni Maria (Jean-Marie, in francese) Vianney, quarto di sei figli, nacque a Dardilly l’8 maggio 1786, da Mathieu e da Marie Béluse. La sua era una famiglia contadina di discrete condizioni, con una solida tradizione cristiana, prodiga nelle opere di carità.

I suoi studi sono stati un disastro, e non solo per la Rivoluzione francese…: è lui che non ce la fa col latino, non sa argomentare né predicare… Per farlo sacerdote c’è voluta la tenacia dell’abbé Charles Balley, parroco di Ecully, presso Lione: gli ha fatto scuola in canonica, l’ha avviato al seminario, lo ha riaccolto quando è stato sospeso dagli studi e, dopo un altro periodo di preparazione,  lo fa ordinare sacerdote a Grenoble il 13 agosto 1815, a 29 anni, mentre gli inglesi portano Napoleone prigioniero a Sant’Elena.

Giovanni Maria Vianney, appena prete, torna a Ecully come vicario dell’abbé Balley. Vi rimase per poco più di due anni, fino alla morte del suo protettore, avvenuta il 16 dicembre 1817. Allora lo mandano vicino a Bourg-en-Bresse, ad Ars, un borgo con meno di trecento abitanti, che diventerà parrocchia soltanto nel 1821: poca gente, frastornata da 25 anni di sconquassi.

Il curato d’Ars è tra questa gente, con un suo rigorismo male accetto, con la sua impreparazione, tormentato dal sentirsi incapace. Aria di fallimento, angoscia, voglia di andarsene…ma dopo alcuni anni ad Ars viene gente da ogni parte : quasi dei pellegrinaggi. Vengono per lui, conosciuto in altre parrocchie dove va ad aiutare o a supplire parroci, specie nelle confessioni. Le confessioni: ecco perché vengono. Questo curato deriso da altri preti, e anche denunciato al vescovo per le “stranezze” e i “disordini”, è costretto a stare in confessionale sempre più a lungo (10 e più ore al giorno).

E ormai ascolta anche il professionista di città, il funzionario, la gente autorevole, chiamata ad Ars dai suoi straordinari talenti nell’orientare e confortare, attirata dalle ragioni che sa offrire alla speranza, dai mutamenti che il suo parlare tutto minuscolo sa innescare. Qui si potrebbe parlare di successo, di rivincita del curato d’Ars, e di una sua trionfale realizzazione. Invece continua a credersi indegno e incapace, tenta due volte la fuga e poi deve tornare ad Ars, perché lo aspettano in chiesa, venuti anche da lontano.

Sempre la messa, sempre le confessioni, fino alla caldissima estate 1859, quando non può più andare nella chiesa piena di gente perché sta morendo. Paga il medico dicendogli di non venire più: ormai le cure sono inutili, ed infatti raggiunge il Padre il 4 agosto.

Annunciata la sua morte, “treni e vetture private non bastano più”, scrive un testimone. Dopo le esequie il suo corpo rimane ancora esposto in chiesa per dieci giorni e dieci notti.

S. Pio X (Giuseppe Sarto, 1903-1914) lo ha proclamato Beato l’8 gennaio 1905: è stato canonizzato il 31 maggio 1925 da Pp Pio XI (Ambrogio Damiano Achille Ratti, 1922-1939 ), che nel 1929 lo ha anche dichiarato Patrono dei parroci.

Nel centenario della morte, il 1 agosto 1959, il Beato Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli, 1958-1963) , gli dedicò una enciclica: “Sacerdotii Nostri Primordia” additandolo a modello dei sacerdoti : «Parlare di San Giovanni Maria Vianney è richiamare la figura di un sacerdote straordinariamente mortificato, che, per amore di Dio e per la conversione dei peccatori, si privava di nutrimento e di sonno, s’imponeva rudi discipline e praticava soprattutto la rinunzia di se stesso in grado eroico. Se è vero che non è generalmente richiesto ai fedeli di seguire questa via eccezionale, tuttavia la Divina Provvidenza ha disposto che nella Chiesa non mancassero mai pastori di anime che, mossi dallo Spirito Santo, non esitano ad incamminarsi per questo sentiero, poiché sono tali uomini specialmente che operano miracoli di conversioni… »

Il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005), era un grande ammiratore e devoto del santo curato d’Ars (cfr. Dono e mistero, LEV,  Città del Vaticano, 1996 – pag. 65-66).

In occasione del 150° anniversario della sua morte, è stato indetto, da Pp Benedetto XVI,  un “Anno Sacerdotale” dedicato alla sua figura di cui, qui di seguito, un estratto del discorso ai partecipanti alla plenaria della congregazione per il clero (sala del concistoro lunedì, 16 marzo 2009): « Proprio per favorire questa tensione dei sacerdoti verso la perfezione spirituale dalla quale soprattutto dipende l’efficacia del loro ministero, ho deciso di indire uno speciale “Anno Sacerdotale”, che andrà dal 19 giugno prossimo fino al 19 giugno 2010. Ricorre infatti il 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, vero esempio di Pastore a servizio del gregge di Cristo… »

[cucina del Santo Curato d’Ars]

Riassunto degli avvenimenti più importanti nella vita di Giovanni Maria Vianney:

8 maggio 1786 : Nascita e Battesimo di Giovanni Maria Vianney a Dardilly.

1797:   Prima confessione nella cucina di casa sua.

1799:   Prima comunione in una casa privata presso Ecully, durante la persecuzione.

1806:   Inizio degli studi sacerdotali presso don Balley.

1807:   Pellegrinaggio a “Lalouvesc” presso S. Francesco Regis per riflettere sulla sua vocazione sacerdotale.

1810:   Renitente alla leva.

1812 -1813: Seminarista a Verrières, poi a Sant’lreneo a Lione.

13 agosto 1815: Ordinazione sacerdotale a Grenoble.

13 febbraio 1818: Giovanni Maria Vianney arriva ad Ars.

1820-1837:  Restauro della chiesa e costruzione del cappelle laterali.

1824:  Apertura della casa-convitto “Provvidenza”.

1830: Comincia l’afflusso sempre crescente dei pellegrini, la fama della sua santità si diffonde poco alla volta, è ricercato come confessore e direttore spirituale.

Negli ultimi anni trascorrerà in confessionale fino a 17 ore al giorno, incontrando oltre 100.000 pellegrini l’anno.

4 agosto 1859: Morte del curato d’Ars, alle 2 del mattino.

[Basilica di Ars che conserve il corpo incorrotto del Santo]

Parrocchia S. Giovanni Maria Vianney, Borghesiana, Roma

Da Sabato 21 a mercoledì 25 maggio 2005, per la prima volta, il Cuore incorrotto di San Giovanni Maria Vianney è uscito dal Santuario francese di  Ars per essere esposto alla venerazione dei fedeli nella nostra Chiesa parrocchiale.

Giunta a Roma nella mattinata di sabato 21 maggio,  la preziosa Reliquia ha sostato fino alle ore 18.00 presso il Seminario Romano, dove S.E. Mons. Guy Marie Bagnard, Vescovo di Belley – Ars, ha predicato un ritiro spirituale per i seminaristi.  Alle ore 18.00 dello stesso giorno, scortata dai motociclisti dell’Arma dei Carabinieri, la Reliquia è stata trasferita in Parrocchia dove è stata accolta da una folla di fedeli.

