La Cattedrale

Diranno che…

Vorranno negare l’evidenza!

Giuliano Guzzo

Diranno

Diranno che un milione di persone in piazza è una stima cattolica, come se quella delle presenze al gay pride la fornisse la Nasa. Diranno, con indignazione, che è stata una cosa organizzata dalla Cei coi soldini dell’8×1000, senza sapere che

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Ciao Babbo!

Non so voi, ma io mi spavento davanti a Novene e preghiere lunghissime, ma lunghe per davvero, che ti prendono mezza giornata per raccontare a Dio ciò che Lui già conosce di me. Ancor prima che io possa aprir bocca, Lui sa. Insomma, non fanno per me e mi capitava in passato di sentirmi in colpa per questo finché un giorno mi sono accorta che tutta la mia giornata -e probabilmente anche la vostra-, è un trascorrere insieme a Dio se alla mattina offro la giornata, me stessa, le mie azioni, i miei pensieri, i miei cari, etc. a Lui. Ammiro chi ne è capace, ma non mi sento più in colpa se non riesco a farlo.

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« Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe » (Mt 6,7-15)
Gesù insegna ai discepoli a pregare. È la famosa “preghiera del Signore”, detta comunemente “Padre nostro” dalle parole con cui incomincia. Non è “una” preghiera, ma “la” preghiera. I Padri della Chiesa l’hanno spesso commentata mossi dalla convinzione che in questa preghiera c’è tutta l’essenza della preghiera cristiana. Sant’Ignazio di Loyola, per esempio, nei suoi Esercizi, ci insegna a concludere qualunque preghiera con il Padre nostro, per aver ben chiaro che qualunque preghiera noi facciamo è sempre e solo la sottolineatura di qualcosa che è già contenuto nella Preghiera del Signore. Essa è strutturata in sette domande. Sette è il numero della perfezione, di un ciclo concluso. Come dire: tutto quello che possiamo desiderare, cercare, sperare è contenuto qui. Lo stesso ordine delle domande ci aiuta a disporci nell’atteggiamento giusto della preghiera: « Il primo gruppo di domande ci porta verso di lui, a lui: il tuo Nome, il tuo Regno, la tua volontà. È proprio dell’amore pensare innanzi tutto a colui che si ama. In ognuna di queste tre petizioni noi non “ci” nominiamo, ma siamo presi dal “desiderio ardente”, dall’ “angoscia” stessa del Figlio diletto per la gloria del Padre suo: [cfr. Lc 22,14; Lc 12,50] “Sia santificato. . . Venga. . . Sia fatta. . . “: queste tre suppliche sono già esaudite nel Sacrificio di Cristo Salvatore, ma sono ora rivolte, nella speranza, verso il compimento finale, in quanto Dio non è ancora tutto in tutti [cfr. 1Cor 15,28] » (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2804). Anche l’inizio, la prima parola è molto significativa, perché se è vero che il Dio di Israele è concepito come il Padre del suo popolo (Es 4,22) era molto raro che ci si indirizzasse a lui come al Padre di un singolo ebreo. Invitando i suoi discepoli a chiamare Dio “Padre”, li introduce ad una intimità insolita con Dio. In aramaico Gesù si rivolge a Dio con la parola, “Abbà”, usata abitualmente dai bambini nei confronti del loro genitore (Mc 14,36; Rm 8,15; Gal 4,6). Oggi diremmo “papà”. Questo termine estremamente confidenziale è unito – paradossalmente – con l’espressione « che sei nei cieli ». Lo stesso Dio che si fa intimo a noi, che si fa vicino e “tenero”, tanto da permetterci di chiamarlo “papà”, è il Dio tre volte santo, che abita nei cieli, cioè in quel luogo, che è un non-luogo, che trascende ogni luogo. Nella misura in cui Dio è accolto nel nostro intimo, esso si fa “cielo”, cioè paradiso. L’intimità con Dio ci fa già essere in paradiso. Ma io magari sto ancora male, soffro, come posso dire di essere già in paradiso? È perché ancora non me ne accorgo pienamente. Chi è colpevolmente lontano da Dio è già nell’inferno, l’inferno è in lui: magari però sta (relativamente…) bene, perché ancora non se ne accorge. Accorgersi di quello che siamo, di dove stiamo andando, di qual’è la nostra vera situazione, questo è pregare con il cuore.

