Monachesimo

S. Charbel, monaco, presbitero ed eremita

Saint_Charbel (29)Charbel, al secolo Youssef, Makhluf, nacque a Beqaa-Kafra (Libano) l’8 maggio 1828. Quinto figlio di Antun e di Brigitte Chidiac, entrambi contadini, fin da piccolo parve manifestare grande spiritualità. A 3 anni rimase orfano di padre e sua madre si risposò con un uomo molto religioso che successivamente ricevette il ministero del diaconato.

All’età di 14 anni si dedica a curare un gregge di pecore vicino alla casa paterna e, in questo periodo, iniziano le sue prime e autentiche esperienze riguardanti la preghiera: si ritirava costantemente in una caverna che aveva scoperto vicino ai pascoli (oggi è chiamata “la grotta del santo”). A parte il suo patrigno (diacono), Youssef ebbe due zii materni che erano eremiti e appartenenti all’Ordine Libanese Maronita. Da essi accorreva con frequenza trascorrendo molte ore in conversazioni riguardanti la vocazione religiosa e il monacato, che ogni volta si fa più significativo per Lui.

All’età di 23 anni, Youssef  ascoltò la voce di Dio “Lascia tutto, vieni e seguimi”, si decide, e quindi, senza salutare nessuno, nemmeno sua madre, una mattina dell’anno 1851, si dirige al convento della Madonna di Mayfouq, dove sarà ricevuto prima come postulante e poi come novizio, facendo una vita esemplare sin dal primo momento, soprattutto riguardo all’obbedienza. Quì Youssef prese l’abito di novizio e scelse il nome Charbel, un martire di Edessa vissuto nel secondo secolo. Continua a leggere

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La Presentazione del Signore

Cari fratelli e sorelle!

180px-Darstellung_des_HERRNNella Festa odierna contempliamo il Signore Gesù che Maria e Giuseppe presentano al tempio “per offrirlo al Signore” (Lc 2,22). In questa scena evangelica si rivela il mistero del Figlio della Vergine, il consacrato del Padre, venuto nel mondo per compiere fedelmente la sua volontà (cfr Eb 10,5-7). Simeone lo addita come “luce per illuminare le genti” (Lc 2,32) e annuncia con parola profetica la sua offerta suprema a Dio e la sua vittoria finale (cfr Lc 2,32-35). È l’incontro dei due Testamenti, Antico e Nuovo. Gesù entra nell’antico tempio, Lui che è il nuovo Tempio di Dio: viene a visitare il suo popolo, portando a compimento l’obbedienza alla Legge ed inaugurando i tempi ultimi della salvezza.

E’ interessante osservare da vicino questo ingresso del Bambino Gesù nella solennità del tempio, in un grande “via vai” di tante persone, prese dai loro impegni: i sacerdoti e i leviti con i loro turni di servizio, i numerosi devoti e pellegrini, desiderosi di incontrarsi con il Dio santo di Israele. Nessuno di questi però si accorge di nulla. Gesù è un bambino come gli altri, figlio primogenito di due genitori molto semplici. Anche i sacerdoti risultano incapaci di cogliere i segni della nuova e particolare presenza del Messia e Salvatore. Solo due anziani, Simeone ed Anna, scoprono la grande novità. Condotti dallo Spirito Santo, essi trovano in quel Bambino il compimento della loro lunga attesa e vigilanza. Entrambi contemplano la luce di Dio, che viene ad illuminare il mondo, ed il loro sguardo profetico si apre al futuro, come annuncio del Messia: “Lumen ad revelationem gentium!” (Lc 2,32). Nell’atteggiamento profetico dei due vegliardi è tutta l’Antica Alleanza che esprime la gioia dell’incontro con il Redentore. Alla vista del Bambino, Simeone e Anna intuiscono che è proprio Lui l’Atteso. Continua a leggere

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I monasteri di clausura servono?

I mondani, i quali hanno una visione materiale della vita, non comprendono a cosa servano i monasteri di clausura, e spesso criticano le monache contemplative ritenendo inutile la loro esistenza. Coloro che invece hanno una visione soprannaturale della vita, hanno grande stima per le suore di clausura, perché sanno che con le loro preghiere e penitenze ottengono da Dio innumerevoli grazie e conversioni. Sentite questo fatto accaduto anni fa.

Un giorno una donna si recò nel monastero delle Benedettine di Fermo per chiedere di pregare per un suo parente che stava molto male (aveva una grave “malattia spirituale”). Le monache accettarono volentieri di pregare per lui, soprattutto suor Raffaella si impegnò molto per ottenere la guarigione spirituale di quell’uomo, anche se non sapeva nemmeno chi fosse. La missione delle monache di clausura non consiste solo nel ricercare la propria personale santificazione, ma anche di offrire incessantemente a Dio le proprie penitenze e preghiere per il bene delle anime. Ecco perché bisogna avere stima e riconoscenza per le claustrali, le quali immolano la propria vita per la salvezza delle anime e la maggior gloria di Dio.

Anche se ormai anziana e ammalata, suor Raffaella continuava a pregare e offrire sacrifici per quell’uomo tormentato da un grave malessere. Ma per questa zelante monaca, il tempo del pellegrinaggio terreno era giunto al termine, stava per entrare nell’eternità. Nonostante i dolori dell’agonia, continuava a soffrire con cristiana pazienza e ad essere di edificazione per le sue consorelle, alle quali, poco prima di morire, disse: “Vi voglio bene”. Poi, recitando il Salmo 32, “Exultate justi in Domino”, “Esultate giusti nel Signore”, spirò serenamente la sua candida anima.