Domenica 22 maggio, al mattino è stata celebrata la S. Messa solenne nella piazza antistante la Chiesa parrocchiale e subito dopo è iniziata una solenne processione per le strade del territorio parrocchiale al termine della quale Mons. Bagnard ha benedetto una statua in bronzo che la nostra parrocchia ha voluto erigere a ricordo dell’evento.

Nel pomeriggio, dopo i Vespri solenni, il Cuore incorrotto del Santo è stato trasferito nella Cappella Privata del Santo Padre Benedetto XVI, dove è rimasto fino alle 9.30 di lunedì 23  maggio, per essere di nuovo trasferito  nella Chiesa Parrocchiale.

Il Cuore incorrotto del Santo Curato d’Ars, nel Reliquiario donato dalla nostra Parrocchia al Santuario francese in occasione del Centenario della Beatificazione.

L’opera in bronzo argentato, è stata fusa con la tecnica della cera persa nella fonderia dei laboratori della Domus Dei di Albano su progetto dell’artista Alessia Bernabei di Roma.

Il Reliquiario prende spunto da una frase tratta dalle omelie del Curato, “Il Cuore dei Santi é saldo come una roccia tra i flutti del mare”, e rielabora il  portale della Cappella del Cuore di Ars trasformandolo in un tempietto, edificato sopra una roccia che si erge tra le onde.

Fonti:  

http://arsnet.org/111.php

http://www.curatodars.com/%5ccentenario.html

Categorie: Cose da Santi... | Tag: , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Con il Santissimo, tutto ok!

È probabilmente l’unica persona che alle 4 di notte si trovava in una chiesa al momento del sisma. Non si tratta di un ladro sacrilego, ma di una fedele della parrocchia che stava svolgendo il suo turno di preghiera nel corso dell’adorazione eucaristica perpetua che la parrocchia ha organizzato giorno e notte nella chiesa di San Martino in Rio.
Lei Carla Nicolini, direttrice della scuola materna parrocchiale del Comune estense, stava pregando di fronte al Santissimo Sacramento quando è stata investita dalla scossa che ha fatto cedere pezzi della struttura.

«Ho pensato che fosse giunta la mia ora», ha detto.

Poi ha preso l’ostensorio e si è riparata sotto un’architrave recitando il Rosario. Paura?

«No, con Gesù vicino a me che cosa avrei potuto temere?».

Il Giornale (Milano) 22 maggio 2012

Categorie: La Cattedrale | Tag: , , , , | 6 commenti

SS. PIETRO e PAOLO, Apostoli e martiri

Cari fratelli e sorelle!

Fin dai tempi più antichi la Chiesa di Roma celebra la solennità dei grandi Apostoli Pietro e Paolo come unica festa nello stesso giorno, il 29 giugno. Attraverso il loro martirio, essi sono diventati fratelli; insieme sono i fondatori della nuova Roma cristiana. Come tali li canta l’inno dei secondi Vespri che risale a Paolino di Aquileia († 806): «O Roma felix – Roma felice, adornata di porpora dal sangue prezioso di Principi tanto grandi. Tu superi ogni bellezza del mondo, non per merito tuo, ma per il merito dei santi che hai ucciso con la spada sanguinante». Il sangue dei martiri non invoca vendetta, ma riconcilia. Non si presenta come accusa, ma come “luce aurea”, secondo le parole dell’inno dei primi Vespri: si presenta come forza dell’amore che supera l’odio e la violenza, fondando così una nuova città, una nuova comunità. Per il loro martirio, essi – Pietro e Paolo – fanno adesso parte di Roma: mediante il martirio anche Pietro è diventato cittadino romano per sempre. Mediante il martirio, mediante la loro fede e il loro amore, i due Apostoli indicano dove sta la vera speranza, e sono fondatori di un nuovo genere di città, che deve formarsi sempre di nuovo in mezzo alla vecchia città umana, la quale resta minacciata dalle forze contrarie del peccato e dell’egoismo degli uomini.
In virtù del loro martirio, Pietro e Paolo sono in reciproco rapporto per sempre. Un’immagine preferita dell’iconografia cristiana è l’abbraccio dei due Apostoli in cammino verso il martirio. Possiamo dire: il loro stesso martirio, nel più profondo, è la realizzazione di un abbraccio fraterno. Essi muoiono per l’unico Cristo e, nella testimonianza per la quale danno la vita, sono una cosa sola. Negli scritti del Nuovo Testamento possiamo, per così dire, seguire lo sviluppo del loro abbraccio, questo fare unità nella testimonianza e nella missione. Tutto inizia quando Paolo, tre anni dopo la sua conversione, va a Gerusalemme, “per consultare Cefa” (Gal 1,18). Quattordici anni dopo, egli sale di nuovo a Gerusalemme, per esporre “alle persone più ragguardevoli” il Vangelo che egli predica, per non trovarsi nel rischio “di correre o di aver corso invano” (Gal 2,1s). Alla fine di questo incontro, Giacomo, Cefa e Giovanni gli danno la destra, confermando così la comunione che li congiunge nell’unico Vangelo di Gesù Cristo (Gal 2,9). Un bel segno di questo interiore abbraccio in crescita, che si sviluppa nonostante la diversità dei temperamenti e dei compiti, lo trovo nel fatto che i collaboratori menzionati alla fine della Prima Lettera di S. Pietro – Silvano e Marco – sono collaboratori altrettanto stretti di san Paolo. Nella comunanza dei collaboratori si rende visibile in modo molto concreto la comunione dell’unica Chiesa, l’abbraccio dei grandi Apostoli. Continua a leggere

Categorie: Vox catholicae Ecclesiae | Tag: , , , , , , , , , | 9 commenti

Una Santa Cattolica Apostolica Romana

PREGHIERA PER IL PAPA
O Gesù, Re e Signore della Chiesa: rinnovo alla tua presenza la mia adesione incondizionata al tuo Vicario sulla terra, il Papa.
In lui ci hai voluto mostrare il cammino sicuro e certo che dobbiamo seguire in mezzo al disorientamento, all’inquietudine e allo sgomento.
Credo fermamente che per mezzo suo tu ci governi, istruisci e santifichi, e sotto il suo vincastro formiamo la vera Chiesa: una, santa, cattolica ed apostolica.
Concedimi la grazia di amare, di vivere e di diffondere come figlio fedele i suoi insegnamenti.
Custodisci la sua vita, illumina la sua intelligenza, fortifica il suo spirito, difendilo dalle calunnie e dalla malvagità.
Placa i venti erosivi dell’infedeltà e della disobbedienza, e concedici che, attorno a lui, la tua Chiesa si conservi unita, ferma nel credere e nell’operare e sia così lo strumento della tua redenzione.
Così sia.

(Senza fonte)

PREGHIERA PER I SACERDOTI

O Gesù, sommo ed eterno sacerdote,
custodisci il tuo sacerdote dentro il Tuo Sacro Cuore.
Conserva immacolate le sue mani unte
che toccano ogni giorno il Tuo Sacro Corpo.
Custodisci pure le sue labbra
arrossate dal Tuo Prezioso Sangue.
Mantieni puro e celeste il suo cuore
segnato dal Tuo sublime carattere sacerdotale.
Fa’ che cresca nella fedeltà e nell’amore per Te
e preservalo dal contagio del mondo.
Col potere di trasformare il pane e il vino
donagli anche quello di trasformare i cuori.
Benedici e rendi fruttuose le sue fatiche
e dagli un giorno la corona della vita eterna.