Don Pietro Cantoni

Padre nostro

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Non lasciarmi a metà strada

Signore,
donami anche oggi la forza
per credere, per sperare, per amare.
Non lasciarmi a metà strada invischiato
nelle mille cose che non mi bastano più.
Lascia che mi fermi anch’io ogni giorno
ad ascoltarti per riprendere poi il cammino
lungo le strade che mi dai da percorrere.
Liberami perciò da tutto ciò che mi
appare indispensabile e non lo è,
da ciò che credo necessario e invece è solo il superfluo,
da ciò che mi riempie e mi gonfia ma non mi sazia,
mi bagna le labbra ma non mi disseta il cuore.
Si, lo so che tu vuoi farlo,
ma aiutami a lasciartelo fare.
Sempre, subito!

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L’ora della fedeltà ultima

La verità è al termine, non al principio della vocazione…

Gustave Thibon

statue de jeanne d'arcGiovanna d’Arco, dopo il suo rinnegamento, gridando un’ultima volta dinanzi al rogo: «Le mie voci venivano da Dio, le mie voci non mi hanno ingannata.» – Povera ragazza, ebbra del suo Dio, della sua missione e della sua gloria, poi straziata, abbandonata come Gesù nel Getsemani in un deserto senza miraggi, a gridare ancora la sua fede disperata in un cielo senza promesse. È nell’ora della fedeltà ultima, nell’ora in cui i battiti del nostro cuore e i fumi della nostra immaginazione non si confondono più con l’appello divino che le nostre voci non ci ingannano più. La verità è al termine, non al principio della vocazione…

(Gustave Thibon, Le voile et le masque,  Fayard, Paris 1985, pp. 21-22)

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In crescendo

Ti accolsi,

prendendo sul serio quelle parole,

pieno di attesa,

e di crescente emozione …

 

mai deluso …

 

sgranai un sogno,

la brama di un agognato ritorno,

e lo vissi,

così, come lo avevo immaginato …

 

vinsi un pezzo di storia,

che fu solo mia,

in questo tempo astruso,

incomprensibile,

complicato …

 

guardai la luna e le maree,

ed ebbi sempre pronto un bagaglio

per una nuova partenza …

 

imparai a crescere

a vivere,

sapendo che tutto è un dettaglio,

che è solo in attesa del meglio …

 

afferrai una bussola,

per orientarmi in questo tempo di guerra

e di misericordia,

sul purgatorio di un atollo,

tra il paradiso e l’inferno …

 

lessi di Te

e bevvi di quest’amore …

 

cercai la fonte del dolore,

e scopersi le lacrime,

sotto la Tua protezione,

in quell’ abbraccio materno

che non si chiuse alla supplica,

né al mio peccato …

 

vidi i tuoi occhi,

ed imparai ad amare …

 

e sono solo all’inizio del tempo …

 

(Crescenzo)247004Preghiera_MonteSagro

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Eccomi

Ho ricevuto tante mail con la domanda “dove sei?”… posso riassumere soltanto in poche parole la causa della mia assenza.

Ormai è passato più di un’anno dalla caduta di mio marito, il successivo intervento e la permanenza prolungata in una clinica di riabilitazione. Varie, e gravi, sono state le complicazioni con frequenti ricoveri in ospedale.

Quando ho saputo che mio marito non sarebbe più stato in grado di camminare, ho cercato -e trovato- una casa adeguata alle sue condizioni, in un’altra città.

