Saggezza

Come crocifiggere l’ego in 7 punti essenziali

Come si realizza la sottomissione dell’ego a Dio affinché l’anima si liberi e viva in un abbandono totale alla volontà di Dio?

  1. Sii attento a non fare affidamento alla tua sapienza personale e le tue capacità, a non nutrire bramosie umane per una qualche opera, nel timore che il tuo spirito si fermi, si oscuri la tua visione, la grazia ti abbandoni e tu rischi di non vedere più il cammino divino, di perdere la verità, di cadere nella rete del nemico e di diventare schiavo del tuo ego e dei desideri degli uomini.
    Guai a coloro che si credono sapienti, e si reputano intelligenti (Is 5,21)
  2. Guardati dal credere di essere qualcosa di importante, che senza di te le cose si fermino e i lavori si interrompano, e così il tuo ego appaia importante ai tuoi occhi. Sappi che Dio può fare con un altro molto meglio di quanto non faccia con te; che può rendere deboli i forti e forti i deboli, rendere ignoranti i sapienti e sapienti gli ignoranti. Tutto quel che è buono e utile in te è di Dio e non tuo, e se tu non ne hai cura e nel tuo intimo non l’attribuisci a Dio, ti verrà tolto. E se ti vanti della tua intelligenza o della tua virtù, Dio le abbandona ed esse si trasformano in corruzione, rovine e mali.
  3. Se il tuo ego teme la sottomissione a Dio, si sottrae all’abbandono a lui e si gloria del proprio potere; se tu attribuisci la tua intelligenza, la tua virtù e la tua riuscita a te stesso, Dio ti sottopone a correzioni che si ripetono, una dopo l’altra, a tribolazioni che si susseguono, fino a quando non ti sottometti e ti abbandoni a lui con umiltà. Ma se rifiuti la correzione e detesti subire la tribolazione, allora Dio ti abbandonerà a te stesso per sempre.
  4. Sii attento quindi e presta bene ascolto, perché, o ti consideri realmente al pari di niente, in atti e in parole, fermamente deciso nel tuo intimo ad abbandonarti a Dio con tutte le tue forze e, in questo caso, ti liberi di buon grado dal tuo ego per la grazia di Dio; oppure verrai consegnato alla correzione fino a quando, costretto, ti libererai dal tuo ego. Farai bene quindi a scegliere il cammino della sottomissione volontaria, a considerarti fin da ora un nulla e a seguire la grazia sulle vie dello Spirito.
  5. Sappi che la sottomissione a Dio e il totale abbandono alla sua volontà e al suo discernimento sono in realtà un dono e una grazia. Per ottenerlo, insieme alla preghiera e alla supplica, abbiamo bisogno della forza fiduciosa della fede dell’insistenza del cuore, affinché Dio non ci affidi alla correzione a causa del nostro ottenebramento e non ci lasci alla nostra sapienza. Inoltre, dobbiamo optare con grande determinazione per la rinuncia a noi stessi in ogni momento e in ogni occasione, non davanti al mondo, ma nell’intimo della nostra coscienza. Beato colui che scopre la debolezza e la mediocrità della propria anima, che l’ammette e la confessa davanti a Dio fino all’ultimo della sua vita.
  6. Se subisci la correzione, sappi che si tratta di un bene immenso, perché Dio affida alla correzione l’anima che ha dimenticato la propria debolezza e si glorifica delle proprie capacità e successi. Dio la corregge fino a quando non si sia resa conto della propria debolezza: essa vi perviene soprattutto quando Dio non concede alcuno sfogo al suo sconforto bloccando l’io da ogni parte e lasciandolo in preda alle umiliazioni interiori o esteriori – dipendano dai peccati o dagli affronti -, finché l’anima giunga a detestarsi, a maledire la propria intelligenza, a negare la propria capacità e si affidi, infine, a lui, umile e contrita. In quel momento l’uomo non ha difficoltà a detestare il proprio ego; si augura addirittura che tutti si uniscano a lui per detestare quell’ego esecrabile. Tale è l’autentico cammino d’umiltà che conduce al totale abbandono alla volontà divina e che sfocia nella liberazione dell’anima dalla dominazione dell’ego, dai suo inganni, dalla sua ostinazione e dal suo orgoglio.
  7. Se vuoi raggiungere la liberazione dell’anima attraverso il cammino migliore e più semplice, mettiti alla scuola della grazia, siediti ogni giorno, esamina i tuoi pensieri, le tue ragioni, le tue intenzioni, i tuoi obiettivi, le tue parole, le tue azioni alla luce della parola di Dio. Scoprirai allora la corruzione del tuo ego, la sua doppiezza, la sua malizia, i suoi inganni, il suo orgoglio, le sue sozzure… Se persevererai così ogni giorno con cuore contrito, potrai liberarti dall’ego menzognero e morboso e vincere progressivamente su di lui fino a sbarazzarti del suo ascendente. Allora ti renderai conto della gravità del disastro nel quale il tuo ego ti aveva trascinato quando gli obbedivi, quando ti compiacevi in lui, te ne gloriavi e ricercavi il suo rispetto e la sua dignità.