Santa Teresa di Gesù Bambino

Signore, sappiamo che la Tua Chiesa rimane salda nella tempesta
come la Roccia sulla quale è fondata.
Benedici tutti noi per rendere gloria al Tuo santissimo nome!
Amen.

Vi posto questo video perché, secondo la mia opinione,
mostra la Chiesa, senza l’accenno di una parola.

Categorie: La Cattedrale, Preghiere e suppliche | Tag: , , , , , | 9 commenti

Il senso forte della consacrazione a Maria – Padre Amorth

Cosa significa “consacrarsi a Maria” e Preghiera della Consacrazione
“Consacrarsi alla Madonna” vuol dire accoglierla come vera madre, sull’esempio di Giovanni, perché lei per prima prende sul serio la sua maternità su di noi.

La consacrazione a Maria vanta una storia molto antica, anche se si è andata sempre più sviluppando negli ultimi tempi.

Il primo ad usare l’espressione “consacrazione a Maria” è stato San Giovanni Damasceno, già nella prima metà del sec. VIII. E in tutto il Medioevo era una gara di Città e Comuni che “si offrivano” alla Vergine, spesso presentandole le chiavi della Città in suggestive cerimonie. Ma è nel sec. XVII che iniziarono le grandi consacrazioni nazionali: la Francia nel 1638, il Portogallo nel 1644, l’Austria nel 1647, la Polonia nel 1656… [L’Italia arriva tardi, nel 1959, anche perché non aveva ancora raggiunto l’unità al tempo delle consacrazioni nazionali].

Ma è specialmente dopo le Apparizioni di Fatima che le consacrazioni si moltiplicano sempre più: ricordiamo la consacrazione del mondo, pronunciata da Pio XII nel 1942, seguita nel 1952 da quella dei Popoli russi, sempre ad opera dello stesso Pontefice.

Ne seguirono tante altre, specie al tempo delle Peregrinatio Mariae, che terminavano quasi sempre con la consacrazione alla Madonna.

Giovanni Paolo II, il 25 Marzo 1984, rinnova la consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria, in unione con tutti i Vescovi dell’orbe che il giorno precedente, nelle loro Diocesi, avevano pronunciato le stesse parole di consacrazione: la formula scelta iniziava con l’espressione della più antica preghiera mariana: “Sotto la tua protezione ci rifuggiamo…”, che è una forma collettiva di affidamento alla Vergine da parte del popolo dei credenti.

Il senso forte della consacrazione
La consacrazione è un Atto complesso, che si diversifica nei vari casi: altro è quando un fedele si consacra personalmente, assumendo impegni precisi, altro è quando si consacra un popolo, un’intera Nazione o addirittura l’Umanità.

La consacrazione individuale è teologicamente ben spiegata da San Luigi Maria Grignion de Montfort, del quale il Papa, con quel suo motto del “Totus tuus” [desunto dallo stesso Montfort, che a sua volta lo aveva preso da San Bonaventura], è il primo ‘modello’.

Il Santo di Montfort sottolinea così due ragioni che ci spingono a farla:

1] Il primo motivo ci è offerto dall’esempio del Padre, che ci ha dato Gesù per mezzo di Maria, affidandolo a lei. Ne consegue che la consacrazione è riconoscere che la divina maternità della Vergine, sull’esempio della scelta del Padre, è la prima ragione di consacrazione.

2] Il secondo motivo è quello dell’esempio dello stesso di Gesù, Sapienza incarnata. Egli si è affidato a Maria non solo per avere da lei la vita del corpo, ma per essere da lei “educato”, crescendo “in età, sapienza e grazia”.

“Consacrarsi alla Madonna” vuol dire, in sostanza, accoglierla come vera madre nella nostra vita, sull’esempio di Giovanni, perché lei per prima prende sul serio la sua maternità su di noi: ci tratta da figli, ci ama da figli, ci provvede tutto come a figli.

D’altra parte, accogliere Maria come madre significa accogliere la Chiesa come madre [perché Maria è Madre della Chiesa]; e vuol dire accogliere anche i nostri fratelli in umanità [perché tutti ugualmente figli della comune Madre dell’Umanità].

Il senso forte della consacrazione a Maria sta proprio nel fatto che con la Madonna noi vogliamo stabilire un vero rapporto di figli con la madre: perché una madre è parte di noi, della nostra vita, e non la si cerca solo quando se ne sente il bisogno perché c’è da chiederle qualcosa…

Siccome, poi, la consacrazione è di suo un atto che non è fine a se stesso, ma un impegno che va vissuto giorno per giorno, impariamo – dietro i consigli del Montfort – a fare anche solo il primo passo che essa comporta: fare tutto con Maria. La nostra vita spirituale ne guadagnerà di sicuro.

Padre Gabriele Amorth

Categorie: In Cristo Re e Maria Santissima | Tag: , , , , , | 3 commenti

UT UNUM SINT

Seguito della I parte

Ma cosa significa un’insieme organico? Un insieme può essere composto di parti in due modi diversi: come un albero vivo o come una pila di monete. O il tutto è primario e le parti sono secondarie, come per l’albero; o le parti sono primarie e il tutto è secondario come per una pila di monete. L’insieme dell’albero è primario perché le parti, come i rami, possono essere tolti mentre l’albero continua a vivere sviluppando nuovi rami, mentre quelli tagliati perdono la loro vitalità e possono essere trasformati in qualcosa di diverso dall’albero originario. Al contrario, ogni moneta separata dalla pila di monete rimane esattamente ciò che era prima nella pila stessa, e se dalla pila si togliessero abbastanza monete sarebbe solo la pila a venir meno. Segno dell’essenza di qualsiasi “ente” è la sua unità, poiché ogni cosa si disfa al venir meno della sua unità. La molecola cessa di essere al disgregarsi degli atomi che la integravano. L’animale cessa di essere nel momento in cui l’ammasso di cellule che lo compongono perde il vincolo vitale che ne faceva un organismo.
Ora la chiesa è una pluralità di persone il cui vincolo con il suo Capo, cioè Cristo, ne fa un organismo, un unum, come spiega bene S. Paolo. Il grado dell’essere della comunità Chiesa si misura dal grado della sua unità. Nello stato di crisi presente l’unità è rotta sotto un triplice aspetto: dottrinale, liturgico e dell’autorità. La dottrina insegnata e predicata dai ministri della Chiesa è stata per secoli una voce all’unisono, con semplici variazioni di presentazione e di sentimento. Adesso varia nelle diverse nazioni da Diocesi a Diocesi e spesso da ministro a ministro. Vere e proprie alterazioni dogmatiche vengono insegnate con il pretesto di adattare la fede alle disposizioni e alle aspettative dell’uomo contemporaneo. E tutto questo senza che le autorità preposte intervengano per richiamare l’errante e correggere l’errore. La corruzione dottrinale dei presbiteri, diffusa in maniera preoccupante anche nell’ordine episcopale, che spesso tollera o autorizza le deviazioni dei Sacerdoti, ha provocato nella Chiesa un generale smarrimento delle certezze di fede.