Il giorno prima della sua morte, quell’uomo per cui aveva tanto pregato, ottenne la guarigione. Ma la notte successiva, mentre stava dormendo, sognò Padre Pio, il quale gli disse di andare nel monastero delle Benedettine di Fermo per ringraziare una monaca appena defunta, che con le sue preghiere gli aveva ottenuto la guarigione. Continua a leggere

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Madre Teresa di Calcutta – Biografia

“ Sono albanese di sangue, indiana di cittadinanza. Per quel che attiene alla mia fede, sono una suora cattolica. Secondo la mia vocazione, appartengo al mondo. Ma per quanto riguarda il mio cuore, appartengo interamente al Cuore di Gesù”. Di conformazione minuta, ma di fede salda quanto la roccia, a Madre Teresa di Calcutta fu affidata la missione di proclamare l’amore assetato di Gesù per l’umanità, specialmente per i più poveri tra i poveri.“Dio ama ancora il mondo e manda me e te affinché siamo il suo amore e la sua compassione verso i poveri”Era un’anima piena della luce di Cristo, infiammata di amore per Lui e con un solo, ardente desiderio: “saziare la Sua sete di amore e per le anime”. 

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Santa Brigida di Svezia

Cari fratelli e sorelle,

nella fervida vigilia del Grande Giubileo dell’Anno Duemila, il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II proclamò santa Brigida di Svezia compatrona di tutta l’Europa. Questa mattina vorrei presentarne la figura, il messaggio, e le ragioni per cui questa santa donna ha molto da insegnare – ancor oggi – alla Chiesa e al mondo.

Conosciamo bene gli avvenimenti della vita di santa Brigida, perché i suoi padri spirituali ne redassero la biografia per promuoverne il processo di canonizzazione subito dopo la morte, avvenuta nel 1373. Brigida era nata settant’anni prima, nel 1303, a Finster, in Svezia, una nazione del Nord-Europa che da tre secoli aveva accolto la fede cristiana con il medesimo entusiasmo con cui la Santa l’aveva ricevuta dai suoi genitori, persone molto pie, appartenenti a nobili famiglie vicine alla Casa regnante.

Possiamo distinguere due periodi nella vita di questa Santa.

Il primo è caratterizzato dalla sua condizione di donna felicemente sposata. Il marito si chiamava Ulf ed era governatore di un importante distretto del regno di Svezia. Il matrimonio durò ventott’anni, fino alla morte di Ulf. Nacquero otto figli, di cui la secondogenita, Karin (Caterina), è venerata come santa. Ciò è un segno eloquente dell’impegno educativo di Brigida nei confronti dei propri figli. Del resto, la sua saggezza pedagogica fu apprezzata a tal punto che il re di Svezia, Magnus, la chiamò a corte per un certo periodo, con lo scopo di introdurre la sua giovane sposa, Bianca di Namur, nella cultura svedese. Continua a leggere

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Tra un silenzio e l’altro, la vita

Che meravigliosa felicità esisteva nel mondo! Su questa terra miserabile, rumorosa e crudele, v’erano dunque ancora uomini che assaporavano la gioia stupenda del silenzio e della solitudine, che abitavano in remote celle sui monti, in monasteri appartati, al riparo dalle notizie, dai desideri, dagli appetiti e dai conflitti del mondo.
S’erano liberati dal peso della tirannia della carne, e i loro occhi limpidi, purificati dal fumo del mondo e dal suo irritante sentore, si elevavano al cielo e ne penetravano gli abissi infiniti, e la luce salutare.

Erano poveri, non avevano nulla, e perciò erano liberi e possedevano ogni cosa, e tutto ciò che toccavano emanava una scintilla del fuoco divino. E lavoravano con le loro mani, arando e zappando in silenzio la terra, spargendo il seme e mietendo i modesti raccolti per nutrire se stessi e gli altri poveri. Edificavano le loro case e facevano, con le loro stesse mani, i mobili e i rozzi vestiti che portavano; e intorno a loro tutto era semplice, povero e primitivo, perché erano gli ultimi e i più piccoli fra gli uomini; esuli volontari, erano andati a cercare fuori delle mura del mondo Cristo povero e respinto dagli uomini.

Soprattutto, avevano trovato Cristo, conoscevano la potenza, la dolcezza, la profondità e la misura infinita del Suo amore, vivo ed operante in loro. In Lui, nascosti in Lui, erano diventati i “Poveri Fratelli di Dio”. E per amor Suo avevano rinunciato a tutto e si erano nascosti nel Segreto del Suo Volto. Proprio perché non avevano nulla, erano i più ricchi della terra, possedevano ogni cosa; perché a mano a mano che la grazia svuotava i loro cuori dal desiderio del creato, lo Spirito di Dio vi entrava e colmava il posto fatto per Dio. E nelle loro celle, i Poveri Fratelli di Dio gustavano nel loro intimo la segreta gloria, la manna nascosta, il nutrimento infinito e la potenza della Presenza di Dio. Gustavano la dolce esultanza del timor di Dio che è il primo intimo contatto con la realtà di Dio che si conosca e si esperimenti sulla terra, il principio del Paradiso. E per tutta la giornata Dio parlava loro. Nella sua tremenda pace, la pura voce di Dio faceva scorrere in loro la verità, semplicemente e direttamente come l’acqua sgorga dalla sorgente. E all’improvviso la grazia si faceva in loro sempre più abbondante; ed essi non sapevano da dove venisse, eppure questa grazia li ricolmava, li riempiva d’amore e di liberazione.

E traboccando in ogni atto, in ogni movimento, la grazia faceva di tutto ciò che compivano un atto d’amore, la glorificazione di Dio non con gesti, né dramma, né dimostrazione esteriore, ma con la semplicità stessa e l’economia della perfezione estrema, tanto estrema da passare inosservata.

Thomas Merton – La montagna dalle sette balze

 

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