Verso la fine di novembre sono stata operata d’urgenza anch’io e la vita si è ulteriormente resa difficile.

In una mail mi si chiedeva perché non mi facevo sentire qui mentre ero presente su Fb…

C’è da dire che per mesi non sono stata presente su Fb, non ne avevo il tempo. Inoltre, traslocando, abbiamo cambiato anche gestore di internet e solo tre giorni fa, ci hanno completata la connessione, quel che poteva andar male in tal senso, a noi è capitato tutto.

Allora, su Fb sono riuscita ad andare con il cellulare, sul mio blog invece no, non mi era possibile, neanche di rispondere alle mail. Avrei potuto chiedere a Crescenzo di farvi avere le mie notizie ma, sinceramente, non ci ho pensato, la fatica mentale supera di gran lunga la fatica fisica. Vi chiedo scusa, mi dispiace davvero.

Riprenderò, non con la frequenza di prima, ma con lo stesso entusiasmo e, ancora di più, con l’affetto verso questo blog.

Ringrazio Crescenzo che ha tenuto in vita questo spazio e tutti gli amici, tantissimi, che hanno pregato per noi.

A presto!

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La scelta

Mi pentii quasi subito,

prima che la superbia mi occludesse la sete

invece di aprirmi all’arsura …

ma fui anche disperato

e gettai via le monete,

ed impastai il coraggio e la paura

con la malta dell’orgoglio,

del mio peccato,

a sovrapporre mattone su mattone …

 

un susseguirsi di errori,

come il battistrada di una ruota,

ininterrotto …

prigioniero com’ero di quell’arcano disegno,

di quell’amaro boccone …

 

io, moderno iscariota,

a costruire un muro divisorio,

per chiudere col passato

o per proteggermi dalla speranza …

 

come se non fossi stato perdonato, per davvero,

e la misericordia fosse ancora legata a un sacrificio,

a una mera conquista,

e non piuttosto un dono …

 

che a stento riconoscevo il mio prossimo

e non capivo l’amore vicendevole,

quel “rimettere i debiti”,

quella trave che mi offuscava la vista,

richiedere e concedere il perdono …

 

solo, davanti al muro,

perdendo di vista l’essenziale …

alla fine fu solo per salirci

con un nodo scorsoio …

 

fino a quando mi invitasti a scendere,

paziente come sempre,

e mi aspettasti cinto da un asciugatoio

per lavarmi i piedi,

di nuovo,

dietro la grata di un confessionale …

 

il volto della Tua misericordia …

 

senza forzare,

lasciando a me la scelta

se baciarti ancora

o seguirti sul cammino della croce …

(Crescenzo)judasconfessione2%5B1%5D[1]

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Lo schiudersi del tempo …

Come un albero padre,
vecchio nel tronco e giovane nei rami,
un ossimoro di rughe e di boccioli
finché c’è ancora linfa e nutrimento
di quell’eterno mettere radici …

su questo annoso portamento
con l’energia sbollente del bromuro
e gli anni arrampicanti e stanchi,
neve nascosta tra i capelli,
edera abbarbicata sul futuro …

musico errante,
pellegrino con il capo scoperto
che forse un giorno avrò fatto il cammino,
ancora poco viandante
vacillante e malcerto
tra il levare e il battere del tempo …

oscuro o brillante adamantino
ad imparare a vivere il momento
a tempo con il ritmo del tamburo,
sull’asfalto, a correre a grancassa,
spingendo bene sul cuore,
o a passo incerto, da goffo ballerino …

corsaro e avventuriero,
prudente e saggio, quanto basta,
a tracciare, e a circoscrivere, a man bassa,
la mappa affascinante della vita
e a tentare di spiegarla bene ai figli …

tra la viltà e quel poco di coraggio,
lasciando la sorpresa di scoprirla
e insieme a viverla …