L’indebolimento dell’unità dottrinale, scambiato per segno di vitalità e di libertà, appare distintamente tutte le volte che i documenti papali e le indicazioni che giungono da Roma vengono continuamente rimesse in discussione. E questo tipo di azione non è più ristretto a semplici cerchie intellettuali, ma è divenuta azione pubblica nel corpo ecclesiale con le omelie, con i libri, nella scuola e nella catechesi, spesso ad opera di laici molto fervorosi nelle novità. Si è giunti così nella Chiesa a una generale propensione a traslocare i fini della vita cristiana dalle “cose di lassù” alle preoccupazione solo sociologiche e mondane. Perciò le verità di fede sono sottoposte a una “dissalazione” che le spoglia di quanto hanno di soprannaturalmente, ostico al senso dell’uomo moderno, rendendo insipido il sale della terra.
Di tale indifferentismo dottrinale tra i fedeli non c’è da stupire, le defezioni di interi popoli fu preceduta dall’attenuazione della fede nel clero, si veda ad esempio l’Inghilterra e la Germania del secolo XVI. Così, pian piano, la base della religione non è più considerata un corpo di verità rivelate tramite un ben preciso avvenimento storico, ma l’esperienza umana trascritta in mutevoli categorie intellettuali. La fede non è più fondata sul vero, ma sul vissuto, non sulla cognizione, ma sul sentimento. Si è in pratica stabilito che il Vangelo deve essere vissuto, prima che appreso. Questo modo di vivere la fede contraddice l’insegnamento della Chiesa sin dai primordi, secondo il quale i Vangeli annunciano non già la fede, ma i fatti creduti; gli evangelisti non dicono mai di predicare quello che credono, bensì quello che hanno visto ed udito. Dalla perdita di questo principio fondante, che è la fede, deriva la frammentazione, nazionalizzazione e individualizzazione della liturgia. Questa varietà è dovuta ad una sorta di partecipazione creativa di laici e presbiteri al potere della Chiesa di determinare la liturgia, oggi divenuta prassi comune.

In realtà, questa rapida differenziazione dei riti è informata a due principi: quello dell’espressività umana, che vuol modellato il rito all’indole nazionale o del gruppo di appartenenza; e quello della creatività, che ricerca l’autenticità liturgica nelle risorse del soggetto e respinge l’oggettività assoluta del sacro. Questi due principi, per colmo di sventura, sono stati dati in gestione alle conferenze episcopali, rovesciando la norma pre-conciliare per cui solo la Santa Sede aveva potestà legislativa in materia di liturgia. Al tempo stesso, poiché la liturgia non è solo culmine, ma anche fonte della vita cristiana, si determina un circolo vizioso per cui la questione liturgica a sua volta alimenta la perdurante crisi di fede all’interno della Chiesa. Per ultimo, infine, dobbiamo analizzare il venir meno del principio d’autorità. Una società, di qualunque genere essa sia, trova nell’autorità quel principio che fa della moltitudine di individui un’unità, radunando le molteplici volontà verso un unico fine. Ma nella Chiesa l’autorità ha caratteristiche speciali, perché nasce prima dell’assemblea dei fedeli. Mentre infatti le altre società prima vengono alla luce e poi esprimono da sé il proprio governo, la Chiesa ebbe da Cristo e l’essere e il governo: anzi il governo cioè il Capo, è anteriore alla Chiesa, e questa è un effetto e un espansione del Capo. Per questa ragione, espressa formalmente nella frase “Chi ascolta voi, ascolta Me”(Lc. 10, 16), il riferimento all’autorità è implicito nel cattolicesimo, e diventa condizione dell’unità della Chiesa. La preminenza di Pietro e del suo ministero fu sempre reputata fondamento e centro dell’unità, e ad ogni declino della fedeltà a Roma si accompagna un incrinamento dell’unità sociale della Chiesa. Molte sono oramai le conferenze episcopali in cui serpeggia il dissenso nei confronti dell’autorità romana, sempre velato sotto il manto del principio della collegialità, ma gli episodi di aperta insubordinazione sono oramai all’ordine del giorno. A parole si continua a professare attaccamento al pontefice, nella pratica si sottomette ad esame e a giudizio ogni suo atto, spesso rifiutandolo o semplicemente ignorandolo. Date queste premesse, risulta impossibile mantenere l’unità dopo averne rigettato il principio fondante. Quindi sottolineiamo di nuovo il passaggio fondamentale, la Chiesa Cattolica è quella particolare comunione di esseri umani che sono uniti in società da tre cose: la Fede, i Sacramenti e la Gerarchia. A tutte e tre la vita è data da Dio stesso.
Ad maiorem Dei gloriam
Palmiro Clerici

Segue III parte

Categorie: La Cattedrale | Tag: , , , | 9 commenti

La Chiesa, il mondo e la nuova evangelizzazione

“Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli: conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.” (Gv. 8,31)

La Chiesa non è di questo mondo (Gv. 17,15-20), Essa è corpo mistico di Cristo: da sempre ogni discussione, anche partente da punti di vista opposti, deve avere un punto di verità in comune, senza il quale si scade nel relativismo delle opinioni perennemente in conflitto. “Cum negante principia nequit disputari”,dicevano i teologi scolastici: è impossibile discutere con chi nega i principi.
Da Lutero in poi, sempre più spesso, fuori e dentro la Chiesa, non viene più rifiutato questo o quell’articolo di fede, ma appunto il principio di tutti gli articoli, che è l’autorità divina della Chiesa. La Chiesa è il corpo storico collettivo dell’Uomo-Dio ed ha la sua organica unità dal principio divino. Bibbia e Tradizione sono autorità al credente proprio perché la Chiesa ha il possesso dell’una e dell’altra, ed in particolare il possesso del senso dell’una e dell’altra, ed Essa lo viene storicamente svelando. Il principio del libero esame è implicito in ogni eresia, per questo S.Francesco o S. Caterina da Siena cercavano l’approvazione delle gerarchie ecclesiastiche, delle quali riconoscevano l’autorità, nel mentre che ne fustigavano i vizi. La Chiesa, dunque, non è di questo mondo e quindi nulla di questo mondo può veramente toccarla, neppure tutti gli scandali che di quando in quando sembrano scuoterne le fondamenta.
Eppure la Chiesa, per la sua stessa destinazione, è in questo mondo e questo la pone nella necessità di vivere in relazione ad esso. A seguito di Nostro Signore essa svolge la funzione di ricondurre il mondo a Dio attraverso la riconduzione di ogni singolo uomo a Dio. Si badi bene, il suo compito non è salvare il mondo per il quale nemmeno Gesù prega (Gv. 17,9), ma bensì condurre alla salvezza ogni uomo che abbandona la via dell’errore e si incammina sulla via della verità. La Chiesa assolve questa sua funzione all’interno del mondo, ma indipendentemente da esso, anzi, nonostante il mondo. L’antagonismo del cattolicesimo al mondo è irriducibile (Gv. 15, 18.19), variano solo le modalità di esso, opponendosi di volta in volta a quel che il mondo professa come valore assoluto.

