Matrimonio e famiglia

La gratitudine

Una moglie può essere grata per la morte del proprio marito?
Se, dopo un percorso di preghiera quasi ininterrotta… se, superando gli scrupoli tipo “potevo fare di più…” oppure “potevo agire diversamente…” dimentica se stessa e il proprio dolore… si, che può essere grata.

Ieri sono andata a confessarmi da un Padre domenicano particolarmente illuminato per quanto riguarda gli scrupoli. Con la preghiera, la logica, con la buona volontà, sono quasi riuscita a farmene una ragione della morte di mio marito, ma non riuscivo a superare l’ostacolo del suo ultimo ricovero e piangevo spesso, non lacrime di sollievo ma lacrime amare, lacrime di colpa, lacrime di dolore.

Era andato tutto storto fin dall’inizio dell’ultimo ricovero di Mimmo,…storto secondo le logiche umane. Mio marito è stato trasferito lì dall’ospedale di Luino per una riabilitazione in uno stato di salute già molto compromesso, ma io continuavo a lottare dentro di me per la sua vita. Eppure, nello stesso tempo, ero convinta che qualcosa stesse per cambiare, il cambiamento lo osservavo in lui, vedevo che si allontanava dalla sua esistenza terrena per arrivare a quella eterna. Sempre meno interessato a ciò che lo circondava ma grato per ogni visita degli amici e suppongo, consapevole che sarebbe stata l’ultima. Era come se tutto di lui fosse raccolto nella sua anima, come se avesse l’appuntamento fisso con il suo Creatore dentro di lui.

In quell’ultimo ricovero che ricordavo fino a ieri come un incubo, lui ha bruciato le tappe, da camminata veloce era passato al running, correre, correre, correre, non c’era tempo da perdere.

Ha subìto l’omissione di soccorso, ed io non ero stata in grado di impedirlo, non me ne ero resa conto…così come non me ne ero resa conto pienamente che lo stavano trattando come un paziente qualunque e non come una persona che stava per morire. Ecco il perché dei miei sensi di colpa… avrei dovuto intervenire subito. Il medico aveva chiesto a me che cosa doveva fare e dovevo minacciarlo per fargli chiamare l’ambulanza per portarlo al Pronto Soccorso. E Mimmo era li, nel letto, chiedeva aiuto con voce flebile, ma calma, non era agitato.

Fino a ieri ho avuto queste immagini davanti ai miei occhi, mi sentivo in colpa di non aver fatto di più, non aver agito diversamente, non riuscivo a perdonarmi. Poi questo giovane Padre nel confessionale mi ha detto che laddove l’uomo non arriva con le proprie forze, ci si mette Dio e compie l’opera secondo la Sua volontà per il maggior bene di tutti…e che proprio nei momenti nei quali l’uomo, nella sua presunzione di aver sotto controllo tutto, non si intromette nell’opera di Dio, le cose funzionano, e io mi sono rilassata. Finalmente ho potuto piangere di sollievo davanti al crocifisso del Duomo.

Poco prima che arrivasse l’ambulanza, Mimmo stava guardando davanti a sé ed a voce alta e chiara e con sguardo lucido, ha detto: “Io muoio!”. Poi si è fatto il segno della croce che comprendeva tutto il suo tronco e ha alzato leggermente le braccia come se volesse consegnarsi a Qualcuno in tutta tranquillità ed è stato un momento di estrema solennità. Subito dopo è arrivata l’ambulanza, gli hanno dato la maschera d’ossigeno e lui si è totalmente rilassato, respirava molto meglio.

Arrivato nel Pronto Soccorso di Crema, ospedale che lui conosceva bene e dove si è sempre sentito voluto bene, ha sorriso per l’ultima volta alla mia amica Carmen che lo stava aspettando mentre io dovevo raccogliere le sue cose nell’altra clinica. Un sorriso che, lo so, le stava arrivando più dal cielo che dalla terra. Da quando aveva detto “Io muio!”, lui era cambiato, era già per la strada…una strada bellissima, quella del 12 dicembre.

Lo sapevo già, tutti lo sappiamo, ma osservando mio marito, ho veramente compreso che bisogna vivere come si desidera di morire. Lui ha recuperato tutto in pochi mesi, completato in pochissimi giorni. Se penso a lui, a come era negli ultimi tempi, ho davanti agli occhi un agnellino che non si lamentava mai. E io sono grata, davvero grata, che ora sta bene, che non soffre più, che è felice. Se la merita tutta, quell’eterna felicità.

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La fabbrica dei divorzi

Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito; e il marito non ripudi la propria moglie. (1.Cor. 7,10-11)

HBSP98E7_Pxgen_r_300xALa propaganda divorzista nel 1974 puntava molto sui “casi umani”: non si può obbligare, si diceva, a rimanere unita una coppia in cui il marito è violento, ubriacone o delinquente. Oggi iniziamo a valutare anche l’altro lato dei casi umani: i figli disorientati e i vecchi abbandonati, lo spirito di rivalsa reciproco inoculato nella coppia, con la prole usata spesso come strumento di ricatto. Il divorzio inoltre, che si conclude nella stragrande maggioranza dei casi con l’espulsione del padre dal nucleo familiare, è stato uno dei principali strumenti per l’indebolimento della figura paterna.  Se poi il divorzio è la fine fatale del matrimonio, i giovani, consapevoli del disastro che ciò comporta e che hanno già vissuto nelle loro famiglie d’origine, non vogliono più sposarsi. Continua a leggere

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Nel nome del Padre

vater-sohn-springt-xs-iStock_000005012679Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa; lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. E voi mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei…   (Efes.  5,21-23)

Viviamo  in una “società senza padri”, come da qualche anno, non si stancano di ripetere psicologi e sociologi della famiglia. Mancano i padri, nel senso che mancano i maestri: vuoi perché non hanno  tempo, vuoi perché hanno trovato più comodo darsi alla latitanza, vuoi perché non sanno più cosa insegnare o perché molti padri si sono adeguati all’idea di non esserci più: preferiscono fare gli amiconi, i complici, i compagni di gioco.

Ve li ricordate i padri di qualche decennio fa, i nostri padri e i nostri nonni? Il loro semplice sguardo valeva più di mille discorsi. Il loro esserci, il loro tornare a casa era un atto domestico e formale allo stesso tempo. Se c’era papà tutto tornava al suo posto. E magari non erano padri esaltanti sul piano emotivo ed erano pieni di difetti, ma erano solidi perché fedeli al loro ruolo. Continua a leggere

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La scomparsa della famiglia, dei bambini, delle coppie

fm2In Italia oltre alla crisi economica c’è un’altra crisi, è la rivoluzione demografica, che ha un preciso anno d’inizio 1975 e si conclude 25 anni dopo. Lo scrive Roberto Volpi nel suo libro La fine della famiglia, sottotitolo: la rivoluzione di cui non ci siamo accorti. 