poeta un po’ reietto,
ambiguo e troppo spesso sognatore,
con in mano una semente di speranza
ma anche una semina infinita,
a confonderne metrica e parole …

in difensiva dalle false attese,
della famiglia minacciata dal Nemico,
dei molti libri, ancora troppo pochi,
e privi di difese,
per usarli come scala verso il cielo
e per capirci qualche cosa …

un padre bislacco,
distratto, con la mia dimenticanza,
sulla panchina di questa stazione,
e l’ansia guerrigliera del bivacco …
con in tasca un biglietto in promozione,
a chiedermi quale sarà il binario,
il giorno esatto,
l’orario di partenza,
la mia destinazione …

Tanto lo so,
sarà come rinascere ogni giorno,
sarà come la gioia di un ritorno,
una Pasqua da godere,
lo spartiacque ondoso del mar Rosso,
lo sguardo umido di un vecchio
che si specchia, commosso, in un bicchiere …

dentro i ricordi
e dentro gli occhi di un bambino,
come carte assorbenti sul mondo,
che prima o poi gli chiederanno conto
di olocausti e sacrifici,
e di quell’acqua da bere …

di quella pietra rotolata sulla storia,
di quella gioia che libera e riscalda,
di quel filtrare del sole, al mattino,
e del perché quando inonda la stanza
ci si sveglia felici …

Sarà proprio così,
ne sono certo,
come quell’alba esmeralda,
di cui facciamo memoria,
che ci redense per sempre …

lo schiudersi del tempo dell’assenza,
lo sbarco,
il distacco,
l’ apparenza …

e per chi resta solo il tempo dell’attesa …

(Crescenzo)

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Bartimeo

 

Ci furono notti malsane,

notti in cui ti sentii piangere,

senza poterti aiutare …

indigente d’amore,

in quell’universo bisogno di senso,

fermo, a consumare il tempo,

e ad esplicare domande …

 

mille barche alla deriva,

da ormeggiare,

da attraccare a risposte certe,

banchine sempre più lontane …

 

a guardia di un faro gigante,

ma spento,

a tenebrare una coperta di pece,

un mare grande,

immenso,

troppo buio per la tua povera vista …

 

perso, in quello sguardo cieco,

a trovarci solo le luci del mondo,

quei sogni di sbieco,

quel rumore sordo della vita

e poche stelle da contare,

a confondere un sonno sgomento,

che non riuscivi più a vederne il fondo …

 

come i ricordi magri

di un passato astruso

ma grassi di malia,

che non vollero saperne di farsi da parte

e non lasciarono mai del tutto la tua vita …

 

a rovesciare rami secchi,

induriti,

in un cuore, per natura, già confuso

in disparte

e colmo di malinconia …

 

fino al giorno in cui ti sentii gridare

tra quella moltitudine di gente,

sul margine della strada per Gerico,

un grido gravido di perché,

da paziente a Medico,

sempre più insistente,

come un bambino a un gigante …

 

“Rabbunì, Figlio di Davide,

ascoltami, ti prego,

abbi pietà di me “…

 

non ci volle poi molto,

si commosse all’istante

e ti mandò a chiamare …

 

il tempo di gettare via il fardello

e ti inginocchiasti,

e quando gli implorasti la luce

fece entrare le stelle nei tuoi occhi

perché tu potessi finalmente guardarlo,

guardare in faccia la Salvezza …

 

ti rimandò da me, salvato,

e quella sera ti addormentasti felice,

non succedeva da tempo …

come quando da bambino, esausto,

riuscivi a vincere finalmente la stanchezza,

la noia,

per ritrovare quel sogno che avevi lasciato da parte

e riassaporarne la bellezza  …

 

quella volta toccò a me di non potere dormire,

ti guardai, e rimasi sveglio, tutta la notte,

e piansi di gioia …

 

(Crescenzo)

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Si fa presto a dire “l’amore” …