Quel che si è perso nell’epoca presente è la visione della storia come teatro dell’eterna lotta tra il bene e il male, tra l’amore per Dio e l’amore per se stessi; con la Chiesa schierata al centro di questo conflitto. Va riproposto, invece, un termine oggi un po’ fuori moda, ma che porta in se il sigillo della verità: quello di Ecclesia Militans. Concetto della teologia medioevale usato per descrivere la Chiesa come comunità di cristiani in terra, impegnati nella lotta contro il peccato e “contro i dominatori di questo mondo di tenebra”, come scrive S. Paolo nella lettera agli Efesini. Non dobbiamo infatti dimenticare, che la vita umana sarà sempre una lotta; che le virtù “guerriere” avranno sempre una funzione, poiché il male avrà sempre nuovi volti, nuove maschere sempre più pericolose. Questa è l’ambiguità della condizione umana, la tragicità della nostra situazione: la non-violenza assoluta, cioè il regno della libertà e dell’amore, non è di questo mondo.
Se si rifiuta questa concezione militante della storia, si accetta il principio di irreversibilità del processo storico e si passa inevitabilmente nel campo del progressismo sul piano sociale e del modernismo sul piano religioso. Ma facciamo un altro passo avanti: la Chiesa Cattolica ha sempre considerato se stessa come un insieme organico, una società perfetta; Una, Santa, Cattolica e Apostolica, composta da esseri umani uniti dalla Fede, dai Sacramenti e dalla Gerarchia. Questa Chiesa è talmente una che nessuna parte può staccarsi senza cessare di essere cattolica (Gv. 15, 4-6). Per esempio, quella Fede che è l’elemento primario del credente cattolico non può essere considerata in maniera frammentaria, ma deve essere assunta o tutta intera o niente. Non basta dirsi cristiani, il credere deve avere una forma. La forma cattolica è il modo in cui la sostanza della fede cristiana viene assunta integralmente. Questo perché è per l’autorità di Dio, che ha rivelato gli articoli della fede cattolica, che io credo in essi; tale che se non credo in uno solo di questi dogmi che la Santa Chiesa mi propone a credere, non faccio altro che rigettare l’autorità divina, così che anche continuando a credere in tutti gli altri dogmi il mio credo non poggerà più sull’autorità di Dio, ma sulla mia personale scelta. S. Agostino rivolgendosi idealmente agli eretici di ogni tempo diceva: “in molto sei con me, in poco non lo sei, ma per quel poco che non lo sei, quel tanto che lo sei non ti è di alcuna utilità”, con buona pace di tutti gli ecumenismi oggi alla moda.

AD MAIOREM DEI GLORIAM
Palmiro Clerici

Segue II parte

Categorie: La Cattedrale | Tag: , , , , , , | 6 commenti

Oggi si festeggia Maria, Madre della Chiesa

Vergine Immacolata, Madre di Grazia, Rosa Mistica, ad onore del Tuo Divin Figlio, ci prostriamo davanti a Te per implorare da Dio misericordia; non per i nostri meriti, ma per la bontà del Tuo Cuore materno, chiediamo aiuti e grazie, sicuri che ci esaudirai!
Ave Maria…..

Madre di Gesù, Regina del Santo Rosario, e Madre della Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, chiediamo per il mondo riarso dalle discordie il dono dell’ unità e della pace e tutte quelle grazie che possono convertire il cuore di tanti tuoi figli!
Ave Maria….

Rosa Mistica, Regina degli Apostoli, fa fiorire attorno agli Altari Eucaristici numerose vocazioni religiose e sacerdotali che, che con la santità della vita e lo zelo ardente per le anime, possano estendere il Regno del Tuo Gesù in tutto il mondo. Ricolma pure noi dei tuoi favori celesti!
Salve Regina….

Rosa Mistica, Madre della Chiesa prega per noi.

Categorie: In Cristo Re e Maria Santissima | Tag: , , , , | 6 commenti

La formazione del dogma trinitario

249. La verità rivelata della Santa Trinità è stata, fin dalle origini, alla radice della fede vivente della Chiesa, principalmente per mezzo del Battesimo. Trova la sua espressione nella regola della fede battesimale, formulata nella predicazione, nella catechesi e nella preghiera della Chiesa. Simili formulazioni compaiono già negli scritti apostolici, come ad esempio questo saluto, ripreso nella Liturgia eucaristica: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2Cor 13,13) [Cf 1Cor 12,4-6; Ef 4,4-6].
250. Nel corso dei primi secoli, la Chiesa ha cercato di formulare in maniera più esplicita la sua fede trinitaria, sia per approfondire la propria intelligenza della fede, sia per difenderla contro errori che la alteravano. Fu questa l’opera degli antichi Concili, aiutati dalla ricerca teologica dei Padri della Chiesa e sostenuti dal senso della fede del popolo cristiano.
251. Per la formulazione del dogma della Trinità, la Chiesa ha dovuto sviluppare una terminologia propria ricorrendo a nozioni di origine filosofica: “sostanza”, “persona” o “ipostasi”, “relazione”, ecc. Così facendo, non ha sottoposto la fede ad una sapienza umana, ma ha dato un significato nuovo, insolito a questi termini assunti ora a significare anche un Mistero inesprimibile, “infinitamente al di là di tutto ciò che possiamo concepire a misura d’uomo” [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 2].
252. La Chiesa adopera il termine “sostanza” (reso talvolta anche con “essenza” o “natura”) per designare l’Essere divino nella sua unità, il termine “persona” o “ipostasi” per designare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nella loro reale distinzione reciproca, il termine “relazione” per designare il fatto che la distinzione tra le Persone divine sta nel riferimento delle une alle altre.
253. La Trinità è Una. Noi non confessiamo tre dèi, ma un Dio solo in tre Persone: “la Trinità consustanziale” [Concilio di Costantinopoli II (553): Denz. -Schönm., 421]. Le Persone divine non si dividono l’unica divinità, ma ciascuna di esse è Dio tutto intero: “Il Padre è tutto ciò che è il Figlio, il Figlio tutto ciò che è il Padre, lo Spirito Santo tutto ciò che è il Padre e il Figlio, cioè un unico Dio quanto alla natura” [Concilio di Toledo XI (675): Denz. -Schönm., 530]. “Ognuna delle tre Persone è quella realtà, cioè la sostanza, l’essenza o la natura divina” [Concilio Lateranense IV (1215): Denz.-Schönm., 804].
254. Le Persone divine sono realmente distinte tra loro. “Dio è unico ma non solitario” [Fides Damasi: Denz. -Schönm., 71]. “Padre”, “Figlio” e “Spirito Santo” non sono semplicemente nomi che indicano modalità dell’Essere divino; essi infatti sono realmente distinti tra loro: “il Figlio non è il Padre, il Padre non è il Figlio, e lo Spirito Santo non è il Padre o il Figlio” [Concilio di Toledo XI (675): Denz. -Schönm., 530]. Sono distinti tra loro per le loro relazioni di origine: “E’ il Padre che genera, il Figlio che è generato, lo Spirito Santo che procede” [Concilio Lateranense IV (1215): Denz. -Schönm., 804]. L’Unità divina è Trina.
255. Le Persone divine sono relative le une alle altre. La distinzione reale delle Persone divine tra loro, poiché non divide l’unità divina, risiede esclusivamente nelle relazioni che le mettono in riferimento le une alle altre: “Nei nomi relativi delle Persone, il Padre è riferito al Figlio, il Figlio al Padre, lo Spirito Santo all’uno e all’altro; quando si parla di queste tre Persone considerandone le relazioni, si crede tuttavia in una sola natura o sostanza” [Concilio di Toledo XI (675): Denz. -Schönm. , 528]. Infatti “tutto è una cosa sola in loro, dove non si opponga la relazione” [Concilio di Firenze (1442): Denz. -Schönm., 1330]. “Per questa unità il Padre è tutto nel Figlio, tutto nello Spirito Santo; il Figlio tutto nel Padre, tutto nello Spirito Santo; lo Spirito Santo è tutto nel Padre, tutto nel Figlio” [Concilio di Firenze (1442): Denz. -Schönm., 1330].
256. Ai catecumeni di Costantinopoli san Gregorio Nazianzeno, detto anche “il Teologo”, consegna questa sintesi della fede trinitaria:
Innanzi tutto, conservatemi questo prezioso deposito, per il quale io vivo e combatto, con il quale voglio morire, che mi rende capace di sopportare ogni male e di disprezzare tutti i piaceri: intendo dire la professione di fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Io oggi ve la affido. Con essa fra poco vi immergerò nell’acqua e da essa vi trarrò. Ve la dono, questa professione, come compagna e patrona di tutta la vostra vita. Vi do una sola Divinità e Potenza, che è Uno in Tre, e contiene i Tre in modo distinto. Divinità senza differenza di sostanza o di natura, senza grado superiore che eleva, o inferiore che abbassa… Di tre infiniti è l’infinita connaturalità. Ciascuno considerato in sé è Dio tutto intiero… Dio le Tre Persone considerate insieme… Ho appena appena incominciato a pensare all’Unità ed eccomi immerso nello splendore della Trinità. Ho appena incominciato a pensare alla Trinità ed ecco che l’Unità mi sazia. [San Gregorio Nazianzeno, Orationes, 40, 41: PG 36, 417]