Libro pubblicato da Mondadori nel 2007. In questo periodo l’Italia ha perso 350 mila nascite annue, mentre il numero medio di figli della donna italiana nel corso della sua vita riproduttiva si è ridotto esattamente della metà, passando da 2,4 a 1,2. Ce ne siamo accorti? si chiede Volpi, forse si, forse no, indubbiamente ancora si fa fatica a prenderne coscienza. “Ancora oggi stentiamo a capire quali ricadute sociali comporti il fatto che i bambini siano diventati così pochi. Diciamo denatalità e il pensiero corre a qualcosa di tecnico, lontano dalle cose e dai problemi di tutti i giorni”. Eppure questo fenomeno ci tocca da vicino e non possiamo far finta di niente.

Non è la prima volta che sui giornali o in televisione si sente dire che in Italia non si fanno più figli, che i divorzi aumentano e che i giovani restano a casa dai genitori ben oltre i trent’anni. Ma tutto questo non fa scattare l’allarme, si pensa che l’archetipo familiare non viene intaccato, si pensa che ancora la nostra società è composta in grandissima maggioranza da famiglie tradizionali. Il professore Roberto Volpi dimostra che il Paese è completamente cambiato:“un quarto delle famiglie è formato da un solo individuo (single, divorziato, vedovo), quasi un altro quarto da coppie senza figli, e per il resto da una maggioranza di coppie con un unico foglio e da un numero crescente di famiglie con un solo genitore”. Continua a leggere

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Sposala e muori per lei. Uomini veri per donne senza paura

Un anno fa il travolgente successo di Sposati e sii sottomessa. Pratica estrema per donne senza paura. Adesso, tra pochi giorni (il 19 settembre per la precisione), giunge finalmente in libreria l’atteso secondo libro di Costanza Miriano: Sposala e muori per lei. Uomini veri per donne senza paura, edito da Sonzogno.

In Sposati e sii sottomessa, libro scritto splendidamente e di agile lettura, nato da colloqui di vita quotidiana con amiche, amici, parenti, confidenti, colleghe e colleghi di lavoro, semplici conoscenti, l’autrice ha dispensato sotto forma epistolare consigli “forti” in tema di vita familiare e/o di “avviamento al matrimonio”. E lo ha fatto alla sua maniera: senza traccia di toni sentenziosi e giudicanti ma con fine eleganza, semplicità, limpidezza e una massiccia dose di ironia.

Un impasto ben assemblato di ragione, esperienza, gioia, humor e ortodossia. C’è da aspettarsi che anche in questo secondo libro la leggerezza dello stile si accompagni a contenuti sostanziosi. Chi ha detto poi che certa afflitta gravità sia una virtù cristiana? Per G. K. Chesterton, che la Miriano conosce e cita, è vero esattamente il contrario: «La serietà non è una virtù. […] La solennità discende dagli uomini naturalmente; il riso è uno slancio. È facile esser pesanti, difficile esser leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità».

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Chiara e la croce

Dice suo marito Enrico:

Quando vedevo Chiara che stava per morire ero ovviamente molto scosso.

Quindi, ho preso coraggio e poche ore prima – era verso le otto del mattino, Chiara è morta a mezzogiorno – gliel’ho chiesto.

Le ho detto: “Chiara, amore mio, ma questa Croce è veramente dolce, come dice il Signore?”.

Lei mi ha guardato, mi ha sorriso e con un filo di voce mi ha detto: «Sì, Enri’, è molto dolce”.

Così, tutta la famiglia, noi, non abbiamo visto morire Chiara serena: l’abbiamo vista morire felice, che è tutta un’altra cosa».

 

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Riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali

Cari amici, mi rendo conto che il testo è lungo, ma credo che sia quanto mai importante conoscere cosa ne dice la Chiesa.
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Congregazione per la Dottrina della Fede
CONSIDERAZIONI CIRCA I PROGETTI DI RICONOSCIMENTO LEGALE DELLE UNIONI TRA PERSONE OMOSESSUALI

INTRODUZIONE

1. Diverse questioni concernenti l’omosessualità sono state trattate recentemente più volte dal Santo Padre Giovanni Paolo II e dai competenti Dicasteri della Santa Sede. Si tratta infatti di un fenomeno morale e sociale inquietante, anche in quei Paesi in cui non assume un rilievo dal punto di vista dell’ordinamento giuridico. Ma esso diventa più preoccupante nei Paesi che hanno già concesso o intendono concedere un riconoscimento legale alle unioni omosessuali che, in alcuni casi, include anche l’abilitazione all’adozione di figli.
Le presenti Considerazioni non contengono nuovi elementi dottrinali, ma intendono richiamare i punti essenziali circa il suddetto problema e fornire alcune argomentazioni di carattere razionale, utili per la redazione di interventi più specifici da parte dei Vescovi secondo le situazioni particolari nelle diverse regioni del mondo: interventi destinati a proteggere ed a promuovere la dignità del matrimonio, fondamento della famiglia, e la solidità della società, della quale questa istituzione è parte costitutiva. Esse hanno anche come fine di illuminare l’attività degli uomini politici cattolici, per i quali si indicano le linee di condotta coerenti con la coscienza cristiana quando essi sono posti di fronte a progetti di legge concernenti questo problema. Poiché si tratta di una materia che riguarda la legge morale naturale, le seguenti argomentazioni sono proposte non soltanto ai credenti, ma a tutti coloro che sono impegnati nella promozione e nella difesa del bene comune della società.