Si fa presto a dire “l’amore”,

se tra il dire e il fare non c’è di mezzo la vita,

hai voglia di parlarne,

di trovare delle perifrasi,

girotondi di belle parole,

un concetto splendidamente espresso,

una frase ad effetto,

insomma un misto d’aria fritta,

come a dire “ti voglio bene”, ma senza volerlo   …

 

Si fa presto a dire “l’amore”,

se non diventa sangue e passione,

gioia e dolore,

se non lo incontri, per averne un ‘idea,

e non lo vedi incarnato in un corpo,

un volto, un nome,

nei segni delle cicatrici,

in un soggetto preciso, definito,

affinché tu possa guardarlo negli occhi

e trovarci veramente il senso di quello che dici …

 

Si fa presto a dire “l’amore”,

se non ci sono più lacrime tra le ciglia,

e non si sa più piangere sui mali del mondo …

se manca un’opera da contemplare,

un artificio,

una mamma non più “sottomessa”,

che non sostiene più la famiglia, il suo edificio,

e non sa più vivere per gli altri, fino in fondo …

 

Si fa presto a dire “l’amore”,

se non si è più in grado di farlo,

se non è combinato con il sesso

e non si conosce cosa vuol dire un abbraccio,

e quanto vale …

se la vita resta fuori dal grembo materno,

congelata in sterili laboratori,

nei rapporti ambigui e confusi,

o a pezzi, nei rifiuti di un ospedale …

 

Si fa presto a dire “l’amore”,

come quei padri assenti,

egoisti e tiranni,

che mostrano una morale solo davanti al mondo,

alle telecamere della vanità,

ma sono vuoti di quei valori fondamentali,

di quella verità che li fa uomini,

senza più figli da crescere,

né mogli da rispettare e proteggere,

anche a costo della loro vita …

 

perché l’amore non puoi rinchiuderlo in gabbia,

né fuori da un cancello,

non si ferma davanti a niente,

e non lascia tracce sulla sabbia

così che venga il mare a cancellarlo …

e non è neanche una pagina di un libro bello,

fosse anche il Vangelo,

ma è chi ci vive dentro  che rende vita a quelle parole,

che sa portare negli occhi la bellezza del creato,

i colori del cielo,

il desiderio di eterno …

 

si fa presto a dire “l’amore”

se non lo si vive

e lo si desidera per sempre …

 

alciati_352-288(Crescenzo)

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Un mondo a torso nudo

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Immagino un mondo a torso nudo,
da addome disarmato,
senza più videocontrollo
né bestemmie di martiri,
né santi eserciti che offendono la fede,
con violenza,
da sindrome compulsiva …
solo i nostri muscoli flaccidi,
da mostrare come una buffa corazza,
e smettere di fare la faccia cattiva,
tanto nessuno più ci crede …

un mondo privo di bambini soldato
da violarne l’innocenza …
senza più accattonaggio,
a misurarci il peso, sullo stesso baricentro …
né più condannati di spalle,
per guardarci finalmente negli occhi,
che forse ancora un poco ci imbarazza,
e poi ci manca il coraggio …
a riflettere insieme la nudità dell’anima
il nostro germe di figliolanza,
e ciò che abbiamo dentro…

un mondo nuovo per guardarci negli occhi,
perché l’anima non sa mentire,
e si vedrebbe costretta a capitolare,
prima o poi,
a immagine e somiglianza,
e a farci piegare i ginocchi …

Un mondo a torso nudo
fatto di potenziali angeli,
con lo sguardo sempre più in alto,
a cercare di prenderne il gancio,
e provvisti di ali per provarci,
ma bisognosi della spinta del fratello
per prendere bene lo slancio …

più colombe che serpenti,
senza più niente su cui arrotolarci
tranne i nostri peccati da assolvere
che sono già stati perdonati …

un mondo pieno di figli da allattare,
della riscoperta di padri e madri,
e del salvifico perdono,
dove si è finalmente capaci di amare
e di comprendere la sacralità della vita,
il suo dono,
qualcosa che si cura e si custodisce,
senza aspettare che passi …

un mondo nuovo, non rifatto,
senza più cure leggendarie,
tanto la pelle prima o poi invecchia,
raggrinzisce,
e saremo solo cellule da dissolvere,
arterie precarie,
carne per vermi,
mucchio di fosfati in polvere …

Un mondo a torso nudo,
per sentirci finalmente servi inutili,
ma necessari all’opera di Dio,
molto meno corrotti,
e bisognosi di senso, più che del tempo,
di quell’amore che scalda,
senza più l’esigenza di difendersi
e di coprirsi … …

un mondo per ricominciare a sperare,
per non lasciare niente al caso,
perché il caso è l’anagramma del caos
e il nulla è l’inferno che ci aspetta,
pronto a raccogliere solo chi non ha l’amore
e a chi ci vuole andare …

un mondo gravido di belle notizie,
come una pagina di Vangelo,
e noi sempre a tornare daccapo,
uditori dello stesso cielo,
umili come quei pescatori
creature di pace
angeli di vetro …

quando ascoltarono la Parola, che li raggiunse in riva al mare,
quasi sottovoce,
capirono, e lasciarono subito le reti per seguirlo,
per vedere dove avrebbe posato il capo,
fosse stato anche sulla croce …

sbandarono, ma solo per un poco,
poi decisero di andare
e non si voltarono più indietro …

(Crescenzo)

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La grandezza delle donne

“Donnase’ tanto grande e tanto vali”,

ma solo agli occhi di Dio

e nella grazia degli uomini veri …

per gli altri sei un angelo o versiera,

con i segni sulle spalle,

di evidenti cicatrici,

a riprova delle ali …

come misteri di afrodite,

per gli occhi lascivi e famelici,

di bocche sbavate,

che vedono in te la schiava di sempre,

un manichino nudo e senza catene …

infibulate,

lapidate,

violentate,

abortite …

in questa pianificazione forzata

di uteri chiusi o in affitto,

e di eliminazione sistematica

di embrioni  tutti al femminile …

nella bocca vorace del mostro

che non ha carne,

né fattezze umane,

onnipresente spirito del male

che si insinua nelle fessure

nei globuli neri del sangue,

in questo cancro che non ha mai fine …

 

“Donnase’ tanto grande e tanto vali”,

ma solo agli occhi di Dio

e nella grazia degli uomini veri,

come Giuseppe,

che non hanno ancora perso la ragione

e l’anima …

a riscattare le loro Marie,

le mogli e i figli,

il sacrificio dell’amore …

uomini che sanno ancora guardare al cielo,

a rigenerarsi il sangue

attraverso il midollo della croce,

pronti anche a morirci sopra,

come Cristo sull’altare

della Sua Sposa Chiesa …

a gustarsi le gioie dell’Avvento,

di trapunte e di aghifoglie,

di questo reciproco donarsi,

in questa liturgia del tempo

che sa  di passione e luminarie

e di trepidante attesa …

(Crescenzo)

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L’Angelo di ottobre

Sotto una pioggia battente,
su questa terra umida e odorosa,
in questo scorrere veloce del tempo,
un lasso fugace,
a spiare la natura che si sveste
e scoprirne la bellezza di una ninfa …

prima di uscire dal suo grembo,
di questa vita agreste,
a sgranare l’ennesimo rosario
in preghiere e litanie
e speranze di pace,
e a succhiarle ancora un po’ di linfa …

come una foglia di ottobre
che si prepara al travaglio
di questa nuova stagione ,
in queste rade fronde
che fatico a staccarmi
e non mi lascio cadere …