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica

Categorie: Vox catholicae Ecclesiae | Tag: , , , , | 2 commenti

Preghiera allo Spirito Santo – Benedetto XVI

Spirito di Vita, che in principio aleggiavi sull’abisso,
aiuta l’umanità del nostro tempo a comprendere
che l’esclusione di Dio la porta a smarrirsi nel deserto del mondo,
e che solo dove entra la fede fioriscono la dignità e la libertà
e la società tutta si edifica nella giustizia.

Spirito di Pentecoste, che fai della Chiesa un solo Corpo,
restituisci noi battezzati a un’autentica esperienza di comunione;
rendici segno vivo della presenza del Risorto nel mondo,
comunità di santi che vive nel servizio della carità.

Spirito Santo, che abiliti alla missione,
donaci di riconoscere che, anche nel nostro tempo,
tante persone sono in ricerca della verità sulla loro esistenza e sul mondo.
Rendici collaboratori della loro gioia con l’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo,
chicco del frumento di Dio, che rende buono il terreno della vita e assicura l’abbondanza del raccolto.
Amen.

Buon compleanno, amata Chiesa! EVVIVA IL PAPA!!! :D

Categorie: La Cattedrale, Preghiere e suppliche, Vox catholicae Ecclesiae | Tag: , , , , | 2 commenti

LA PENTECOSTE – Benedetto XVI

Cari fratelli e sorelle!

Il giorno di Pentecoste lo Spirito Santo scese con potenza sugli Apostoli; ebbe così inizio la missione della Chiesa nel mondo. Gesù stesso aveva preparato gli Undici a questa missione apparendo loro più volte dopo la sua risurrezione (cfr At 1,3). Prima dell’ascensione al Cielo, ordinò di “non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre” (cfr At 1,4-5); chiese cioè che restassero insieme per prepararsi a ricevere il dono dello Spirito Santo. Ed essi si riunirono in preghiera con Maria nel Cenacolo nell’attesa dell’evento promesso (cfr At 1,14).

Restare insieme fu la condizione posta da Gesù per accogliere il dono dello Spirito Santo; presupposto della loro concordia fu una prolungata preghiera. Troviamo in tal modo delineata una formidabile lezione per ogni comunità cristiana. Si pensa talora che l’efficacia missionaria dipenda principalmente da un’attenta programmazione e dalla successiva intelligente messa in opera mediante un impegno concreto. Certo, il Signore chiede la nostra collaborazione, ma prima di qualsiasi nostra risposta è necessaria la sua iniziativa: è il suo Spirito il vero protagonista della Chiesa. Le radici del nostro essere e del nostro agire stanno nel silenzio sapiente e provvido di Dio.

Le immagini che usa san Luca per indicare l’irrompere dello Spirito Santo – il vento e il fuoco – ricordano il Sinai, dove Dio si era rivelato al popolo di Israele e gli aveva concesso la sua alleanza (cfr Es 19,3ss). La festa del Sinai, che Israele celebrava cinquanta giorni dopo la Pasqua, era la festa del Patto. Parlando di lingue di fuoco (cfr At 2,3), san Luca vuole rappresentare la Pentecoste come un nuovo Sinai, come la festa del nuovo Patto, in cui l’Alleanza con Israele è estesa a tutti i popoli della Terra. La Chiesa è cattolica e missionaria fin dal suo nascere. L’universalità della salvezza viene significativamente evidenziata dall’elenco delle numerose etnie a cui appartengono coloro che ascoltano il primo annuncio degli Apostoli : “Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2,9-11).

Il Popolo di Dio, che aveva trovato al Sinai la sua prima configurazione, viene quest’oggi ampliato fino a non conoscere più alcuna frontiera né di razza, né di cultura, né di spazio né di tempo. A differenza di quanto era avvenuto con la torre di Babele (cfr Gn 11,1-9), quando gli uomini, intenzionati a costruire con le loro mani una via verso il cielo, avevano finito per distruggere la loro stessa capacità di comprendersi reciprocamente, nella Pentecoste lo Spirito, con il dono delle lingue, mostra che la sua presenza unisce e trasforma la confusione in comunione. L’orgoglio e l’egoismo dell’uomo creano sempre divisioni, innalzano muri d’indifferenza, di odio e di violenza. Lo Spirito Santo, al contrario, rende i cuori capaci di comprendere le lingue di tutti, perché ristabilisce il ponte dell’autentica comunicazione fra la Terra e il Cielo. Lo Spirito Santo è l’Amore.
Ma come entrare nel mistero dello Spirito Santo, come comprendere il segreto dell’Amore? La pagina evangelica ci conduce oggi nel Cenacolo dove, terminata l’ultima Cena, un senso di smarrimento rende tristi gli Apostoli. La ragione è che le parole di Gesù suscitano interrogativi inquietanti: Egli parla dell’odio del mondo verso di Lui e verso i suoi, parla di una sua misteriosa dipartita e ci sono molte altre cose ancora da dire, ma per il momento gli Apostoli non sono in grado di portarne il peso (cfr Gv 16,12). Per confortarli spiega il significato del suo distacco: se ne andrà, ma tornerà; nel frattempo non li abbandonerà, non li lascerà orfani. Manderà il Consolatore, lo Spirito del Padre, e sarà lo Spirito a far conoscere che l’opera di Cristo è opera di amore: amore di Lui che si è offerto, amore del Padre che lo ha dato.
Questo è il mistero della Pentecoste: lo Spirito Santo illumina lo spirito umano e, rivelando Cristo crocifisso e risorto, indica la via per diventare più simili a Lui, essere cioè “espressione e strumento dell’amore che da Lui promana” (Deus caritas est, 33). Raccolta con Maria, come al suo nascere, la Chiesa quest’oggi prega: “Veni Sancte Spiritus! – Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore!”. Amen.