I. NATURA E CARATTERISTICHE IRRINUNCIABILI DEL MATRIMONIO

2. L’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla complementarità dei sessi ripropone una verità evidenziata dalla retta ragione e riconosciuta come tale da tutte le grandi culture del mondo. Il matrimonio non è una qualsiasi unione tra persone umane. Esso è stato fondato dal Creatore, con una sua natura, proprietà essenziali e finalità. Nessuna ideologia può cancellare dallo spirito umano la certezza secondo la quale esiste matrimonio soltanto tra due persone di sesso diverso, che per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, tendono alla comunione delle loro persone. In tal modo si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione e alla educazione di nuove vite.
3. La verità naturale sul matrimonio è stata confermata dalla Rivelazione contenuta nei racconti biblici della creazione, espressione anche della saggezza umana originaria, nella quale si fa sentire la voce della natura stessa. Tre sono i dati fondamentali del disegno creatore sul matrimonio, di cui parla il Libro della Genesi.
In primo luogo l’uomo, immagine di Dio, è stato creato «maschio e femmina» (Gn 1, 27). L’uomo e la donna sono uguali in quanto persone e complementari in quanto maschio e femmina. La sessualità da un lato fa parte della sfera biologica e, dall’altro, viene elevata nella creatura umana ad un nuovo livello, quello personale, dove corpo e spirito si uniscono.
Il matrimonio, poi, è istituito dal Creatore come forma di vita in cui si realizza quella comunione di persone che impegna l’esercizio della facoltà sessuale. «Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gn 2, 24).
Infine, Dio ha voluto donare all’unione dell’uomo e della donna una partecipazione speciale alla sua opera creatrice. Perciò Egli ha benedetto l’uomo e la donna con le parole: «Siate fecondi e moltiplicatevi» (Gn 1, 28). Nel disegno del Creatore complementarità dei sessi e fecondità appartengono quindi alla natura stessa dell’istituzione del matrimonio.
Inoltre, l’unione matrimoniale tra l’uomo e la donna è stata elevata da Cristo alla dignità di sacramento. La Chiesa insegna che il matrimonio cristiano è segno efficace dell’alleanza di Cristo e della Chiesa (cf. Ef 5, 32). Questo significato cristiano del matrimonio, lungi dallo sminuire il valore profondamente umano dell’unione matrimoniale tra l’uomo e la donna, lo conferma e lo rafforza (cf. Mt 19, 3-12; Mc 10, 6-9).
4. Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. Il matrimonio è santo, mentre le relazioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale. Gli atti omosessuali, infatti, «precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun modo possono essere approvati».
Nella Sacra Scrittura le relazioni omosessuali «sono condannate come gravi depravazioni… (cf. Rm 1, 24-27; 1 Cor 6, 10; 1 Tm 1, 10). Questo giudizio della Scrittura non permette di concludere che tutti coloro, i quali soffrono di questa anomalia, ne siano personalmente responsabili, ma esso attesta che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». Lo stesso giudizio morale si ritrova in molti scrittori ecclesiastici dei primi secoli ed è stato unanimemente accettato dalla Tradizione cattolica.
Secondo l’insegnamento della Chiesa, nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali «devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione». Tali persone inoltre sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità. Ma l’inclinazione omosessuale è «oggettivamente disordinata» e le pratiche omosessuali «sono peccati gravemente contrari alla castità».

II. ATTEGGIAMENTI NEI CONFRONTI DEL PROBLEMA DELLE UNIONI OMOSESSUALI

5. Nei confronti del fenomeno delle unioni omosessuali, di fatto esistenti, le autorità civili assumono diversi atteggiamenti: a volte si limitano alla tolleranza di questo fenomeno; a volte promuovono il riconoscimento legale di tali unioni, con il pretesto di evitare, rispetto ad alcuni diritti, la discriminazione di chi convive con una persona dello stesso sesso; in alcuni casi favoriscono persino l’equivalenza legale delle unioni omosessuali al matrimonio propriamente detto, senza escludere il riconoscimento della capacità giuridica di procedere all’adozione di figli.
Laddove lo Stato assuma una politica di tolleranza di fatto, non implicante l’esistenza di una legge che esplicitamente concede un riconoscimento legale a tali forme di vita, occorre ben discernere i diversi aspetti del problema. La coscienza morale esige di essere, in ogni occasione, testimoni della verità morale integrale, alla quale si oppongono sia l’approvazione delle relazioni omosessuali sia l’ingiusta discriminazione nei confronti delle persone omosessuali. Sono perciò utili interventi discreti e prudenti, il contenuto dei quali potrebbe essere, per esempio, il seguente: smascherare l’uso strumentale o ideologico che si può fare di questa tolleranza; affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione; richiamare lo Stato alla necessità di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica e, soprattutto, che non espongano le giovani generazioni ad una concezione erronea della sessualità e del matrimonio, che le priverebbe delle necessarie difese e contribuirebbe, inoltre, al dilagare del fenomeno stesso. A coloro che a partire da questa tolleranza vogliono procedere alla legittimazione di specifici diritti per le persone omosessuali conviventi, bisogna ricordare che la tolleranza del male è qualcosa di molto diverso dall’approvazione o dalla legalizzazione del male.
In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell’equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest’ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all’applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza.

III. ARGOMENTAZIONI RAZIONALI CONTRO IL RICONOSCIMENTO LEGALE DELLE UNIONI OMOSESSUALI

6. La comprensione dei motivi che ispirano la necessità di opporsi in questo modo alle istanze che mirano alla legalizzazione delle unioni omosessuali richiede alcune considerazioni etiche specifiche, che sono di diverso ordine.

Di ordine relativo alla retta ragione
Il compito della legge civile è certamente più limitato riguardo a quello della legge morale, ma la legge civile non può entrare in contraddizione con la retta ragione senza perdere la forza di obbligare la coscienza. Ogni legge posta dagli uomini in tanto ha ragione di legge in quanto è conforme alla legge morale naturale, riconosciuta dalla retta ragione, e in quanto rispetta in particolare i diritti inalienabili di ogni persona. Le legislazioni favorevoli alle unioni omosessuali sono contrarie alla retta ragione perché conferiscono garanzie giuridiche, analoghe a quelle dell’istituzione matrimoniale, all’unione tra due persone dello stesso sesso. Considerando i valori in gioco, lo Stato non potrebbe legalizzare queste unioni senza venire meno al dovere di promuovere e tutelare un’istituzione essenziale per il bene comune qual è il matrimonio.
Ci si può chiedere come può essere contraria al bene comune una legge che non impone alcun comportamento particolare, ma si limita a rendere legale una realtà di fatto che apparentemente non sembra comportare ingiustizia verso nessuno. A questo proposito occorre riflettere innanzitutto sulla differenza esistente tra il comportamento omosessuale come fenomeno privato, e lo stesso comportamento quale relazione sociale legalmente prevista e approvata, fino a diventare una delle istituzioni dell’ordinamento giuridico. Il secondo fenomeno non solo è più grave, ma acquista una portata assai più vasta e profonda, e finirebbe per comportare modificazioni dell’intera organizzazione sociale che risulterebbero contrarie al bene comune. Le leggi civili sono principi strutturanti della vita dell’uomo in seno alla società, per il bene o per il male. Esse «svolgono un ruolo molto importante e talvolta determinante nel promuovere una mentalità e un costume». Le forme di vita e i modelli in esse espresse non solo configurano esternamente la vita sociale, bensì tendono a modificare nelle nuove generazioni la comprensione e la valutazione dei comportamenti. La legalizzazione delle unioni omosessuali sarebbe destinata perciò a causare l’oscuramento della percezione di alcuni valori morali fondamentali e la svalutazione dell’istituzione matrimoniale.

Di ordine biologico e antropologico
7. Nelle unioni omosessuali sono del tutto assenti quegli elementi biologici e antropologici del matrimonio e della famiglia che potrebbero fondare ragionevolmente il riconoscimento legale di tali unioni.
Esse non sono in condizione di assicurare adeguatamente la procreazione e la sopravvivenza della specie umana. L’eventuale ricorso ai mezzi messi a loro disposizione dalle recenti scoperte nel campo della fecondazione artificiale, oltre ad implicare gravi mancanze di rispetto alla dignità umana, non muterebbe affatto questa loro inadeguatezza.
Nelle unioni omosessuali è anche del tutto assente la dimensione coniugale, che rappresenta la forma umana ed ordinata delle relazioni sessuali. Esse infatti sono umane quando e in quanto esprimono e promuovono il mutuo aiuto dei sessi nel matrimonio e rimangono aperte alla trasmissione della vita.
Come dimostra l’esperienza, l’assenza della bipolarità sessuale crea ostacoli allo sviluppo normale dei bambini eventualmente inseriti all’interno di queste unioni. Ad essi manca l’esperienza della maternità o della paternità. Inserire dei bambini nelle unioni omosessuali per mezzo dell’adozione significa di fatto fare violenza a questi bambini nel senso che ci si approfitta del loro stato di debolezza per introdurli in ambienti che non favoriscono il loro pieno sviluppo umano. Certamente una tale pratica sarebbe gravemente immorale e si porrebbe in aperta contraddizione con il principio, riconosciuto anche dalla Convenzione internazionale dell’ONU sui diritti dei bambini, secondo il quale l’interesse superiore da tutelare in ogni caso è quello del bambino, la parte più debole e indifesa.

Di ordine sociale
8. La società deve la sua sopravvivenza alla famiglia fondata sul matrimonio. La conseguenza inevitabile del riconoscimento legale delle unioni omosessuali è la ridefinizione del matrimonio, che diventa un’istituzione la quale, nella sua essenza legalmente riconosciuta, perde l’essenziale riferimento ai fattori collegati alla eterosessualità, come ad esempio il compito procreativo ed educativo. Se dal punto di vista legale il matrimonio tra due persone di sesso diverso fosse solo considerato come uno dei matrimoni possibili, il concetto di matrimonio subirebbe un cambiamento radicale, con grave detrimento del bene comune. Mettendo l’unione omosessuale su un piano giuridico analogo a quello del matrimonio o della famiglia, lo Stato agisce arbitrariamente ed entra in contraddizione con i propri doveri.
A sostegno della legalizzazione delle unioni omosessuali non può essere invocato il principio del rispetto e della non discriminazione di ogni persona. Una distinzione tra persone oppure la negazione di un riconoscimento o di una prestazione sociale non sono infatti accettabili solo se sono contrarie alla giustizia. Non attribuire lo statuto sociale e giuridico di matrimonio a forme di vita che non sono né possono essere matrimoniali non si oppone alla giustizia, ma, al contrario, è da essa richiesto.
Neppure il principio della giusta autonomia personale può essere ragionevolmente invocato. Una cosa è che i singoli cittadini possano svolgere liberamente attività per le quali nutrono interesse e che tali attività rientrino genericamente nei comuni diritti civili di libertà, e un’altra ben diversa è che attività che non rappresentano un significativo e positivo contributo per lo sviluppo della persona e della società possano ricevere dallo Stato un riconoscimento legale specifico e qualificato. Le unioni omosessuali non svolgono neppure in senso analogico remoto i compiti per i quali il matrimonio e la famiglia meritano un riconoscimento specifico e qualificato. Ci sono invece buone ragioni per affermare che tali unioni sono nocive per il retto sviluppo della società umana, soprattutto se aumentasse la loro incidenza effettiva sul tessuto sociale.

Di ordine giuridico
9. Poiché le coppie matrimoniali svolgono il ruolo di garantire l’ordine delle generazioni e sono quindi di eminente interesse pubblico, il diritto civile conferisce loro un riconoscimento istituzionale. Le unioni omosessuali invece non esigono una specifica attenzione da parte dell’ordinamento giuridico, perché non rivestono il suddetto ruolo per il bene comune.
Non è vera l’argomentazione secondo la quale il riconoscimento legale delle unioni omosessuali sarebbe necessario per evitare che i conviventi omosessuali perdano, per il semplice fatto della loro convivenza, l’effettivo riconoscimento dei diritti comuni che essi hanno in quanto persone e in quanto cittadini. In realtà, essi possono sempre ricorrere – come tutti i cittadini e a partire dalla loro autonomia privata – al diritto comune per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse. Costituisce invece una grave ingiustizia sacrificare il bene comune e il retto diritto di famiglia allo scopo di ottenere dei beni che possono e debbono essere garantiti per vie non nocive per la generalità del corpo sociale.

IV. COMPORTAMENTI DEI POLITICI CATTOLICI NEI CONFRONTI DI LEGISLAZIONI FAVOREVOLI ALLE UNIONI OMOSESSUALI

10. Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche.
Nel caso in cui si proponga per la prima volta all’Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale.
Nel caso in cui il parlamentare cattolico si trovi in presenza di una legge favorevole alle unioni omosessuali già in vigore, egli deve opporsi nei modi a lui possibili e rendere nota la sua opposizione: si tratta di un doveroso atto di testimonianza della verità. Se non fosse possibile abrogare completamente una legge di questo genere, egli, richiamandosi alle indicazioni espresse nell’Enciclica Evangelium vitae, «potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica», a condizione che sia «chiara e a tutti nota» la sua «personale assoluta opposizione» a leggi siffatte e che sia evitato il pericolo di scandalo. (18) Ciò non significa che in questa materia una legge più restrittiva possa essere considerata come una legge giusta o almeno accettabile; bensì si tratta piuttosto del tentativo legittimo e doveroso di procedere all’abrogazione almeno parziale di una legge ingiusta quando l’abrogazione totale non è possibile per il momento.