E nello stesso istante in cui, nell’intimo di te stesso, sarai sicuro di non essere nulla e che Dio è tutto, allora sarai veramente libero.

Matta El Meskin

Fonte

Umiltà

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La cittadella della secessione interiore

lubacdi Henri de Lubac

Note sulla tentazione del polemismo sterile e sui falsi rigori che degradano in ideologia i misteri della fede.

(Da Meditazioni sulla Chiesa, Paoline, Milano 1955, pp. 291-300 e pp. 337-338)

« […] l’intransigenza della fede, l’attaccamento alla tradizione, non si mutano mai, nel vero uomo di Chiesa, in durezza, in disprezzo, in aridità di cuore. Non sopprimono in lui il dono della simpatia accogliente ed aperta, e non lo imprigionano in una cittadella di atteggiamenti negativi. Continua a leggere

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La custodia del cuore

Caro Crescenzo, prima di tutto ti ringrazio di aver accettato il mio invito di far parte di questo blog, non soltanto come amico, ma ora anche come autore, benvenuto! Tu mi hai conquistato con le tue poesie, una, “La gioia di Maria” avevo pubblicato qui, ma so che hai scritto anche due libri e vorrei che in seguito -quando vorrai- ci raccontassi dell’ultimo che si chiama “L’equilibrista di Dio”. Ora però, ti cedo lo spazio, a te la parola! Ti abbraccio, Karin.

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Nel mio “L’equilibrista di Dio” – pubblicato da pochi mesi – racconto il mio “ritorno” alla Fede cattolica, dopo aver girovagato in lungo e in largo nel labirinto di questo mondo. Non è tanto il raccontare di me, non ne sento l’esigenza, se non servirmene per parlare della Fede, soprattutto dell’ appagante speranza cristiana, e della bellezza della vita. In seguito ne parlerò approfonditamente.
Adesso però, alla luce degli ultimi avvenimenti di cronaca (ultimi, realisticamente, almeno fino ai prossimi), voglio soffermarmi su un altro aspetto, certamente meno rassicurante, su cui non si può sorvolare, né transigere. Infatti, in questo testo, “L’equilibrista di Dio”, parlo diffusamente anche di “Colui che si mette di traverso”.
Senza tanti giri di parole: il diavolo. Non si tratta di deresponsabilizzare l’uomo (e anche il sottoscritto) da eventuali errori, quasi come se le deviazioni che lo vedono protagonista fossero solo opera degli impedimenti del Maligno. Niente affatto. Né bisogna essere un “fissato” del Male per intuirne la sua presenza – che fa spesso capolino nella vita di tutti i giorni – e parlarne senza tabù, per mettere in guardia se stessi e gli altri. Tanto più se si è credenti e cristiani. Continua a leggere

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La correzione fraterna, questione delicata!

Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. (Matteo 18,15-17)

La correzione fraterna è descritta in Mt 18,15-17. Il v. 18 riguarda invece il potere apostolico di sciogliere e di legare. Consideriamo, per adesso, i termini della correzione fraterna. Nella prassi cristiana, Matteo prevede la legittimità di un richiamo al bene nei confronti del fratello che ha commesso un peccato. Un primo fraintendimento che va evitato è quello di pensare che l’evangelista qui si stia riferendo a quei disguidi quotidiani che si verificano in ogni comunità cristiana. Ciò va escluso considerando l’intera prassi della correzione fraterna suggerita dal nostro testo: si hanno infatti tre passaggi, di cui il secondo e il terzo richiedono l’intervento di testimoni o addirittura dell’assemblea (l’intera comunità o i responsabili di essa). Sarebbe un’esigenza esagerata, se lo sbaglio del fratello da correggere riguardasse le incomprensioni ordinarie della vita comune. Ancora più esagerata suonerebbe la prospettiva dell’esito negativo: “Se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano o un pubblicano” (Mt 18,17). Continua a leggere

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Tutti sentono le voci che amano