Categorie: Vox catholicae Ecclesiae | Tag: , , , , , , | 3 commenti

VIRILITER AGE!

Stefano di Harding, abate di Citeaux e maestro spirituale di colui che sarebbe divenuto una delle più grandi figure del Medio-evo cattolico Bernardo di Chiaravalle, ebbe un giorno un problema, dal momento che il suo monastero era in crisi e scarseggiavano le vocazioni.
Bussarono alla sua porta il giovane Bernardo e altri 32 uomini, tra parenti ed amici, in gran parte cavalieri e uomini d’armi. Si trattava di evitare che anche loro, come molti che li avevano preceduti, si annoiassero della vita monastica fatta di “Ora, Lege et Labora”, ed abbandonassero “la buona battaglia”.
Stefano ebbe un’idea: doveva insegnare a quegli uomini che Cristo, il loro Re, era stato prima di loro un uomo. “Siate dunque uomini!” Incominciò a dire ai suoi confratelli. “Agite da uomini, fate ogni cosa in modo virile, forte e determinato, perché così sempre Cristo si comportò negli anni della sua vita terrena”. Stefano creò quello che sarebbe divenuto il loro motto “Viriliter age”, siate uomini.
Oggi nelle nostre parrocchie, non solo tra i Sacerdoti, manca questa visione della fede e questo modo di viverla fondato su una sana virilità. Mancano Vescovi, Preti e Laici che non abbiano sempre sulle labbra la cantilena monocorde del perdono e della misericordia di Dio. Che ricordino ai propri fedeli che il Vangelo è un libro unico: che sa unire il discorso delle beatitudini, al “Serpenti, razza di vipere!” (Mt. 23,33); che sa mettere insieme il perdono all’adultera con la durezza di certe parabole, che terminano invariabilmente con “gettatelo fuori, là dove sarà pianto e stridore di denti”; le quali ci manifestano un Dio che è insieme misericordia e giustizia.
Servono anime che ci rammentino che il Vangelo è un libro strano, il quale mentre ci esorta ad amare i nostri nemici contemporaneamente ci invita a guardarci dagli uomini, poiché siamo mandati come pecore in mezzo ai lupi.
Abbiamo bisogno di pastori che non si stanchino mai di insegnarci che insieme alla prospettiva del Paradiso, ne esiste un’altra egualmente concreta che si chiama inferno, senza la quale il cristianesimo si riduce ad un filantropismo buonista. Senza dimenticare, insomma, che l’ortodossia nasce sempre dall’inevitabile tensione tra due eresie. Da questo punto di vista siamo divenuti tutti un poco eretici. Abbiamo, infatti, trasformato un cristianesimo monco e una parte pur importante del suo messaggio, nella totalità del suo mistero. Oggi l’insegnamento del Vangelo viene trasmesso in maniera parziale ed incompleta, per il negativo influsso di teologi eterodossi e per il pavido timore del giudizio del mondo: non rendendoci conto che rifiutando il Dio giusto rifiutiamo anche il Dio misericordioso. La Chiesa di questi anni sta soffrendo e subendo , spesso senza reagire, la devastazione che la cultura moderna ha compiuto della figura paterna e della virilità ad essa correlata. Oggi la parola forza, anche nella Chiesa, è sinonimo di violenza invece che richiamare, come dovrebbe, una delle quattro virtù cardinali.
Si guarda con orrore e disprezzo ai tempi della “Cristianità medioevale” (nella versione contraffatta stile leggenda nera), quando la forza e anche la violenza vennero usate (certo a volte abusandone) per difendere la libertà e la verità. Le maniere forti furono usate per difendere la radicale diversità del cattolicesimo, per sua natura antagonista al mondo.
Non dobbiamo infatti dimenticare, che la vita umana sarà sempre una lotta; che le virtù guerriere avranno sempre una funzione, giacché il male avrà sempre nuovi volti. Nuove maschere sempre più pericolose, in quanto una certa mentalità ipocrita, fintamente “non violenta”, gli vieta sempre più di manifestarsi a viso aperto. Tale è l’ambiguità della condizione umana, tale è la tragicità della nostra situazione: la non-violenza assoluta, cioè il regno della libertà e dell’amore, è irrealizzabile integralmente in questo mondo.
Nel caso della Sposa di Cristo però, la figura paterna è anche prefigurazione e simbolo di una paternità divina senza la quale non si dà cristianesimo: la rivolta contro la figura paterna comporta il rifiuto del principio d’autorità che è, in ultima analisi, rifiuto di Dio. E’ odio contro l’ordine dell’universo (giacché il mondo ordinato è riflesso della perfezione divina) ed è odio contro la figura paterna che questo ordine incarna. Oggi anche all’interno di ampi settori della Chiesa Cattolica si è consumato il rifiuto e la condanna della virilità, facendo credere a molti uomini che non ci fosse posto per loro nella Chiesa, e a molti di più che, per essere cattolici, avrebbero dovuto rinunciare alla loro mascolinità. Così sono sempre meno, nelle nostre comunità, quegli uomini e quelle donne che sappiano affrontare e gestire i conflitti senza nascondersi. Anime con il carisma e la personalità per essere buoni confessori e direttori spirituali, felici predicatori, e maestri in grado di attirare e guidare i giovani. Le nostre forze devono quindi essere consacrate nel coltivare uomini, non nel creare nuove strutture (commissioni ed equipe) superflue e dispersive. Basta una sola grande anima, un Santo, per cambiare il volto di una diocesi.
Nicolàs Gòmez Dàvila scriveva: la verità cammina spesso su spalle solitarie! Si provi soltanto a pensare a quella straordinaria figura di uomo e di sacerdote che è stato Giovanni Paolo II°, e all’irresistibile fascino che esercitava sui giovani, per capire la portata di questo discorso, purtroppo ancora largamente misconosciuto all’interno della Chiesa stessa. Ma coltivare uomini di quel tipo, in concreto, significa formare uomini e donne preparati a sostenere la “buona battaglia” convinti che la santità della fede sta nella forza dell’animo e non nella debolezza sentimentale. Poiché il cammino di santità presuppone il più grande eroismo e la ferma risoluzione a dare la vita per il Vangelo. Significa forgiare i giovani ad una profonda vita interiore fatta di preghiera e rinuncia alle cose del mondo, senza le quali ogni forma di apostolato risulta sterile. Significa additare al credente quella forma di idealismo che è perfetto corollario del realismo cristiano, rappresentato da quella disposizione dell’animo che porta a compiere un’azione perché è conforme alla verità e la giustizia, a prescindere dalle conseguenze. E’ quell’atteggiamento mentale che non disprezza nulla di quanto lo circonda – a partire dalle ricchezze- ma se ne serve come semplici mezzi, senza idolatrarli. L’idealista cristiano non sogna un mondo utopistico senza diseguaglianze, ma – se combatte le diseguaglianze ingiuste ed eccessive – apprezza quelle naturali, come costitutive della condizione umana e riflesso dell’infinita diversità che Dio ha posto nella creazione. Plinio Còrrea de Oliveira diceva che: “se degno di rispetto è chi combatte per i propri diritti, suscita ammirazione chi si batte per i diritti degli altri, e chiama all’entusiasmo l’idealista che consacra la propria vita a difendere i diritti di Dio!”
In questi nostri tempi di così vasta diserzione dalla fede dobbiamo avere l’umiltà e l’onestà intellettuale di domandarci: perché nonostante tutti i nostri sforzi di andare incontro al mondo e di assecondarne le esigenze, il nostro apostolato non è premiato da risultati evidenti? Perché se davvero Dio benedice le nostre iniziative queste non giungono a buon fine? Non basterebbe un suo semplice cenno per far sorgere figli di Abramo anche dalle pietre? A metà dell’ottocento, i protestanti evangelici della Danimarca convocarono un sinodo che aveva come obbiettivo “accertare ciò che chiede il nostro tempo”. Il grande filosofo danese Soren Kierkegaard annotò nel suo diario “Sarebbe molto meglio chiedersi ciò di cui il nostro tempo ha bisogno, visto che spesso chiediamo quel che non ci serve e ci serve ciò che non chiediamo. Ciò che il nostro tempo chiede è solo tempo , altro tempo, mentre ciò di cui ha bisogno è eternità.”
Da questo punto si deve dunque ripartire, questa è la porta stretta del Vangelo da cui il Cattolicesimo dei nostri giorni è costretto a passare; ricominciando dalla formazione dei sacerdoti nei seminari, dei laici e dei catechisti ad ogni livello, cambiando prima che il metodo, le fonti a cui abbeverarsi ed il linguaggio oramai tanto simile a quello del mondo da risultare indistinguibile. Per riassumere potremmo riprendere quel brano evangelico che ci chiama ad essere perfetti come il Padre nostro che è nei cieli.
Fatte le debite proporzioni, la condotta divina deve essere la regola della nostra vita interiore, e l’azione esteriore deve essere soltanto l’effusione di questa vita interiore. Ad essa possiamo applicare proprio le parole di San Bernardo da Chiaravalle il quale diceva:”Se sei veramente saggio, sii un serbatoio e non un canale. Il canale lascia passare l’acqua che riceve e non ne ritiene una goccia, il serbatoio invece prima di tutto si riempie, poi, senza vuotarsi, riversa il sovrappiù, che sempre si rinnova, nei campi e li rende fecondi. Ma quanti sono quelli che si danno all’azione ed altro non sono che canali, i quali, mentre si sforzano di fecondare gli altri cuori, rimangono essi stessi all’asciutto? Nella vita interiore l’uomo vive più puro, cade più di rado, si alza con maggior prontezza, cammina più sicuro, riceve più grazie, riposa più tranquillo, muore più rassicurato, è più presto purificato ed ottiene una ricompensa maggiore”.
Nel medesimo istante in cui pensiamo “Si deve pur fare qualcosa per aiutare la Chiesa e salvare le anime”, siamo già scesi a compromessi con la mentalità efficientista, abbiamo già abbracciato lo spirito utilitarista di questo mondo moderno. L’unica cosa che si deve fare è coltivare nel profondo la propria vita interiore, ed insegnare agli altri a fare altrettanto, incamminandosi insieme sulla via della santità. A tutto il resto pensa la grazia di Dio. Basta pronunciare, con fede, le poche parole dell’adorazione perfetta: Fiat voluntas tua! E tutto diviene possibile.
AD MAIOREM DEI GLORIAM
Palmiro Clerici

