Articoli con tag: amore

Il tradimento della Parola

thomas_couture_013_il_bacio_di_giudadi Charles Journet

La verità di Dio è sempre tradita quando è proposta senza l’amore di Dio. Gli apostoli l’hanno predicata in un grande amore: «Come una madre si prende cura dei suoi bambini, così noi, per la viva tenerezza a vostro riguardo, avremmo voluto darvi non solo il Vangelo di Dio, ma persino la vita, tanto ci eravate divenuti cari» (1 Tess. 2, 7-8). Ascoltandoli, i fedeli dovettero sentire il loro cuore riscaldarsi come a Emmaus. È detto di Lidia, la venditrice di porpora, che il Signore aprì il cuore onde poter ascoltare Paolo (At. 16, 14). Perfino allora, perfino ai tempi di Gesù, la parola di Dio trovò degli oppositori: essa è misteriosa, è difficile a capirsi, richiede in noi la morte di molte cose assai care. È certo comunque, e noi lo sappiamo, che predicarla con poco amore significa renderla oscura e portare la responsabilità di molte delle sue sconfitte. E poiché il nostro amore mai si leverà al livello dell’amore di Gesù, e neppure al livello di quello degli apostoli, rimane vero che in tal senso noi non potremo mai pronunciare la parola di Dio senza un po’ tradirla.

(Charles Journet, Il Dogma cammino della fede, tr. it. Paoline, Catania 1964, pp. 20-21)

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L’esame di coscienza

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Come si fa un buon esame di coscienza

Il Sacramento della Confessione staccato dalla parola di Dio non ha senso. Per prepararti a ricevere il sacramento del perdono la Chiesa ti chiede di esaminare la tua coscienza confrontandoti con la Parola di Dio. Tutto il messaggio di Cristo può essere riassunto in due importanti pagine dei Vangeli: il testo delle beatitudini (Mt 5,3-10) e il testo sull’amore di Dio e del prossimo (Mt 12,29). Ti presentiamo una traccia efficace per la tua preparazione al sacramento.

LE BEATITUDINI

1. Beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei cieli Continua a leggere

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Perché 40 giorni di Quaresima?

AM 3San Josemaría scrisse: “La Quaresima ci pone davanti a degli interrogativi fondamentali: cresce la mia fedeltà a Cristo, il mio desiderio di santità? Cresce la generosità apostolica nella mia vita di ogni giorno, nel mio lavoro ordinario, fra i miei colleghi? Ognuno risponda silenziosamente, in cuor suo, a queste domande e scoprirà che è necessaria una nuova trasformazione perché Cristo viva in noi, perché la sua immagine si rifletta limpidamente nella nostra condotta”È Gesù che passa, 58

Raccogliamo alcune delle domande più comuni sulla Quaresima con le risposte per comprendere meglio il senso di questo periodo liturgico.

Che cos’è la Quaresima? Da quando si vive la Quaresima? Qual è il significato della Quaresima?
Chiamiamo Quaresima il periodo di quaranta giorni (Quadragesima) dedicato alla preparazione della Pasqua. Dal quarto secolo si manifesta la tendenza a farne un tempo di penitenza e di rinnovamento per tutta la Chiesa, con la pratica del digiuno e dell’astinenza.
“La Chiesa ogni anno si unisce al mistero di Gesù nel deserto con i quaranta giorni della Quaresima” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 540). Proponendo ai suoi fedeli l’esempio di Cristo nel suo ritiro nel deserto, si prepara per la celebrazione delle solennità pasquali, con la purificazione del cuore, una pratica perfetta della vita cristiana e un atteggiamento penitente. Continua a leggere

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Ho sete di Dio

La vita è un continuo incontro. Di qualcuno vorremmo fare tranquillamente a meno, altri invece si possono rivelare decisivi per la nostra vita. Ma tutti sono importanti, se sappiamo individuare il bene per noi che si nasconde dietro a delle parole o dei gesti.

Così è stato anche per padre Nouwen che un bel giorno si vede piombare nel suo ufficio un tizio di nome Fred Bratman, inviato dal “New York Times”, edizione domenicale per la zona del Connecticut. Si siedono e il Padre, da subito, provò un misto di irritazione e attrazione verso questo giovane. Lui percepiva che a quel giornalista non importava proprio nulla dell’intervista, sicuramente avrebbe voluto passare la giornata in tutt’altro modo, ma il suo lavoro era questo, e non si discute. Punto! Ora, non è che sia il massimo del piacere per l’intervistato di percepire la totale indifferenza e una mancanza di qualsiasi coinvolgimento da parte di Fred e mentre lui deponeva gli appunti nella sua cartella, padre Nouwen incominciò a provare compassione per lui: “Mi dica, le piace il suo lavoro?” Il giovane gli confidò che “No, non mi piace!”, ma doveva guadagnarsi i soldi per vivere… Ma non era del tutto vero, aggiunse anche che scrivere gli piace e questa intervista avrebbe avuto qualche interesse per lui, se solo avesse potuto usare il vocabolario suo e senza dover contare le parole…insomma, come doveva raccontare la vita ricca di eventi di una persona come padre Nouwen, in solo 750 parole? Impossibile!, e nella voce di Fred c’era tutto il suo scoraggiamento. Il padre capì che il giovane era sul punto di abbandonare i suoi sogni per vivere una vita mediocre.

A partire dal giorno dell’intervista nacque un’amicizia profonda, padre Nouwen si prese cura di lui, incominciarono a frequentarsi spesso e, ovviamente, parlarono anche di religione, della fede. Fred era ebreo, ma non praticante, il padre conobbe i suoi amici e viceversa. Un mondo variopinto nel quale uno imparava dall’altro e, nella diversità, sono riusciti a trovare il vero incontro.

Passarono gli anni tra vicende dolorose, alti e bassi come tutti noi conosciamo, ma l’amicizia fra i due si faceva ancora più profonda e forte, insieme al loro esplicito desiderio di una comune base spirituale. Ecco che cosa racconta Padre Nouwen:

“Un giorno, mentre passeggiavamo nella Columbus Avenue a New York City, Fred si girò verso di me e disse: Perché non scrivi qualcosa sulla vita spirituale, per me e i miei amici?”. Fred conosceva bene la maggior parte dei miei scritti. Mi aveva dato spesso validi consigli sulla forma e sullo stile, ma raramente si sentiva coinvolto dal contenuto. Come ebreo che viveva nel mondo secolare di New York City, non poteva trovare molto conforto o sostegno in parole che avevano una esplicita matrice cristiana ed erano chiaramente basate su una lunga vita nella Chiesa. “Cose sostanzialmente buone” diceva spesso “ma che non fanno per me”. Egli sentiva fortemente che la sua esperienza e quella dei suoi amici esigevano un’altra intonazione, un altro linguaggio, una diversa lunghezza d’onda spirituale. Continua a leggere

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Autostima e Cristianesimo

Padre Michel Esparza, sacerdote che esercita il suo ministero pastorale a Logroño, è filosofo e teologo ed autore del libro “El pensamiento de Edith Stein” (“Il pensiero di Edith Stein”- Eunsa).

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L’autostima non è considerata in maniera positiva negli ambienti cristiani, perché sembra contrapporsi all’umiltà. Lei, invece, pensa che l’autostima e il Cristianesimo siano complementari. In che modo? 

Esparza:  Sì, a prima vista l’autostima sembra opposta all’umiltà, perché pensiamo che sia umile chi non si prende troppo sul serio. Se, però, consideriamo la cosa in modo più approfondito, ci rendiamo conto del fatto che l’umiltà si traduce in un dimenticarsi spontaneamente di se stessi, vale a dire è umile innanzitutto chi non pensa troppo a sé.
Questo egocentrismo non si riscontra solo nelle persone vanitose ed arroganti, ma anche in quelle che si sottovalutano: anche la falsa modestia e l’autorifiuto sono contrari all’umiltà. Per essere umili, quindi, è necessario accettarsi per come si è; è necessario, anzi, amarsi pur sapendo che si hanno dei difetti. Continua a leggere

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Ma i santi non vanno al bar?

Ragazzi, attenzione prego! Oggi parliamo di santità!

I giovani sbadigliano se presentiamo loro la santità in modo anacronistico. Bisogna spiegare loro la bellezza della santità, che va cercata nell’intimo della propria esistenza, dove la voce di Dio ci chiama, ci consiglia, ci guida. Bisogna insegnare loro a donarsi ed affidarsi allo Spirito che dà la saggezza per discernere la strada da intraprendere.

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Che c’entra la santità ai tempi di facebook?

Quando si parla di santità oggi, l’immaginario di tanti passa istintivamente all’idea delle statue, delle processioni, delle candele, dei baci ai piedi delle statue di madonne e santi posti in chiesa, di feste paesane e di beatificazioni in piazza San Pietro. Confondiamo spesso infatti nella vita di ogni giorno la santità con le nostre devozioni particolari e private. E forse proprio tutto questo genera in molti giovani scetticismo e indifferenza, perché questi discorsi sembra che a loro non dicano proprio niente. Il linguaggio, gli atteggiamenti, la mentalità, l’ambiente stesso dei giovani non hanno nulla a che vedere con i discorsi e i cammini di santità. Il loro mondo è ben altro. Fatto di scuola, di sport, di sogni, di amici, di noia; talvolta è sballo, talvolta sesso, talvolta alcool, talvolta droga. Per molti di loro la vita si comprende e si svolge in internet e su facebook. Continua a leggere

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L’adorazione – il valore della vita

Se tu vuoi sapere qual è il valore della tua vita, vedi quale peso ha in essa l’adorazioneernakulam_1

Nella preghiera tu sei soprattutto attirato dal moto d’amore di Dio che viene a salvarti in Gesù Cristo. In questo modo tu rischi di metterti al centro e di rinchiuderti in una specie di utilitarismo spirituale. Spezza questo cerchio per osare, in un gesto gratuito di adorazione, il movimento ascendente contrario. Tu sei fatto per adorare Dio e la tua vita troverà il suo vero centro di gravità quando ti prosternerai nella polvere davanti al Dio tre volte santo della visione d’Isaia (c. 6).
I cristiani parlano ancora molto di Dio: fanno anche molte cose per lui, ma vanno perdendo il senso dell’adorazione; e per questo rischiano l’ateismo. Un Dio che non si adora non è il vero Dio. Tu devi riconoscere che Dio solo è Dio e che l’adorazione è il tuo primo dovere. Questo atto non è che un anticipo, un pregustare quello che farai eternamente nel cuore della santissima Trinità.
Adorare non è per te solo un dovere che deriva dalla tua condizione di creatura: esso è la forma più elevata della tua vita di uomo. Adorando Dio, tu proclami la sua santità, ma al tempo stesso affermi la tua grandezza di uomo libero davanti a lui: «Il valore di una vita, dice padre Monchanin, è dato dal posto che vi ha l’adorazione». Quando vuoi Dio per Dio, adorandolo, allora trovi la tua libertà di uomo.  Continua a leggere
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Credo nello Spirito Santo!

La persona dello Spirito Santo 

1. Lo Spirito Santo è una persona divina realmente distinta dal Padre e dal Figlio: è questo il punto di partenza, se così possiamo dire, della fede della Chiesa nello Spirito Santo. Quando essa parla dello Spirito Santo, parla non di qualcosa di divino, ma parla di Qualcuno che è Dio come è Dio il Padre ed il Figlio che ha assunto la nostra natura umana.
Questo carattere personale dello Spirito Santo risulta chiaramente e costantemente dal modo con cui la S. Scrittura, nel Nuovo Testamento, parla della sua Presenza (della sua dimora in noi o in-abitazione). Risulta pure dal fatto che allo Spirito Santo sono attribuite azioni consapevoli e libere che Egli compie nella persona in cui dimora: anzi – come vedremo meglio in seguito – tutti i doni divini presenti in e fra noi sono a Lui attribuiti (cfr. per es. 1 Cor. 12,11-14).
E’ stato detto che gli Atti degli Apostoli sono il Vangelo dello Spirito Santo, come i quattro sono il Vangelo del Figlio incarnato. Ed infatti, nel libro di Luca è lo Spirito Santo che parla ed agisce, conduce la Chiesa (cfr. 5,3 e 9; 8,9). Come non ricordare in questo contesto il famoso inizio del decreto del Concilio di Gerusalemme: “è parso bene allo Spirito Santo e a noi”? L’equiparazione “noi” – “lo Spirito Santo” indica chiaramente che Egli è una Persona. E’ impressionante al riguardo At 16,6-8.

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Ma è soprattutto il Vangelo secondo Giovanni che ci rivela la divina persona dello Spirito Santo. E’ di fondamentale importanza notare il modo con cui compie questa Rivelazione: la personalità distinta dello Spirito Santo è affermata mediante ed all’interno di un’intenzionale analogia colla persona del Figlio. Cioè: le relazioni Spirito Santo-Figlio sono simmetriche alle relazioni Figlio-Padre; e sia le une che le altre si manifestano nelle rispettive missioni del Figlio e dello Spirito.  Continua a leggere

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Sposala e muori per lei. Uomini veri per donne senza paura

Un anno fa il travolgente successo di Sposati e sii sottomessa. Pratica estrema per donne senza paura. Adesso, tra pochi giorni (il 19 settembre per la precisione), giunge finalmente in libreria l’atteso secondo libro di Costanza Miriano: Sposala e muori per lei. Uomini veri per donne senza paura, edito da Sonzogno.

In Sposati e sii sottomessa, libro scritto splendidamente e di agile lettura, nato da colloqui di vita quotidiana con amiche, amici, parenti, confidenti, colleghe e colleghi di lavoro, semplici conoscenti, l’autrice ha dispensato sotto forma epistolare consigli “forti” in tema di vita familiare e/o di “avviamento al matrimonio”. E lo ha fatto alla sua maniera: senza traccia di toni sentenziosi e giudicanti ma con fine eleganza, semplicità, limpidezza e una massiccia dose di ironia.

Un impasto ben assemblato di ragione, esperienza, gioia, humor e ortodossia. C’è da aspettarsi che anche in questo secondo libro la leggerezza dello stile si accompagni a contenuti sostanziosi. Chi ha detto poi che certa afflitta gravità sia una virtù cristiana? Per G. K. Chesterton, che la Miriano conosce e cita, è vero esattamente il contrario: «La serietà non è una virtù. […] La solennità discende dagli uomini naturalmente; il riso è uno slancio. È facile esser pesanti, difficile esser leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità».

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San Massimiliano Maria Kolbe

Massimiliano Maria Kolbe nacque a Zdunska-Wola (Lodz) nella Polonia centrale, l’8 gennaio 1894, e fu battezzato lo stesso giorno col nome di Raimondo. La famiglia si trasferì poi a Pabianice dove Raimondo frequentò le scuole primarie, avvertì un misterioso invito della B. Vergine Maria ad amare generosamente Gesù e sentì i primi segni della vocazione religiosa e sacerdotale. Nel 1907 Raimondo venne accolto nel Seminario dei Frati Minori Conventuali di Leopoli, dove frequentò gli studi secondari e più chiaramente comprese che per corrispondere alla vocazione divina doveva consacrarsi a Dio nell’Ordine francescano.

Il 4 settembre 1910 incominciò il noviziato col nome di fra Massimiliano, e il 5 settembre 1911 emise la professione semplice.

Per proseguire la sua formazione religiosa e sacerdotale fu trasferito a Roma, dove dimorò dal 1912 al 1919, presso il Collegio Serafico Internazionale dell’Ordine. Qui fra Massimiliano continuò ad assimilare quelle virtù religiose che già lo rivelavano un degno ed esemplare figlio di S. Francesco, e lo preparavano a diventare un autentico sacerdote di Cristo. Emise la professione solenne il 1° novembre 1914 col nome di Massimiliano Maria. Conseguì nel 1915 la laurea in filosofia e nel 1919 quella in teologia. Continua a leggere

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L’amore di una mamma

13 maggio 2012 – 61Angeloextralarge scrive:

Un Angelo scappò dal Paradiso per trascorrere la giornata vagando sulla Terra. Al tramonto decise di portarsi via dei ricordi di quella visita. In un giardino c’erano delle rose: colse le più belle e compose un mazzo da portare in Paradiso. Un po’ più in là un bambino sorrideva alla madre. Poiché il sorriso era molto più bello del mazzo di rose, prese anche quello. Stava per ripartire quando vide la mamma che guardava con amore il suo piccolo nella culla. L’amore fluiva come un fiume in piena e l’Angelo disse a se stesso: “L’amore di quella mamma è la cosa più bella che c’è sulla Terra, perciò prenderò anche quello”.
Volò verso il Cielo, ma prima di passare i cancelli perlacei, decise di esaminare i ricordi per vedere come si erano conservati durante il viaggio. I fiori erano appassiti, il sorriso del bambino era svanito, ma l’amore della mamma era ancora là in tutto il suo calore e la sua bellezza. Scartò i fior appassiti e il sorriso svanito, chiamò intorno a se tutti gli ospiti del Cielo disse: “Ecco l’unica cosa che ho trovato sulla terra e che ha mantenuto la sua bellezza nel viaggio per il Paradiso: L’amore di una mamma”.

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Il cuore di Maria: luogo del grande mistero dell’Amore Redentore

Nel XIII secolo, trattando il Cuore di Maria, la prima somma mariana fece l’elogio di questa «Libera vivente nel quale la vita di nostro Signore Gesù Cristo è scritta con il dito di Dio, che è lo Spirito Santo».

Sant’Agostino non aveva esitato a leggere nel trasparente cuore di Gesù il simbolo delle Scritture ; l’autore medievale vedrà in quello di sua Madre « una biblioteca vivente, che contiene tutto quanto esiste di raro e di grande nei libri del Vecchio e del Nuovo Testamento ». Questo cuore verginale farà concludere a san Giovanni Eudes, quattro secoli più tardi, che è come un «vangelo
eterno», essendo «il depositario dei principali misteri che ha operato sulla terra».

Presso Maria, per prima, il luogo del cuore appare così, in tutta chiarezza, come il posto chiamato ad essere in ciascuno di noi : il luogo dell’esperienza del grande mistero dell’Amore Redentore.

Edouard Glotin
La Bibbia del Cuore di Gesù
Presses de la Renaissance, 2006

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Non esiste fedeltà senza distacco

«Desiderare è sinonimo di mangiare, e non si può mangiare senza uccidere» (Lanza del Vasto). Per questa ragione, la fedeltà è negata alla cupidigia: non possiamo restar fedeli a quanto abbiamo mangiato e che non esiste più, ma erriamo di preda in preda. Non esiste fedeltà senza distacco; lo stesso amore che mi fa capace di rinunciare al tuo possesso nell’ora della mia bramosia, m’impedirà di ripudiarti nell’ora della mia stanchezza.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 16)

Ogni pessimismo ha per oggetto un segreto ottimismo. Ogni rinuncia alla vita, ogni negazione del piacere, ogni tenebra, ogni austerità, ogni desolazione ha come vero scopo l’isolamento di una cosa affinché la si possa acutamente e perfettamente godere. Sono felice di questa leggera slogatura che ha introdotto fra i miei piedi questa misteriosa e affascinante divisione. Il sistema per amare qualunque cosa ê capire quanto sarebbe potuta essere diversa.

(G. K. Chesterton, I vantaggi di avere una gamba sola (1909), in Saggi scelti, Paoline, Alba 1962, pp. 286-287)

La fedeltà è legata a un’ignoranza di fondo dell’avvenire. Giurando fedeltà a un essere, ignoro quale futuro ci attende e in un certo senso anche quale essere sarà domani. Ed è proprio questa ignoranza che conferisce valore e peso al mio giuramento.
L’unica vittoria sul tempo deriva dalla fedeltà (parole molto profonde di Nietzsche: «L’uomo è l’unico essere che promette»).

(Gabriel Marcel, Tu non morirai, Ed. Casini, Roma 2006, p. 87)

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La fiamma della purezza

Se da una parte un impuro non potrà mai amar Dio, chi d’altra parte fosse senza amor di Dio non potrà mai essere realmente puro. La purezza prepara l’anima all’amore, e l’amore conferma l’anima nella purezza. Non si leverà mai vivace la fiamma dell’amore, quando non ci sia sotto, a nutrirla, una sostanza pura e genuina; e la più abbagliante delle purezze, qualora non tragga alimento dall’amore fervido, è un gelo e una desolazione.

(John Henry Newman, Purezza e amore, in Sermoni cattolici, Jaca Book, Milano 1983, p. 39)

La passione accieca, soffoca, ecc., si dice comunemente. Perché? A causa della sua fiamma? No, a causa del fumo. C’è, di norma, più fumo che fiamma in un cuore che «brucia» d’amore. Nell’ordine materiale, il fumo è fatto di elementi impropri alla combustione d’un corpo; nell’ordine spirituale, nasce dall’impurità delle passioni (lussuria, orgoglio, avarizia, ecc.) che si mescolano al nostro amore. E il termine «fumo» ha due significati: serve a designare le tenebre accecanti che sono il prezzo dell’amore (ed anche il segnale della sua presenza, dato che non c’è fumo senza fuoco) e significa nello stesso tempo apparenza, illusione, menzogna. L’amore scorge fantasmi nelle volute del fumo che gli nasconde la realtà. Il rimedio classico, per un’anima immersa nel fumo delle passioni, consiste nel dissipare il fumo con lo spegnere il fuoco. Allora gli occhi vedono più chiaramente, ma a che prezzo? Il raffreddarsi del cuore rende quella chiaroveggenza superficiale, astratta o scettica e ci proibisce, più ineluttabilmente ancora che il fumo delle passioni, l’accesso alle supreme realtà. «Voi dite che amare, è accecamento dell’anima. Io dico, che il non amare ne è la cecità» (Victor Hugo).
Esiste fortunatamente un altro sistema, più lungo e più doloroso, ma positivo: abbandonarsi totalmente al fuoco dell’amore, lasciarsi consumare da esso fino al punto in cui, non trovando più impurità per alimentare ii fumo, la fiamma si trasforma tutta in luce. Ed è questo l’eterno dilemma tra la morale dello spegnitoio e quella della purezza (πυρ significa fuoco). Il Cristo ha risposto una volta per tutte: «Non sono venuto per distruggere ma per compire» e: «Sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra». È l’unico fuoco senza fumo, ed è in esso che devono trasformarsi i nostri ardori.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 126-127)

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De ira Dei

Dio è questa realtà non nominabile, oscura, subitanea, misteriosa e terribile… È Dio che avvampa d’ira, e dinanzi al quale nessuno può resistere… Dio, il lottatore, che viene a mettersi davanti al suo popolo, gettando il terrore nei suoi nemici. Segno di Lui è la colonna di nuvole: oscura di giorno, fuoco illuminante di notte. Se essa s’innalza, il popolo deve togliere l’accampamento e seguirla; se rimane ferma, star tranquillo e aspettare… Dio, che guida nel paese di Canaan e annuncia il bando che ordina lo sterminio di tutti i popoli indigeni…
Così appunto abbiamo la sensazione di come il terrore di Dio si sia fissato sul suo popolo e come non sia mai scomparso.
Qualcosa di simile troviamo ancora nel Nuovo Testamento, quando Gesù sale al tempio e lo libera dai mercanti, da solo, in quella gran calca d’uomini, nel periodo eccitato del pellegrinaggio pasquale. Perché non si sono gettati su di Lui e non l’hanno finito? Invece nessuno osa opporsi, tanto è il terrore che emana…

[…]

Sì, Dio è così! E noi non comprenderemo mai la felicità ineffabile che dà il sapersi amati da Lui se non accoglieremo questo lato terribile e spaventoso della sua maestà. Che cos’è più grande e più profondo, infatti: la bontà d’un debole o d’un forte? Che un uomo debole ami, è certo un fatto bello, ma di valore esiguo. Invece l’amore che viene da un cuore forte, trabocca di ricchezza e di dolcezza. Se la fede quindi ci accerta che Dio ama l’uomo, non dobbiamo dimenticare chi è Dio: colui cioè che nell’Antico Testamento ha rivelato la sua forza che annienta. Ebbene, Lui, proprio Lui, si china verso di noi nell’amore. Ciò reca in sé la beatitudine.

(Romano Guardini, Volontà e verità, Morcelliana, Brescia 1978, pp. 47-48)

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