CONCLUSIONE

11. La Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l’unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società.
Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nell’Udienza concessa il 28 marzo 2003 al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato le presenti Considerazioni, decise nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 3 giugno 2003, Memoria dei Santi Carlo Lwanga e Compagni, Martiri.
+ Joseph Card. Ratzinger, Prefetto

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Il matrimonio cristiano come risposta alle domande attuali – Card. J. Ratzinger

Le domande su questioni e preoccupazioni attuali ci riportano al nostro punto di partenza: la concezione cristiana su matrimonio e famiglia.

1. “La realizzazione del sé”, concepita come concorrenza in confronto al prossimo e come limitazione della propria libertà, rimane sempre un’espressione fatale. In realtà, l’uomo raggiunge il massimo della propria realizzazione nel totale dono di sé. Gesù, infatti, con questa parola centrale del Vangelo ci dice in modo inequivocabile: “Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita…la troverà.” (Mt16, 25)
Soltanto nel tu ed attraverso il tu posso trovare il mio io; ma non ci riuscirò certamente rimanendo sulla difensiva senza mai rivelare nulla di me stesso e della mia vita. Prendiamo come esempio la parabola dove si parla dei talenti: essi crebbero quando furono spesi; colui, invece, che li sotterrò perse le sue potenziali opportunità (cfr.Mt25, 14-30). Il farsi dono ad una persona e la fedeltà che accompagna questo dono non sono perciò in alcun modo in contrapposizione alla propria libertà ma al contrario costituiscono il suo vero principio. L’espressione massima della libertà consiste nella capacità di prendere le proprie decisioni e nel coraggio di renderle definitive. Chi nella sua vita non osa il passo decisivo trascura l’investimento sulla propria libertà che rimane sterile invece di portare l’uomo alla maturazione la quale, a sua volta, trae forza dal definitivo. Soltanto un amore pronto a farsi dono totalmente all’altro è un amore capace di perseverare fino alla fine – “finché morte non vi separi” – soddisfacendo così il desiderio umano di un amore profondo e spirituale in pieno rispetto della propria dignità.

2. Per questo motivo, anche l’ufficializzazione pubblica del reciproco amore, rappresentata dall’aspetto spirituale e legale del sacramento, non è in contraddizione del suo aspetto personale ed intimo. Sì, l’amore tra uomo e donna è squisitamente personale, ma proprio per questo non è una questione privata o una cosa qualunque. Da questo amore dipende il presente ed il futuro di una comunità anzi, di tutta l’umanità in genere. Mai nella storia, perciò, sono esistite delle comunità che hanno lasciato queste unioni in preda al caso ma piuttosto sono state formate e custodite in tutte le loro trasformazioni lungo i tempi. Solo nell’unione sacramentale l’amore tra l’uomo e la donna può trovare la sua dignità e forza per resistere tutta una vita. In relazione a ciò vi citerò adesso alcuni frasi scritte da un cattolico laico in retrospettiva del suo matrimonio: “Il nostro matrimonio ha conosciuto periodi durante i quali la grazia di Dio si è letteralmente ‘esaurita’ a causa della nostra cecità, della nostra caparbietà ma anche, senza volerlo, a causa delle nostre debolezze fisiche senza, tuttavia, abbandonarci neanche per un istante. Mai ci ha sfiorato il pensiero: tra noi è finito, la nostra unione si è ridotta ormai ad una larva. Invece la grazia ci ha sempre portati alla convinzione che era oggettivamente impossibile pensare ad un fine del nostro matrimonio.” 8)

3. Vorrei aggiungere un’ultima cosa: un figlio non è una minaccia, non è una limitazione della libertà e non rappresenta in alcun modo un ostacolo nella realizzazione di se stessi.
Anche oggi, la speranza per l’umanità non deve essere ricercata nelle ultime scoperte delle ricchezze della terra, né nel patrimonio accumulato, né nelle acquisite capacità tecniche, ma si fa trovare nella facoltà inventiva della mente umana e nella forza d’amore del suo cuore.
Le ricchezze della terra sono già state saccheggiate prima del previsto, i patrimoni accumulati si stanno esaurendo e la tecnologia cerca in continuazione di superare se stessa. L’unico capitale sul quale investire per il futuro è l’uomo con le sue sempre nuove potenzialità. Alla fine sono soltanto la mente e l’anima che possono salvare l’uomo ma, d’altra parte sia l’una che l’altra, attraverso vie errate, possono portare alla distruzione dell’uomo e della terra. Questo fa capire il peso della nostra responsabilità e nello stesso tempo rileva l’assoluta necessità di una fede che preserva la mente e lo spirito dal precipizio.
Inoltre evidenzia il fatto che chi, in preda alla realizzazione di se stesso pensa soltanto a salvare il proprio patrimonio ed il proprio piacere, sta seppellendo il proprio futuro, chiudendosi all’unica forza che gli assicurerebbe il suo futuro: un figlio.
Nell’Antico Testamento, la fertilità del matrimonio viene definita come la sua “benedizione” e questo dovrebbe farci riflettere perché significa che essa è, in anticipo della sua realizzazione, radicata nel nucleo stesso del sacramento. 9)

La domanda sul matrimonio e sulla famiglia riguarda il presente ed il futuro di tutti, ma noi cristiani abbiamo un compito determinante e di grande responsabilità. Per questo motivo mi rivolgo ai giovani della Chiesa e vi supplico: non fatevi ingannare da falsi luoghi comuni, da parole che promettono “libertà” ma intendono “denaro”, “piacere” e “potere”. Non fatevi intimidire dalla dittatura delle abitudini, dall’imposizione di ciò che “si” fa o “si” dice! Interrogatevi sempre sul “perché” delle cose! Approfonditele fino in fondo! La vera alternativa alle forme obsolete di un mondo malato è la fede cristiana che libera dall’egoismo, insegna ad avere fiducia e ci farà capire e riscoprire il vero senso delle parole delle Sacre Scritture: E Iddio vide tutto quello ch’egli aveva fatto; ed ecco, era molto buono; è molto buono vivere ed essere uomo (cfr.Gen1, 31).
Allo stesso modo mi rivolgo a voi, adulti ed anziani: se i giovani abbiano o no il coraggio di investire nella fedeltà, nel matrimonio e nella famiglia, dipende in maniera determinante dal vostro esempio di vita. Se loro si sentono logorati da litigi ed egocentrismi provenienti dai loro ambienti familiari è facile che giudichino il matrimonio e la famiglia con disprezzo. Se d’altra parte, nonostante gli inevitabili fallimenti della natura umana e tutte le nostre mancanze, intravedono nella disponibilità di essere presenti l’uno per l’altra, la vittoria sull’io per trovare in questa reciprocità una forza liberatoria, allora non saranno preda di coloro che presentono come schiavitù: l’obbedienza, l’amore e l’essere servizievole e non scherniranno le virtù della fede. Impareranno invece, attraverso l’unione leale dei genitori a credere nella leale alleanza di Dio, che in ultima analisi l’ha resa possibile.
Durante la cerimonia del matrimonio ed al momento del “si”, lo sposo e la sposa appoggiano le loro mani l’una dentro l’altra ed il sacerdote le copre con la sua stola. Questa immagine è eloquente: la promessa degli sposi, il loro “si” potrà perdurare nell’unione in Gesù Cristo e nel sacramento della Chiesa, e la mano di uno riuscirà a tener stretta la mano dell’altra. In questo modo è possibile che il matrimonio e la famiglia crescano ed in essi si compirà il piano della creazione di Dio nell’uomo. Attraverso l’edificazione della famiglia sarà edificato l’uomo, l’umanità, la Chiesa e il mondo.
Che la nostra viva aspirazione sia il desiderio di realizzare il piano di divino sempre di più, e per questo ci conceda la Sua benedizione Dio Onnipotente, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Monaco, Festa della Candelora, 1980
Joseph Cardinal Ratzinger
Arcivescovo di Monaco e Frisinga

NOTE:

8)Christlich gelebte Ehe. Erfahrungen eines Laien, Internat. kath. Zeitschrift 3 (1974) 400-404, Zitat 403.

9)Questi tre punti dovrebbero chiarire nel modo più coinciso possibile che cosa intende la tradizione quando spiega le caratteristiche del matrimonio secondo l’insegnamento dei tre “valori”: fides (esclusività della fedeltà nel senso di un matrimonio monogamo), proles (intento fondamentale del matrimonio basato sulla famiglia e sulla fecondità), sacramentum (essere partecipe dell’alleanza Cristo-Chiesa e perciò l’indissolubilità).

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Matrimonio e famiglia: le problematiche di oggi – Cardinal J. Ratzinger

Seguito della prima parte

Ora, molti di voi potrebbero obbiettare: a parole suona bene ma ha poco a che vedere con la realtà nella quale viviamo. In relazione a ciò citerò alcuni dati che ci potranno aiutare a chiarire la situazione.
In Germania, nel 1938, erano sposati oltre il 90% del totale degli uomini e donne che superavano rispettivamente i sedici o i diciotto anni di età. Negli anni cinquanta, dopo la seconda guerra mondiale, la quota aumentò tra gli uomini al 97% e tra le donne al 95%.4) I dati raccolti dopo un sondaggio nel 1978 mostrarono che il 60% della popolazione era ancora convinta della necessità del matrimonio. Ma di questa percentuale soltanto il 42% erano donne al di sotto dei trenta anni e solo il 40% erano uomini della stessa età.
A questo punto è estremamente importante sottolineare che il progressivo allontanamento dal matrimonio coincideva con il cosiddetto “Pillenknick” cioè la denatalità provocata dall’uso di pillole anticoncezionali e, come conseguenza, il rifiuto di un matrimonio dal quale potessero nascere più di un solo figlio. 5)
Qui si rivela anche statisticamente l’indissolubile legame tra matrimonio e famiglia: nello stesso istante nel quale la famiglia non sembra più desiderabile, anche il matrimonio incomincia a perdere il suo valore. E ancora, nello stesso momento nel quale il rapporto sessuale non viene più considerato come atto di procreazione ma fine a se stesso, rischia non solo di essere escluso dal concetto mentale dell’amore tra uomo e donna, ma anche dall’unione basata sulla fedeltà ed a lei essenzialmente collegata.

Si rende ora evidente che un avvenimento apparentemente farmaceutico e tecnologico come la comparsa della pillola anticoncezionale e le conseguenze della sua assunzione, altro non sono che l’espressione di una rivoluzione profondamente spirituale e morale, capace di scuotere la nostra società fino nel profondo delle sue fondamenta. Esistono certamente motivi primari che possono influenzare negativamente la disponibilità all’unione matrimoniale e famigliare come il fabbisogno di alloggi, problemi economici e professionali. Ma non è il nucleo della questione. Vi è in gioco uno strano collegamento tra i cambiamenti esterni ed interni dell’essere umano, dei quali vorrei accennarne solo due aspetti.

Negli ultimi decenni, certe branchie dell’economia hanno scoperto nella sessualità dell’uomo la possibilità di arricchirsi, danneggiandolo e riducendolo senza pietà ad un puro oggetto di marketing. Ne è la dimostrazione che oggi esistono attività commerciali che vendono come merce la persona umana. Tali loschi calcoli trovano la loro maggior efficacia proprio nella debolezza dell’uomo e nella sua propensione di cedere alle tentazioni; le quali vengono esaminate con precisione scientifica per diventare così la chiave per il successo d’acquisto. Ma siccome l’uomo deve rimanere all’oscuro del fatto di essere sfruttato come potenziale oggetto di lucro, deve essere indotto a credere che la privazione della dignità del suo corpo, degradato a pubblicità e mercanzia, significa in realtà la sua liberazione. L’avidità di denaro si trascina dietro tutta una Weltanschauung, una visione del mondo, che è in stupefacente similitudine con la filosofia usata dal serpente nel paradiso. 6)
In questi tempi si è diffusa l’opinione che il rapporto fisico tra uomo e donna connesso al concetto mentale e spirituale dell’amore e nel quale spazio rientra anche la fedeltà assoluta, sarebbe una schiavitù insopportabile perché priverebbe gli uomini dei frutti più belli che la vita gli offre. Ed ecco che fa ingresso nel vocabolario quotidiano la parola auto-realizzazione cioè, l’uomo prima di tutto deve realizzare se stesso, vivere la propria vita e trarne il meglio possibile considerando che questa vita è comunque breve e già di per sé piena di sofferenza.
Se però la realizzazione di se stesso diventa una questione primaria, ogni altro essere umano viene considerato come un concorrente che riduce la propria libertà. Il bambino quindi mi toglie una parte della mia vita ugualmente come mio marito che per tutta la vita, infatti, ha il diritto del mio affetto.
Nel frattempo, questa visione del matrimonio ha trovato, fino ad un certo grado, spazio nella nostra legislazione dove lo stato svolge il compito di tutelare i diritti e gli interessi dei coniugi e dei bambini, l’uno davanti all’altro e l’uno contro l’altro. 7)

Anche l’ideologia della rivoluzione mondiale, solo apparentemente dal lato opposto, ha impugnata la stessa arma: anche lei proclama la rivoluzione sessuale dell’uomo come libertà; anche lei strumentalizza le debolezze umane allo scopo di sradicare l’uomo dalla società: l’uomo, che nel medesimo tempo è stato indotto a disimparare l’amore ha invece imparato a disprezzare il suo corpo e conseguentemente se stesso. Il disprezzo del lato umano in se stesso e negli altri lo predispone ad una reazione radicale che non ha più paura di nulla, perché nulla ha da perdere. Quali sono le inevitabili conseguenze di questa riduzione dell’uomo ad un oggetto, ad una merce? Il disgusto della propria esistenza, l’accusa contro Dio e gli uomini che sono responsabili di questa esistenza umana.
A questo punto emerge un fattore molto importante che nell’istruzione morale degli anni passati non sempre è stato esposto in modo sufficientemente chiaro: i veri peccati, anche nella sfera sessuale, non sono peccati della carne ma sempre peccati della mente – quel cinico calcolo su come sfruttare al meglio per i propri scopi la fallibilità umana. L’uomo però non deve mai essere considerato un mezzo per raggiungere qualunque altra finalità al di fuori dell’unica destinata a lui: Dio.
Il vero peccato quindi è da ricercare qui e sempre nella brama di possesso e potere che prima portano alla perdita della dignità umana ed infine alla negazione di Dio, come possiamo leggere anche nel Nuovo Testamento:”…e quella avarizia insaziabile che è idolatria,” (Col3, 5;cfr. Mt6,24). La purezza, della quale parla il sesto comandamento, non consiste quindi in freddezza di sentimenti per non parlare di una negazione della propria corporalità e la sua disposizione di genere, ma trova invece la sua massima espressione nella capacità di portare l’amore alla sua vera dimensione umana, pienamente radicata nella dignità dell’uomo. Un’azione è peccato in tal senso quando è in contrapposizione a questo pensiero e, alla fine, tutte le indicazioni per l’uomo dategli da Dio attraverso questo comandamento troppe volte mal interpretato, è riconducibile a quella regola di base.

Monaco, Festa della Candelora, 1980
(Joseph Cardinal Ratzinger)
Arcivescovo di Monaco e Frisinga

Note:
4) P. L. Weinacht, Die stille Revolution: Ehe und Familie, Internat. kath. Zeitschrift 8 (1979) 415-422, Zitat 417.
5) P. L. Weinacht, loc. cit. 419
6) Cfr. L’ampio approfondimento di K. Wojtyla, Zeichen des Widerspruchs (Freiburg, 1979) 40-49.
7) H. Schmitz, Presa di posizione, Internat. kath. Zeitschrift 8 (1979) 572.

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Il vero avventuriero del nostro tempo

È importante che i veri amanti del soprannaturale prendano coscienza di tale pericolo di corruzione interiore del cristianesimo. La Chiesa di Cristo si trova simultaneamente alle prese con il suo contrario e con la sua parodia. Il primo pericolo è il meno temibile, poiché si definisce da sé stesso e non ci si può ingannare sul suo conto. In un mondo in piena crisi, in cui tutte le nostre ragioni di vivere e di agire sono messe in questione, un Nietzsche che tenta di assassinare l’amore cristiano mi sembra meno pericoloso di un Rousseau che lo prostituisce…
In un mondo cosiffatto si tratta in primo luogo di restaurare la natura, si tratta di ricostruire degli uomini. L’amore più alto si riconoscerà da questo segno, che saprà salvare la realtà più umile. Posso dubitare, fino a prova contraria, del carattere soprannaturale della vocazione di una giovane che si crede chiamata alla contemplazione infusa o di un intellettuale che arde dal desiderio di servire Dio con la parola o con gli scritti (non dico che tali vocazioni non esistano allo stato puro, dico che molte di esse sono adulterate), ma se vedo l’amore di Dio rifare un buon contadino o un buon padre di famiglia, non dubiterò più dell’autenticità di quest’amore.

(Gustave Thibon, Ritorno al reale. Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale, Effedieffe, Milano 1998, pp. 239-240)

[…] Il più grande errore, l’errore più stupido e grossolano è di credere, è immaginarsi che la vita di famiglia, siccome è una vita ritirata, sia anche una vita ritirata dal mondo. È esattamente e diametralmente il contrario. La vita di famiglia è invece la vita più coinvolta nel mondo, incomparabilmente, che al mondo ci sia. C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventurieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Non corrono assolutamente alcun pericolo, al suo confronto. Tutto nel mondo moderno, e soprattutto il disprezzo, è organizzato contro lo stolto, contro l’imprudente, contro il temerario,
Chi sarà tanto prode, o tanto temerario?
contro lo sregolato, contro l’audace, contro l’uomo che ha tale audacia, avere moglie e bambini, contro l’uomo che osa fondare una famiglia. Tutto è contro di lui. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Tutto si rivolta e congiura contro di lui. Gli uomini, i fatti; l’accadere, la società; tutto il congegno automatico delle leggi economiche. E infine li resto. Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia; e di conseguenza contro la famiglia stessa, contro la vita di famiglia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. 

(Charles Péguy, Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale, Piemme, Casale Monferrato 2002, pp. 103-104)

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La dignità di San Giuseppe

19 di Marzo, la Chiesa festeggia San Giuseppe – solennità

La dignità di San Giuseppe
Infatti il matrimonio costituisce la società, il vincolo superiore ad ogni altro: per sua natura prevede la comunione dei beni dell’uno con l’altro. Pertanto se Dio ha dato alla Vergine in sposo Giuseppe, glielo ha dato pure a compagno della vita, testimone della verginità, tutore dell’onestà, ma anche perché partecipasse, mercé il patto coniugale, all’eccelsa grandezza di lei.

Leone XIII
Enciclica Quamquam pluries
(sulla devozione a San Giuseppe)

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Il matrimonio è un sacramento

41. Lettera Pastorale per la Quaresima dell’Arcivescovo di Monaco e Frisinga Joseph Cardinal Ratzinger

Sabato, 23 di febbraio 1980, ore 18.00

Cari fratelli e sorelle nel Signore!

Vi ricordate certamente che nella nostra Diocesi, per quanto riguarda l’impegno di costruire e rinnovare la nostra Chiesa, abbiamo fissato per i prossimi anni un obiettivo comune, cioè il fermo proposito di instaurare la preghiera comunitaria all’interno della famiglia. Per questo motivo avevo dedicato il tema della Lettera Pastorale di Quaresima dello scorso anno alla “preghiera”.
E per la stessa ragione che desidero oggi sottoporvi alcune riflessioni sul tema del matrimonio e della famiglia.