Categorie: La Cattedrale | Tag: , , , , , , | 3 commenti

Il terreno sul quale nasceva la RERUM NOVARUM (15 maggio 1891)

Vi si presenta uno scenario di un mondo in rapido mutamento politico, economico e sociale. Ci sono nuove libertà ma anche nuove forme di ingiustizia. Si parla di nuove strutture nella produzione. A queste strutture si affiancò un nuovo tipo di proprietà: nasceva il capitalismo. Lo sfruttamento del lavoro a basso costo determinava illeciti arricchimenti, con mancanza di assicurazione sociale.
Le pagine del Capitale di Marx hanno scosso la coscienza di quanti avevano a cuore la dignità dell’uomo. La Chiesa non poteva restare da parte. Oltretutto il suo messaggio evangelico anticipava di circa due millenni una giustizia sociale. Da una parte troviamo il liberismo che fa da traino al liberalismo, dall’altra un socialismo utopico che cerca nuove vie al consesso civile.
Il dualismo capitale/lavoro resterà a lungo, ma la Chiesa con la Rerum novarum stabilirà il diritto/dovere di intervenire nella vita pubblica. La dottrina sociale è anche missione evangelica. Pertanto la nuova evangelizzazione deve passare attraverso la dottrina sociale della Chiesa.
Leone XIII aveva difeso la dignità del lavoratore e la dignità del lavoro, attività necessaria per i bisogni della vita. Inoltre aveva riconosciuto il diritto di associazioni/sindacati e di giusto salario. Lo Stato deve tutelare i diritti di tutti, ma specialmente quelli dei più deboli e indifesi. Una solidarietà a livello nazionale ed internazionale.
Leone XIII si appella allo Stato, ma questa entità non può tutto. Infatti, “l’individuo, la famiglia e la società gli sono anteriori ed esso (Stato) esiste per tutelare i diritti dell’uno e delle altre, e non già per soffocarli” .
Leone XIII era contro le ingiustizie verso le masse proletarie, ma era anche contro un sistema che voleva issare la bandiera della rivoluzione sociale e della diversa divisione della ricchezza: “i socialisti spingono i poveri all’odio contro i ricchi, e sostengono che la proprietà privata deve essere abolita ed i beni di ciascuno debbono essere comuni a tutti.”
Si dichiara -Leone XIII – contrario a tale teoria, che crea disordini sociali e va contro i diritti dei proprietari, finendo così col non giovare neppure agli operai.
Purtroppo i fatti sono andati ben oltre. Là dove il socialismo è andato al potere, ha finito col creare danni e ci vorranno decenni per eliminarli. L’uomo in quella società è stato (ed è) un semplice ingranaggio d’un meccanismo.
Quando poi la misura è colma, la massa si organizza e si batte per diverse condizioni di vita e per la dignità violata, anzi rubata. La società ha subito un doppio attacco da due diverse forze, ambedue fondate sull’ateismo. Da una parte il socialismo reale con le sue purghe, dall’altra il militarismo coi suoi campi di sterminio.

E oggi, come siamo messi, nonostante ulteriori encicliche come aggiornamento della Rerum novarum?
Se lo stato diminuisce o addirittura cerca di togliere alla Chiesa il diritto di esprimersi, se con stoltezza insabbia la saggezza di millenni, anche noi perderemo ogni diritto.

Enciclica RERUM NOVARUM

Categorie: Encicliche, Politica e verità | Tag: , , , , , , , | 3 commenti

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: