Quaresima 2018

Attraversare il deserto

Come il popolo di Dio schiavo in Egitto o esiliato a Babilonia,l’orante è chiamato da Dio non tanto a vivere nel deserto, quanto a marciare attraverso il deserto verso la Terra promessa, verso la sua piena realizzazione.

Gesù lo invita a entrare nel chiuso e nel segreto della propria camera lontano dagli angoli delle piazze dove si è visti da tutti. Con questo lo invita a ripetere l’esperienza del popolo d’Israele che, proprio passando attraverso un luogo geografico ben preciso, la terra maledetta del deserto, ha compiuto la sua pasqua di liberazione, ha sperimentato l’amore di Dio che lo guidava alla salvezza e al Sinai ha accettato di stringere un’alleanza con lui che lo faceva nascere come popolo e come popolo di Dio.

Tra i diversi modi in cui è stata espressa nella vita di preghiera l’esperienza unica e fondamentale del deserto nella Bibbia lungo i secoli, nella Chiesa, va certamente ricordata l’esperienza che viene indicata col nome di solitudine.

Assolutamente parlando, per l’uomo la solitudine è un male, è frutto del peccato che deturpa in lui l’immagine di Dio trino secondo la quale è stato creato, dalla quale è strutturato nel più profondo del proprio essere e in forza della quale, pertanto, all’interno di se stesso è chiamato a vivere in comunione con Dio e con gli altri.

La solitudine gli rivela, allora, il suo essere peccatore, ma diventa, nello stesso tempo, appello alla conversione e al riscatto.

Questo si realizzerà di fatto solo se egli saprà vivere la sua solitudine in unione a quella di Cristo che si è addossato la solitudine più squallida, quella dell’uomo peccatore, «per radunare i figli di Dio dispersi» (Gv Il,52) come il buon pastore che dà la propria vita per le pecore, morendo in piena solitudine sulla croce e divenendo attraverso di essa sorgente di comunione, di fecondità e di vita come il grano caduto in terra. È solo nella luce del mistero pasquale che si scopre come la solitudine possa paradossalmente diventare causa di comunione e come, pertanto, ancora oggi e soprattutto oggi, la spiritualità di comunione, tanto raccomandata dal concilio Vaticano II, possa trovare il suo più autentico fondamento in una spiritualità di solitudine.

Questa è anche la legge della preghiera personale del singolo fedele: per incontrare Dio nel più profondo del cuore e, partendo di lì, per aprirsi a un amore e a una comunione sempre più piena con Dio stesso e con gli altri, è necessario che l’orante operi una rottura rispetto al ritmo normale della vita, gli è necessario un apartamiento, cioè un mettersi da parte e distaccarsi da parenti, da amici, da colleghi di lavoro.

L ‘itinerario spirituale attraverso il quale Dio ci educa non è un semplice progresso evolutivo che si attua secondo un moto uniforme e tranquillo. Lungo il cammino si verificano momenti di rottura, salti qualitativi, alternanza tra tempi di emergenza e tempi di sedimentazione. Come nella vita fisica, biologica, anche nella vita secondo lo Spirito e, in particolare, nella vita di preghiera, non si dà perfezionamento senza una certa quale rottura.

Pregare comporta dare un taglio al ritmo fluente della nostra vita per entrare in un rapporto speciale e nuovo con Dio. Si tratta di un tempo forte che, però, non ha in se stesso un significato assoluto, ma è in ordine al tempo continuo di tutta la nostra esistenza.

La preghiera esige come condizione una fuga mundi senza essere una fuga mundi o evasione dal mondo: essa implica la necessità di entrare più profondamente nel mondo per trasformarlo, a partire da un cuore purificato e convertito sempre più a quel Dio che in Cristo Gesù sta per venire, e sempre più orientato verso quella terra promessa che sono i cieli nuovi e la terra nuova del futuro al di là della storia, dove tutto avrà il suo compimento.

Questo fa sì che la solitudine richiesta per la preghiera non sia per l’orante, come non lo è stato per Gesù, «una zona di clausura che lo separa dal mondo-che-passa, quanto piuttosto una zona di accesso al mondo-che-viene e che durerà per sempre».

Andre Louf

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Un orizzonte donato

“Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio”. Il miracolo raccontato è un capolavoro di significati. È come se Gesù prendendo a cuore la sofferenza di questa donna, desse a ciascuno di noi anche un’immagine chiara di cosa ci accade delle volte nella vita quando sovraccaricati da quello che abbiamo vissuto o fatto, siamo ricurvi a guardare solo i nostri piedi, perdendo completamente la prospettiva dell’orizzonte. Si può vivere lungamente ripiegati solo su un problema, o un lavoro, o un rapporto. Diventa così un inferno, perché l’inferno è non avere più un orizzonte dentro cui ricollocare quello che facciamo e quello che siamo. Potremmo quasi dire che la fatica del viaggio la si sopporta solo a patto di avere davanti una meta, un orizzonte verso cui andare. Quando questo ci viene tolto allora tutto si ferma, tutto diventa monotono, grigio, inutile vuoto. Gesù raddrizzando quella donna non le dà solo una guarigione fisica, ma è come se le restituisse un orizzonte, una prospettiva. È da lì che nasce la nostra vera gratitudine nei confronti di Dio, perché Lui è la possibilità di questo orizzonte.

Don Luigi Maria Epicoco

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La giustizia di Dio

Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà uciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinèdrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. (Mt. 5, 20-22)

Qual era la giustizia degli scribi e dei farisei? Era una fede vissuta solamente fra le apparenze. Si curavano dei riti esteriori, delle abluzioni, dei precetti comportamentali e trascuravano la parte spirituale dell’uomo. Si sono creati le loro regole per mantenersi casti ritualmente però si sono dimenticati di curare l’amore e la misericordia per il prossimo.

Il problema dei farisei è questo: hanno interpretato la dottrina a modo loro, pensando che le regole e i precetti li potessero redimere.

Anche noi, a volte, pensiamo secondo i farisei, ossia che le nostre opere buone ci guadagnano il Paradiso. Invece il Salvatore è uno solo: Gesù Cristo, il Dio fatto uomo che ci ha guadagnato la salvezza eterna con la sua morte in croce. E lo ha fatto gratis. Senza di Lui non possiamo fare niente.

Proposito di oggi: Fai una preghiera di ringraziamento a Gesù per averti salvato dalla dannazione eterna.

Fonte: Quaresima 2018 giorno per giorno, casa editrice: Mimep Docete

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Cattedra di San Pietro

” Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.” (Mt. 16, 17-19)

Le chiavi del regno dei cieli sono nelle mani dell’apostolo Pietro e del suo successore, il Papa. Tutto ciò che il Papa “lega” sulla terra sarà legato anche nei cieli, e tutto ciò che egli “scioglie” sulla terra sarà sciolto anche nei cieli. I cattolici ubbidiscono il Papa così come i primi cristiani hanno ubbidito a Pietro. Chi è contro il Papa è contro Cristo. Non possiamo dimenticarci di questa verità! Fa male sentire a volte i cattolici che criticano Papa, dimentichi che su questa pietra Cristo edifica la sua Chiesa. Chi critica le parole del Papa non ha ascoltato fino in fondo il suo messaggio oppure l’ha capito male. Il problema principale non sono le parole del Papa ma il nostro modo di interpretarle. Quante volte leggiamo articoli su ciò che ha detto il Papa e non leggiamo le parole stesse che il Papa ha detto.

Durante la festa odierna rinnoviamo la nostra appartenenza alla Chiesa e il nostro affetto al successore di Pietro, Papa Francesco.

Proposito: recita un’orazione per Papa Francesco e per le sue intenzioni di preghiera.

Fonte: Quaresima 2018, casa editrice: Mimep Docete

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Tutto sia amore!

Che tutto in me sia Amore.

Che la fede, sia l’Amore che crede.

Che la speranza, sia l’Amore che attende.

Che l’adorazione, sia l’Amore che si prostra.

Che la preghiera, sia l’Amore che t’incontra.

Che la fatica, sia l’Amore che lavora.

Che la mortificazione, sia l’Amore che s’immola.

Che soltanto il tuo amore, o Dio,

diriga i miei pensieri, le mie parole e le mi opere.

Beata Elena Guerra

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