I. Il matrimonio è un sacramento.

Se consultiamo le Sacre Scritture possiamo constatare che nello stesso istante nel quale si narra della creazione dell’Uomo, si parla anche del matrimonio; il matrimonio, d’altra parte, viene considerato in prospettiva alla famiglia, sotto il segno della benedizione di Dio che si esprime nella fecondità la quale genera il futuro. Le Sacre Scritture ci raccontano che Dio creò la donna dal costato dell’uomo, caduto in un sonno profondo.
Che immagine meravigliosa viene usata per evidenziare che l’uomo e la donna sono equivalenti in essenza e dignità. Nello stesso tempo si dimostra che il mistero dell’amore tra uomo e donna raggiunge le fondamenta più profonde del loro essere. Loro sono uniti fin dalle loro origini da un unico pensiero di Dio.
Probabilmente questa narrazione della Bibbia prende come base la stessa immagine trovata anche dal filosofo greco Platone. Infatti, lui dice che in origine l’uomo e la donna sarebbero stati un unico essere umano e che solo in seguito furono divisi a metà. Per questa ragione nessuno dei due singolarmente sarebbe stato completo e autosufficiente. Perciò entrambi sarebbero alla continua ricerca l’uno dell’altra per trovare, insieme alla loro unione, anche la loro origine.
Quando la Bibbia raccoglie e trasforma tali immagini intende dire: fin dalla creazione, Dio ha pensato alla persona umana come creatura dell’amore. Lui ha creato l’uomo e la donna affinché ritrovassero se stessi nell’unione del loro amore. 1)
Il racconto biblico sulla creazione dell’uomo e della donna termina con le seguenti parole: “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gen2, 24).
San Paolo ha visto in questa frase il preannuncio dell’amore di Cristo verso la Sua Chiesa (Ef5, 29segg.). Questo significa che nel vincolo matrimoniale c’è un accenno intrinseco all’alleanza tra Dio e gli uomini così come all’unione di Cristo con la Sua Chiesa, nella quale l’amore di Dio ha preso corpo per unirsi di persona con gli uomini. Ed è in base a questa verità che il matrimonio viene definito Sacramento.
L’unione tra l’uomo e la donna non è soltanto qualcosa di biologico, non si esaurisce in termini legali o aspetti esteriori stabiliti dagli uomini e modificabili a seconda delle circostanze. Ma è stata delineata dalla creazione stessa e, d’altro canto, fin dal principio la creazione reca in sé in certo qual modo, come in filigrana, il segno di Cristo. I dettagli più profondi della creazione, nei quali è visibile la volontà eterna del Creatore sono tutti collegati a Cristo.
Questo fatto, in qualche modo, è sempre stato percepito dagli uomini di ogni epoca e in tutte le latitudini. Si potrebbe dire che esista qualcosa di simile ai ‘sacramenti della creazione’; delle verità fondamentali e naturali, che si relazionerebbero inequivocabilmente a Lui, il Santo. Anche in queste verità le barriere delle cose passeggere sono state abbattute per far trapelare nel mondo la luce del mistero di Dio.
Da sempre sono state interpretate come intervento divino la nascita e la morte; lo stesso vale per i due atti primordiali che sembrano gli unici condivisi in comunione con gli altri esseri umani ossia, la nutrizione e l’unione tra uomo e donna. L’uomo percepiva che proprio tramite queste due azioni non soltanto toccasse le origini nascoste del cosmo ma, attraverso di esse avvenisse la scelta, o di cadere in peccato oppure di avvicinarsi in modo del tutto speciale al suo Dio. 2)

Da lì nacque la consapevolezza negli uomini che l’unione tra uomo e donna non poteva essere considerata in alcun modo soltanto ‘qualcosa di privato’ o una ‘cosa qualunque’: perché qui viene toccata la più intima profondità del proprio essere e di tutta la famiglia umana.
Dalla trasmissione giudaica ha origine la seguente ed eloquente rappresentazione:
Secondo il racconto su come Dio condusse Eva ad Adamo, fu lei stessa a dichiarare Dio come testimone di nozze di Adamo e conferì in questo modo a Lui l’istituzione del proprio matrimonio, definendolo “Kidduschin” che significa “benedizione” e “sacro”. I Cristiani dovranno aggiungere soltanto il termine più recente cioè, “sacramento”. 3)
Ora saremo in grado di rispondere meglio di prima alla domanda: “perché il matrimonio è un sacramento?”
In sintesi si può dire che: il matrimonio è l’unione tra uomo e donna voluto dal Creatore e pre-disegnato dalla stessa creazione mediante la quale è stata rinnovata da Cristo per prendere in Lui la sua forma definitiva. Il vincolo coniugale può raggiungere il suo pieno significato esclusivamente attraverso il vincolo dell’unione con Cristo.

Note:

1)Documentazione completa su questo tema: A. Tosato, Il matrimonio nel giudaismo antico e nel nuovo testamento (Roma, 1976) 51–80. Cfr. Gen2, 21-25 nel resto C. Westermann, Genesis I (Neukirchen, 1974) 312-321)

2)Documentazione esauriente riguardante il carattere religioso del matrimonio, p.e. P.F. Palmer, Was not tut: eine Teologie der Ehe, Internat. kath. Zeitschrift 3 (1974) 405-420, per 412 cfr. anche A. Depke, Ehe, presso: RAC IV 639-666.

3)Cfr. Tosato, loc.cit. 58, note speciali 52. Nelle note 51: accenno ad un gioco di lettere dell’ alfabeto ebraico con un significato profondamente teologico. Nell’ebraico le parole “uomo” e “donna” contengono entrambe le due lettere che insieme formano la parola “fuoco”. Inoltre, ognuna di queste due parole ha una lettera che si distingue dall’altra ma mettendole insieme otterremo la radice del nome di Dio (Jh). Cosa significa: quando un uomo e una donna si donano reciprocamente c’è la presenza di Dio; quando invece si chiudono l’uno verso l’altra c’è il fuoco. “Dove marito e moglie sono degni, la presenza di Dio sarà con loro; dove non sono degni, saranno divorati dal fuoco.” (Sot. 17 a)

Segue con:

II. Matrimonio e famiglia: le problematiche di oggi.

III. Il matrimonio cristiano come risposta alle domande attuali.

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