grillo_animaleSiamo a Londra. In una vasta e tumultuosa via alberata di Londra. 
Strepito di cavalli e di carrozze, vociare di mercanti e di strilloni. Trambusto di uomini e di mezzi. 
Chi corre perché ha fretta. Chi passeggia. Un po’ di tutto. Un via vai continuo.
Ma ecco… quel signore che si è fermato. 
Pare in ascolto. Ma di che? 
Trattiene per un braccio l’amico e gli sussurra: “Senti? C’è un grillo!”. 
L’amico lo guarda stralunato: com’è possibile sentire il cri-cri di un grillo in quel mondo di rumori? 
“Ma cosa dice, professore? Un grillo?!”.
E il signore, che si è fermato, come guidato da un radar, si accosta lentamente a un minuscolo ciuffo d’erba ai piedi di un albero. 
Con delicatezza sposta steli e dice: “Eccolo!”.
L’amico si curva. È davvero un piccolo grillo. 
Stupore per il fatto del grillo a Londra. 
Ma doppio stupore per averlo sentito. 
D’accordo. Per avvertire certe “voci”, occorre grande capacità d’ascolto. E quel signore ce l’aveva. 
Era il grande entomologo francese Jean Henry Fabre. 
E la sua grande capacità di ascolto era rivolta in modo specifico al mondo degli insetti. 
“Ma come ha fatto a sentire il grillo in tutto questo chiasso?” domanda l’amico al signor Fabre, mentre riprendono il cammino. 
“Perché voglio bene a quelle piccole creature. Tutti sentono le voci che amano, anche se sono debolissime. Vuoi che proviamo?”… Il signor Fabre si ferma. 
Estrae dal borsellino una sterlina d’oro e la lascia cadere a terra. 
È un piccolo din, ma una decina di persone che camminano sul marciapiede si voltano di scatto a fissare la moneta. 
“Hai visto” dice il signor Fabre, “Queste persone amano il denaro e ne percepiscono il suono, anche tra lo strepito più chiassoso”.

Fonte: Cum grano salis

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Autostima e Cristianesimo

Padre Michel Esparza, sacerdote che esercita il suo ministero pastorale a Logroño, è filosofo e teologo ed autore del libro “El pensamiento de Edith Stein” (“Il pensiero di Edith Stein”- Eunsa).

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L’autostima non è considerata in maniera positiva negli ambienti cristiani, perché sembra contrapporsi all’umiltà. Lei, invece, pensa che l’autostima e il Cristianesimo siano complementari. In che modo? 

Esparza:  Sì, a prima vista l’autostima sembra opposta all’umiltà, perché pensiamo che sia umile chi non si prende troppo sul serio. Se, però, consideriamo la cosa in modo più approfondito, ci rendiamo conto del fatto che l’umiltà si traduce in un dimenticarsi spontaneamente di se stessi, vale a dire è umile innanzitutto chi non pensa troppo a sé.
Questo egocentrismo non si riscontra solo nelle persone vanitose ed arroganti, ma anche in quelle che si sottovalutano: anche la falsa modestia e l’autorifiuto sono contrari all’umiltà. Per essere umili, quindi, è necessario accettarsi per come si è; è necessario, anzi, amarsi pur sapendo che si hanno dei difetti. Continua a leggere

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L’incontro con il re!

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Padre Giovanni Taulero racconta che dopo aver pregato per molti anni il Signore, chiedendogli di mandargli chi gli insegnasse la vera vita spirituale, un giorno udì una voce che gli disse: «Va’ in quella chiesa, e troverai la tua risposta!»

Il padre andò in quella chiesa, e sulla porta trovò un mendicante, scalzo e tutto lacero. Lo salutò dicendogli: «Buon giorno, amico.» Continua a leggere

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La tunica inconsutile

di Andrea Torquato Giovanoli

Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo».
È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? (1Cor 1, 12-13)

In questi ultimi tempi sembra proprio che tra i cristiani si stia propagando un particolare prurito, un’antica insofferenza tra schieramenti, un fazioso incrudimento tra i diversi accenti di fede. Diatriba accesasi forse proprio con il passaggio di testimone da Benedetto a Francesco, nel fraintendimento capzioso (e può darsi, in alcuni casi, doloso), di una dualità, una sorta di concorrenza invisibile, una dicotomia d’intenti in realtà inesistente.
La diversità di registro tra i due Papi viene sempre più spesso equivocata come contrapposizione di contenuti, ed un’approssimazione crescente nell’informazione alimenta questa miopia di sguardo, rendendo facile all’avversario quel compito che si è scelto fin dal principio. Continua a leggere

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La sofferenza e il suo significato

13_4_02Se chiedeste ad un conoscente, anche cristiano, come auspicherebbe di morire, nella stragrande maggioranza dei casi, dopo gli scongiuri di rito, vi risponderebbe che preferirebbe una morte improvvisa; basta non soffrire. Il che è umanamente del tutto comprensibile.

Se poi andiamo a rivedere nei libri di devozione alcune preghiere, come ad esempio le Litanie dei Santi che risalgono ai primi secoli dopo Cristo, troviamo che la morte improvvisa è considerata una vera sventura; infatti in una di queste si recita espressamente: “A subitanea et improvisa morte, libera nos Domine”.

Che la morte improvvisa sia un evento cattolicamente indesiderabile viene indicato e supportato da una delle 15 promesse che la Santa Vergine del Rosario fa a tutti coloro che la invocano: chi lo reciterà devotamente meditando i Misteri…“non perirà di morte improvvisa”. Continua a leggere

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Mi sa che si sta leggermente innervosendo, la bestiaccia….Diamole filo da torcere e diamoci dentro anche noi con la preghiera. :D

CONTINUITAS

(liberamente ispirato a C.S. Lewis, Le lettere di Berlicche)

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Mio caro Malacoda,
i servi del Nemico – quelli che lui si ostina a chiamare “figli”, insomma quelli lì che si autodefiniscono cristiani – sono in sede vacante da soli due giorni e già siamo nei guai: quel vecchio teologo bavarese ne sa una più del diavolo, cioè di noi… sin da quando vestiva di rosso è una vera grana, tanto più che aspettavamo con ansia il suo pensionamento e invece il suo amico polacco lo ha voluto accanto fino alla fine. Già nel 1984 (secondo il calendario dei mortali) ci aveva inflitto un duro colpo. Provo a rinfrescarti la memoria: eravamo riusciti ad arruolare legioni di preti, con una duplice strategia, per cui una parte abbandonava l’abito, gli altri avevano il compito di diffondere l’idea che tutta la dottrina precedente fosse da buttare via e che si dovesse ricostruire…

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Il giudice che perdona

È interessantissimo notare il contrasto interiore che esiste tra il carnevale e la Quaresima. Si seguono e si oppongono.
Caratterizzerei volentieri questo contrasto con una parola.
Il carnevale mette la maschera.
La Quaresima toglie la maschera.
Il carnevale veste l’uomo da eroe o da Pierrot.
La Quaresima invita l’uomo a considerare, in un tu a tu, ciò che egli è.
Orbene, non temo di affermarlo, ogni uomo che si toglie la maschera e si considera così com’è, vedrà dentro di sé quattro cose: un bambino, un malato, un ignorante e un colpevole.
Bambino, egli ha bisogno d’un padre; ignorante, ha bisogno di un dottore; ammalato, ha bisogno di un medico; colpevole, ha bisogno di un giudice.
Orbene, ecco il prete nel suo tipo ideale, padre, medico, dottore e giudice. Ma che giudice! Il giudice che perdona. Ecco il giudice di cui ha bisogno l’uomo.

(Ernest Hello, Il secolo e i secoli, tr. it., S. Paolo, Alba (Cuneo) 1958, pp. 134-135)

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Il silenzio è…

der-heilige-bruno-francisco-ribalta-1600-commons-wikimedia-orgIl silenzio è mitezza: 
quando non rispondi alle offese,
quando non reclami i tuoi diritti,
quando lasci a Dio la tua difesa e il tuo onore.

Il silenzio è magnanimità: 
quando non riveli le colpe dei fratelli,
quando perdoni senza indagare nel passato,
quando non condanni, ma intercedi nell’intimo.

Il silenzio è pazienza: 
quando soffri senza lamentarti,
quando non cerchi consolazioni umane,
quando non intervieni, ma attendi che il seme germogli.

Il silenzio è umiltà: 
quando taci per lasciare emergere i fratelli,
quando celi nel riserbo i doni di Dio,
quando lasci che il tuo agire sia male interpretato,
quando lasci ad altri la gloria dell’impresa.

Il silenzio è fede: 
quando taci perché è Lui che agisce,
quando rinunci alle voce del mondo per stare alla Sua presenza,
quando non cerchi comprensione perché ti basta essere conosciuto da Lui

Il silenzio è saggezza:
quando ricorderai che dovremo rendere conto di ogni parola inutile,
quando ricorderai che il diavolo è sempre in attesa
di una tua parola imprudente per nuocerti e uccidere.

Infine, il silenzio è adorazione:
quando abbracci la Croce, senza chiedere il perché,
nell’intima certezza che questa è l’unica via giusta.

(un missionario laico)

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Inconvertibilità dei “buoni”

berliccheBerlicche a Malacoda:

Tutti gli estremi, eccetto la estrema devozione al Nemico, sono da incoraggiarsi. Non sempre, naturalmente, ma sì in questo periodo. Alcune età sono tiepide e compiacenti, ed è nostro affare cullarle in un sonno ancor più profondo. Altre età, delle quali la presente è una, sono squilibrate e pronte alla faziosità, e allora il nostro compito è di eccitarle. Qualsiasi piccola cricca, tenuta insieme da qualche interesse che gli altri ignorano o che dispiace, tende a sviluppare nel suo seno un’ammirazione reciproca, da serra, e verso il mondo esterno un bel po’ d’orgoglio e di odio ai quali si concede senza vergogna perché la «Causa» ne è garante e perché si pensa che quel sentimento sia impersonale. Continua a leggere

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Umiltà e umorismo

Benediktkundkinder

Non amo la serietà. Penso che sia antireligiosa. O, se pre­ferite l’espressione, è un vezzo di tutte le false religioni. Chi prende tutto seriamente è colui che idolatra ogni cosa: si pro­stra davanti a oggetti di legno e pietra affondando le sue membra come le radici di un albero o si profonde in inchini come la pietra infossata sul ciglio della strada. Spesso si di­scute se gli animali siano in grado di ridere. Dicono che la ie­na ride: ma la sua risata ricorda piuttosto il «grido d’incorag­giamento ironico» di un parlamentare. Tutt’al più fa una ri­sata ironica. Continua a leggere

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“Perché te lo tieni addosso?”