Su questo lungo viale
in mulinelli e vortici di vento
come su un mare in tempesta,
un ristagno autunnale
che intrappola il giallo del sole
e i passi della gente
per il prossimo inverno …

tutto tace,
tranne il mio orecchio,
ci sono ancora nuvole sparse
e i primi segni di gelo,
mentre cammino e lascio impronte
in questo pezzo di eterno …

mai solo,
con te che custodisci il mio presente,
che difendi e dispensi consigli
e conosci bene il Cielo …

un amico fidato
a cui affidare il mio silenzio
e il mio volo …

(Crescenzo)

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Nun di Nazareno

Tanto dolore in nome di Colui che ha sofferto ed è morto per tutti. Quanto onore appartenere al Nazareno! Sia lodato Gesù Cristo!

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Nel tessuto divino

Un “ben ritrovati” a tutti voi dopo le vacanze estive. Estive? Soltanto per una parte d’Italia per il resto… ogni dubbio è lecito. Diciamo ‘vacanze’ e basta.

Per quanto riguarda me, non sono andata in vacanza, avevo un impegno più urgente e importante: stare accanto a mio marito, ricoverato. Abbiamo passato momenti difficili, ma ora, grazie a Dio, lui sta molto meglio anche se fra alti a bassi!

Dopo l’intervento all’ospedale fu trasferito all’istituto di riabilitazione, detto familiarmente “il Kennedy”, qui a Crema. Li si sono evidenziati dei problemi seri per la sua salute. Il primo giorno mi sono fermata nella cappella a pregare, poi il mio sguardo è caduto sulla statua di Gesù, mi sono alzata e ho messo la mia mano nella Sua: “Gesù, questa prova è troppo grande per me, sono stanca e ho paura, non lasciare la mia mano, tienila incollata alla Tua.”

Nelle lunghe ore di attesa vicino a lui mi sono chiesta spesso come è possibile affrontare simili dolori –e peggiori ancora- senza avere la certezza della presenza di Dio, e sentirla. Anche nei momenti più difficili ero avvolta dalla serenità nel profondo del mio cuore, ero frastornata, certo, stanca e triste anche, ma mai disperata perché sapevo di poter contare su una schiera di amici che pregavano per lui, per noi.

Come si può vivere, e ancora peggio, morire, senza di Lui…?

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Immagino che avete letto qualcosa sull’incontro di una trentina di donne… vero o no?? Se n’è parlato qui: Qualcosa è successo e qui: “Come sei bella, amica mia, come sei bella!” (Ct 4:1) e ancora Accade inaspettato e per finire “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” .

Ebbene, volevo parteciparvi fin dall’inizio, in realtà, e per ovvi motivi, avevo rinunciato. Accadde però che due giorni prima, lo stato di salute di mio marito è migliorato. Il giorno precedente all’incontro, 26 agosto, il medico mi ha confermato che Domenico stava migliorando, il pericolo era scongiurato, e così ho potuto essere una di loro, quella del 90° minuto. Deo gratias!

Un’incontro fra donne è potenzialmente pericoloso! Cosa mi metto? I miei capelli sono un disastro:help! I chili in più sono troppi, si vedranno (eccerto! Non c’è TAC che tenga in confronto agli occhi delle femmine)? Cavolo, mi manca lo smalto giusto, etc. etc. …all’infinito.

I miei capelli erano veramente un disastro con ricrescita (brrr…), avevo un solo paio di pantaloni puliti e stirati, idem per la maglietta, il resto era sullo stendibiancheria e bagnato. Se mi avessi rovesciata qualcosa addosso…beh, meglio non pensarci.

Invece… una volta arrivata in quel posto splendido, scesa dalla macchina, abbracciata la prima, la seconda, la terza, tutti questi “problemi” sono svaniti. Sono stata risucchiata dal noi e mi sono dimenticata dell’ io, un piccolo passo verso l’umiltà. Ecco l’importanza di un gruppo che ha come base Lui, Cristo, che abbiamo avuto la grazia di ricevere durante la Santa Messa. Un finale con i fiocchi, l’essenza del nostro “essere amiche”.