Ogni giorno faccio qualche chilometro di strada a piedi, dall’uscita della scuola di kiswahili fino alla fermata del “matatu”, il pulmino che viene usato come trasporto pubblico, dal volume dello stereo praticamente illimitato.

Di solito faccio in modo di caricarmi nella borsa poche cose indispensabili: un quaderno, una penna e la grammatica. Ma quel giorno dovevo tradurre l’omelia in kiswahili, quindi ero a pieno carico: il dizionarione, la Bibbia voluminosa, il messale, i soliti libri di scuola, e in più il giubbottino perché adesso alla mattina e alla sera fa freddo. Ma al ritorno da scuola, camminare sotto il sole equatoriale di mezzogiorno con tutto quel carico di roba si rivelò più stancante del previsto. Finalmente arrivai alla fermata del “matatu”, e me ne stavo lì sudato con la mia pesante borsa a tracolla ad aspettare.

All’improvviso ebbi questa semplice idea: “Ma perché continuo a tenermi addosso questo peso?” Sorrisi a me stesso, perché non ci avevo pensato prima a posare la borsa per terra? La posai e mi sentii subito meglio. Continua a leggere

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La verità orgogliosa non può dare niente

Sofferenze dell’Apostolo — Non voglio conquistarti. Non voglio che tu sia del mio parere; voglio soltanto darti questa verità indipendente da me come la luce del giorno; vorrei che anche tu vedessi il sole! È colpa mia se la Verità è anche la mia verità? Non credi che ne soffra abbastanza? Vorrei poterla donare senza toccarla, senza che nulla di me la contaminasse. Accettala; non guardare le mani che te la offrono. Ho vergogna che Dio debba servirsi di me…

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 121)

Più una verità è profonda, necessaria e redentrice, più essa deve perdere, espandendosi, la sufficienza e la indiscrezione dell’ebbrezza conquistatrice. La verità orgogliosa non può dare niente. I doni supremi devono essere offerti con mani supplichevoli.
Sii umile come un mendicante, tu che porti Dio agli uomini. E quando il tuo Dio è accettato, non dimenticare mai che sei tu che ricevi.

ARTE DI PERSUADERE — Scendi in lizza carico di potenti argomenti. Ma non vedi che il tuo avversario attende da te prima un bacio. Prima di provargli che hai ragione, provagli che lo ami. Dopo il bacio, i tuoi argomenti più poveri saranno irrefutabili.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, p. 93)

Feriti nel nostro niente (le peggiori ferite sono quelle che scoprono il vuoto interiore), siamo facilmente tentati di fare della verità cattolica, che conosciamo così bene e viviamo cosi male, uno scudo contro ogni nimprovero e ogni esempio venuto da fuori. E poi ci attacchiamo a quella misura di protezione molto personale che ci garantisce un buon sonno nella mediocrità: la lusinghiera etichetta di “fedelta alla Chiesa”. «Quando diciamo: noialtri cattolici — scrive Gabriel Marcel — gia non siamo più cattolici». E monsignor Journet ci ricorda opportunamente che la frontiera della Chiesa invisibile passa dentro ciascuno dei nostri cuori. Poiché apparteniamo alla Chiesa visibile, lavoriamo per purificare la nostra fede e il nostro amore, in modo da far coincidere in noi le due frontiere, piuttosto che condannare gli altri in nome della nostra appartenenza nominale all’organismo sacro che tradiamo con il nostro orgoglio.

(Gustave Thibon, Le mie impressioni su Simone Weil, in J-M. Perrin, G. Thibon, Simone Weil come l’abbiamo conosciuta, tr. it., Ancora, Milano 2000, pp. 168-169)

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La volontà di Dio e la nostra

«La volontà di Dio su di noi sia ciò che desideriamo» – Massimo Introvigne commenta le parole di Benedetto XVI

Proseguendo nella «scuola della preghiera» dedicata alla preghiera di Gesù, nell’udienza del 1 febbraio Benedetto XVI ha meditato sulla preghiera di Gesù al Getsemani, al Giardino degli Ulivi. Finita l’Ultima Cena, narra il Vangelo di Marco: «Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» (14,26). Il riferimento a un inno «allude probabilmente al canto di alcuni Salmi dell’hallèl con i quali si ringrazia Dio per la liberazione del popolo dalla schiavitù e si chiede il suo aiuto per le difficoltà e le minacce sempre nuove del presente».

Di solito nei Vangeli Gesù prega in solitudine. Ma «questa volta avviene qualcosa di nuovo: sembra non voglia restare solo» e chiede a Pietro, Giacomo e Giovanni di stargli vicino. Sono gli stessi tre discepoli che aveva chiamato ad essere con Lui sul monte della Trasfigurazione. Eppure più tardi il Signore «pregherà il Padre “da solo”, perché il suo rapporto con Lui è del tutto unico e singolare: è il rapporto del Figlio Unigenito. Si direbbe, anzi, che soprattutto in quella notte nessuno possa veramente avvicinarsi al Figlio, che si presenta al Padre nella sua identità assolutamente unica, esclusiva.».

Ma questa preghiera solitaria non è in contraddizione con la richiesta ai tre discepoli di rimanere vicini. «Si tratta di una vicinanza spaziale, una richiesta di solidarietà nel momento in cui sente approssimarsi la morte, ma è soprattutto una vicinanza nella preghiera, per esprimere, in qualche modo, la sintonia con Lui, nel momento in cui si appresta a compiere fino in fondo la volontà del Padre, ed è un invito ad ogni discepolo a seguirlo nel cammino della Croce».
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Oratio Iudicibus Aptissima – Preghiera dei giudici

Oratio Iudicibus Aptissima

Adsumus, Domine Sancte Spiritus, adsumus peccati quidem immanitate detenti, sed in nomine tuo congregati. Veni ad nos, et esto nobiscum, et dignare illabi cordibus nostris. Doce nos quid agamus, quo gradiamur, et ostende quid efficere debeamus, ut, te auxiliante, tibi in omnibus placere valeamus. Esto solus suggestor et effector iudiciorum nostrorum, qui solus cum Deo Patre et eius Filio nomen possides gloriosum.

Non nos patiaris perturbatores esse iustitiæ, qui summam diligis æquitatem. Non in sinistrum nos ignorantia trahat, non favor inflectat, non acceptio muneris vel personæ corrumpat.

Sed iunge nos tibi efficaciter solíus tuæ gratiæ dono, ut simus in te unum et in nullo deviemus a vero; quatenus in nomine tuo collecti, sic in cunctis teneamus cum moderamine pietatis iustitiam, ut et hic a te in nullo dissentiat sententia nostra et in futurum pro bene gestis consequamur præmia sempiterna.

Amen.

 

Preghiera dei giudici 

Siamo qui dinanzi a te, o Spirito Santo: sentiamo il peso delle nostre debolezze, ma siamo tutti riuniti nel tuo nome; vieni a noi, assistici, scendi nei nostri cuori: insegnaci tu ciò che dobbiamo fare, mostraci tu il cammino da seguire, compi tu stesso quanto da noi richiedi.

Sii tu solo a suggerire e guidare le nostre decisioni, perché tu solo, con Dio Padre e con il Figlio suo, hai un nome santo e glorioso.  

Non permettere che sia lesa da noi la giustizia, tu che ami l’ordine e la pace; non ci faccia sviare l’ignoranza, non ci renda parziali l’umana simpatia, non c’influenzino cariche o persone; tienici stretti a te con il dono della tua grazia, perché siamo una cosa sola in te e in nulla ci discostiamo dalla verità; fa’ che, riuniti nel tuo santo nome, sappiamo contemperare bontà e fermezza insieme, cosí da far tutto in armonia con te, nell’attesa che per il fedele compimento del dovere ci siano dati in futuro i premi eterni.

Amen.

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Quale carità per il nostro oggi? – Card. C. Caffarra

Penso che parlando di carità , sia necessario porci subito nella giusta prospettiva, altrimenti non se ne vede l’intimo splendore e l’intrinseca bellezza. E’ come quando guardiamo un quadro: si deve scegliere la collocazione giusta. Quale è? “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per in nostri peccati” (1 Gv 4,10). Per capire, per avere una qualche intelligenza dell’amore non si deve partire dal nostro modo di amare; si deve partire dal modo di amare proprio di Dio stesso. Comincerò dunque la mia riflessione, cercando di balbettare qualcosa sul modo divino di amare.

 

1. L’AMORE DI DIO

La prima cosa che ci colpisce immediatamente nel testo di Giovanni è la messa in chiaro dell’iniziativa: di chi comincia nell’amore. Chi ha cominciato? Ci viene detto che è stato Dio a cominciare. Perché è così importante sapere chi comincia? Perché cominciando Dio, il suo amore non è risposta, è inizio assoluto, è gratuità pura. La gratuità è amare senza nessun calcolo, senza nessuna attesa di ricompensa, senza nessuna previsione di tornaconto. Continua a leggere

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Halloween: opposizione o continuità?

La notte di Halloween e la festa cristiana dei santi: opposizione o continuità? Appunti in chiave educativa per la scuola e la catechesi in forma di recensione a La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa di P. Gulisano e B. O’Neill.  Recensione di Andrea Lonardo

Il nome Halloween è indiscutibilmente termine di origine cristiana: è parola composta da hallow: ‘santificare’, ed eve: abbreviazione di evening che significa ‘sera’. Halloween, insomma, deriva da All Hallow’s Eve e vuol dire semplicemente ‘Sera della festa dei Santi’, ‘Vigilia della festa dei santi’.
La Chiesa cattolica fa memoria, infatti, il’1. novembre di tutti i santi e la sera del 31. ottobre è appunto la vigilia della festa. Ma il 1. novembre era il giorno della festa celtica di Samhain ed alcune delle tradizioni dell’odierna Halloween vi rimandano. Cosa è avvenuto? Perché questa coincidenza? Halloween è una festa pagana o cristiana? Siamo dinanzi ad una espropriazione cristiana o ad un camuffamento sincretista di riti magici? Cosa è bene fare in campo educativo? Incoraggiare o opporsi alla celebrazione di Halloween?

P. Gulisano e B. O’Neill tracciano con il loro libretto La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa (Ancora, Milano, 2006, pp.96, euro 7.00) la traiettoria storica che permette di rispondere a queste domande.

Il passaggio da Samahin ad Halloween manifesta un atteggiamento tipico del Cristianesimo che non disprezza mai quanto gli preesiste storicamente, ma ne sa cogliere il valore per riproporlo alla luce della pienezza di vita che proviene dal vangelo[1]. I due Autori invitano così a raccontare alle nuove generazioni come avvenne che questa antica festa divenne cristiana:
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I consolatori insopportabili di Giobbe

Ci sono delle ore disperate in cui l’individuo sente la sua sofferenza più vera di tutti i prìncipi della ragione, di tutti i comandamenti della morale. Allora non può consentire a queste leggi cieche che lo distruggono, che se egli intuisce attraverso queste leggi, un occhio pieno d’amore che lo guarda; egli non può credere a quest’ordine universale straniero alla sua sofferenza, altro che se egli adora attraverso quest’ordine, un Essere che ha creato e che ascolta e che divide la sua irreducibile solitudine. Tutti i professori della morale pubblica, gli diventano, come a Giobbe, dei consolatori insopportabili.
Per credere nella legge, bisogna che egli senta, sotto la legge, il giudice; per credere al giudice bisogna che egli senta, sotto il giudice, il padre. Altrimenti ogni ragione ed ogni etica s’infrangono di fronte all’esistenza dell’io che sanguina. Ogni uomo è Narciso: per preferire l’Altro, bisogna che egli trovi nell’Altro il suo io più profondo.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, trad. it., AVE, Roma 1947, p. 82)

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Il lavoro e il riposo

L’anno finisce, l’anno comincia. Questa è dunque l’ora di ringiovanire: Adveniat regnum tuum! Ringiovaniremo al suono delle campane che cantano la marcia del tempo, se seguiremo la stella scoperta dai Re Magi. Ringiovaniremo, se abbandoniamo le cose da nulla che son sempre vecchie, per vivere nell’Immenso, se avviciniamo la scienza e l’arte alla bellezza eterna, che è l’eterna giovinezza, ad Deum qui laetificat juventutem meam! Continua a leggere

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La teologia morale del diavolo

Il diavolo ha un intero sistema teologico e filosofico per cui spiegherà, a chiunque voglia ascoltare, che tutte le cose create sono male, che gli uomini sono male, che Dio ha creato il male, che Egli vuole direttamente che gli uomini soffrano il male e gioisce delle sofferenze degli uomini, e che, in definitiva, tutto l’universo è pieno di miseria perché Dio così ha voluto e disposto. Continua a leggere

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Feconde come rugiada…

Le nostre lacrime son fatte per la terra, i nostri sguardi per il cielo. Piangi, innalzando gli occhi.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, trad. it., Morcelliana, Brescia 1949, p. 44) Continua a leggere

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Provvidenza e Giustizia nel corso della nostra esistenza

La Provvidenza e la Giustizia si uniscono per darci, durante la vita presente, quello che ci è necessario per raggiungere il nostro fine, cioè affinché possiamo vivere onestamente, secondo la retta ragione, affinché possiamo conoscere Dio soprannaturalmente, amarlo, servirlo, e con questo mezzo ottenere la vita eterna.

Certo vi è qui tra gli uomini una gran disuguaglianza di condizioni naturali e soprannaturali. Gli uni sono ricchi, gli altri poveri; gli uni sono naturalmente ben dotati, gli altri hanno una natura ingrata, una salute debole, un temperamento brutto. Ma il Signore non comanda mai l’impossibile, e nessuno è tentato oltre alle sue forze, aiutate dalla grazia che gli è offerta. Continua a leggere

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Oltre la porta stretta

Come medievalista, ri­mango attaccato sopra tutto al gotico; ma come cattolico vado orgoglioso anche del barocco. Quel­l’intensità che sembra quasi ristretta perche con­verge verso il punto centrale, come nella finestra a sesto acuto, è l’immagine stessa dell’ultimo atto interiore che precede immediatamente la conversione. In quell’istante il convertito ha spesso la sensazione di spiare attraverso una feritoia. Egli è affacciato a una fessura, o pertugio irregolare, che pare si restringa sempre più sotto i suoi occhi; ma è una feritoia che guarda sull’altare. Solo quando è entrato nella Chiesa s’accorge che all’interno essa è molto più vasta di quanto lo sia vista dall’esterno. Egli ha voltato le spalle alle feritoie sbieche, e in un certo senso, anche alle anguste porte gotiche; si trova ora sotto volte ampie quanto il Rinascimento, e universali come la Repubblica del mondo. Può ripetere con una profondità di significato ignota tutti i moderni la frase romana: Romanus civis sum: non sono schiavo.

(G. K. Chesterton, La Chiesa cattolica e la conversione, trad. it., Morcelliana, Brescia 1954, pp. 56-57)

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Divina povertà

Nell’ordine dell’avere, si vedono poveri importuni assediare ricchi indifferenti. Nell’ordine dell’Essere, il rapporto è sovvertito: il ricco importuno mèndica presso poveri indifferenti. Per questo Dio è ad un tempo il più ricco ed il più povero degli esseri.

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I sacrifici parziali non significano niente. Quand’anche avessimo donato tutti i tesori dell’Universo, se ci resta un soldo, il nostro dono è vano. È l’ultimo soldo che compera Dio…

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 20)

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La viltà dei forti

I deboli pregano, per vivere hanno bisogno di pregare. I forti che non pregano li accusano di vigliaccheria. Ma sono più vili coloro a cui Dio ha fatto credito e che approfittano della riserva loro affidata per isolarsi nel loro orgoglio e ingiuriare Dio. Chi, avendo ricevuto in anticipo i doni della forza e dell’equilibrio e non avendo bisogno di mendicare ogni giorno il pane dell’anima, abusa, senza vergogna, dei doni offerti senza pentimento, dei doni più nobili, ritorce questi doni contro il donatore e attinge alla sua stessa generosità la vile forza della ingratitudine e dell’oblio. L’orgoglio, superficialmente, può anche apparire grandezza e nobiltà; in verità non v’è peggior bassezza dell’orgoglio, perché non v’è peggior ingratitudine. L’uomo più vile è colui che trascura di ringraziare Dio, perché sente che Dio non si pentirà della sua bontà. L’anima nobile prega, e più Dio gli ha concesso la sicurezza e l’autonomia terrestre, tanto più la sua nobiltà si fa umile e sottomessa a Dio; meno la necessità la spinge a pregare, e più la sua fedeltà vuol pregare.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 52)

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Colpito e affondato…

Se nutri la fede, le tue paure moriranno di fame. 

 

Se nutri la fede, le tue paure moriranno di fame.

 

 

 

 

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L’humus della grazia

Nel cri­stianesimo è essenziale il fatto di essere l’incarnazione di Dio nell’umanita. Ciò vale già per il Cristo, che è il Verbo fatto carne. E gli uomini che vissero accanto a lui ebbero accesso alla sua invisibile divi­nità tramite il contatto con la sua umanità sensibile. Ora, la Chiesa è la continuazione dell’incarnazione, ed è sia corpo che spirito. sotto un’umile apparenza essa contiene un mistero divino. Ma è solamente grazie al contatto con questa apparenza visibile, con la sua carne, con la sua struttura visibile, con i suoi sacramenti che si può aver accesso alle ricchezze divine in essa contenute. E chi la disprezzerà per l’u­miltà della sua carne, si priverà per sempre della ric­chezza del suo Spirito.
Stiamo toccando l’essenza stessa dei sacramenti, segni sensibili che operano una grazia invisibile. L’u­mile acqua versata sulla fronte diffonde nell’anima la vita dello Spirito, fonte che sgorga per la vita eterna. Lo stesso Cristo è già un sacramento. Egli viene a cercare l’uomo sul piano della sua umanità, distribuendo i pani e cambiando l’acqua in vino, ma per condurlo alla sua divinità: Egli si fa uomo per farci dèi. Così i sacramenti partono dalle umili realtà della nostra vita quotidiana, ma le caricano di un contenuto misterioso. Per essi e grazie ad essi noi acce­diamo alle ricchezze della grazia. Il soprannaturale si fa carnale, come dice Péguy, poiché il Verbo di Dio viene a prendere l’uomo tutto intero, corpo e spirito, per vivificarlo tutto intero con il suo Spirito Santo. Niente è contrario a questo realismo dello Spirito Santo quanto gli spiritualismi che disprezzano la carne.

(Jean Daniélou s.j., Difesa del praticante, in Il cristiano e il mondo moderno, introduzione di Luigi Negri, Cantagalli, Siena 2004, pp. 38-39)

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