Per me è stato un giorno che valeva più di una vacanza… sono stata coccolata e amata, ho vissuto un riposo e un ristoro dell’anima, un’iniezione d’amore nel Suo nome. La comunione dei santi inizia qui, sulla terra.

Grazia, pura grazia!

Accettare me stesso e accettare l’altro vanno insieme: solo accettando me stesso nel grande tessuto divino posso accettare anche gli altri, che formano con me la grande sinfonia della Chiesa e della creazione. Io penso che le piccole umiliazioni, che giorno per giorno dobbiamo vivere, sono salubri, perché aiutano ognuno a riconoscere la propria verità ed essere così liberi da questa vanagloria che è contro la verità e non mi può rendere felice e buono. 

Benedetto XVI 

Discorso del 23 febbraio 2012

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La debolezza di Dio …

Parlami di quella terra tra il cielo e il mare,

dell’isola felice che ancora non si vede …

dimmi di quella porta segreta

e la combinazione per aprirla e per entrare …

 

dimmi che c’è ancora spazio per sognare,

e pescare in abbondanza,

che si può cogliere almeno un germe di speranza

nelle parole di un folle innamorato

o di un poeta … Continua a leggere

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I nostri giorni …

Ci sono giorni da vivere,

come unità di misura del cielo,

figli del momento,

nati dopo una notte di stelle

nella sala travaglio di questa bella vita

messi al mondo in un istante

e lasciati crescere per sempre …

Continua a leggere

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La leggenda di Sorella Clara

A proposito della necessità di una legittimazione a svolgere il ruolo di consolatore, nello stile e nello spirito della relativa beatitudine evangelica, vorrei riferire un racconto leggendario (le leggende, si sa, sono assai più vicine alla realtà di tante pagine di storia “documentata”).
SorellaDunque, c’era un antico monastero in Normandia, retto da una badessa di grande sapienza. Più di cento monache pregavano, lavoravano, e servivano il Signore conducendo una vita austera, nel silenzio e nell’osservanza più rigorosa (il che non guasterebbe neppure oggi).

Un giorno, il vescovo del luogo si presentò alla porta del monastero per chiedere alla badessa di destinare una delle monache alla predicazione nel suo territorio, che aveva urgente bisogno di essere rievangelizzato. La badessa riunì il Consiglio e , dopo avere ascoltato i vari pareri espressi da religiose di lungo corso e naturalmente dopo matura riflessione, decise di preparare per tale missione la sorella Clara, una giovane novizia assai promettente, equipaggiata di virtù, intelligenza e numerose qualità.

Sorella Clara trascorse parecchi anni nella biblioteca del convento, decifrando vecchi codici e impadronendosi di tutti i segreti della scienza. Venne messa alla scuola di anziani monaci e monache di altri conventi.

Quando ebbe terminati gli studi, conosceva i classici, era in grado di leggere le Scritture nelle lingue originali, aveva la massima familiarità con la patristica e la tradizione teologica medioevale. Diede anche una pubblica dimostrazione del suo sapere predicando in refettorio sulle “processioni” infratrinitarie, e lasciando tutte le consorelle, anche le più scettiche ed esigenti, sbalordite per la sua erudizione.

Si presentò davanti alla badessa e, ponendosi in ginocchio, domando:

“Posso andare, ora, reverenda Madre?”.

La risposta fu: “Non ancora, figlia mia, non ancora …”

Sorella Clara venne mandata nell’orto, dove lavorò duro per svariate stagioni, da mattino a sera, con qualsiasi tempo, sperimentando il gelo e il caldo torrido. Le sue mani delicate ben presto apparvero decorate di calli. Liberò il terreno dai rovi e sassi. Imparò a coltivare la vigna. Osservò il crescere delle sementi, lo sviluppo dei germogli. Sapeva riconoscere ormai, con occhio sicuro, il momento della potatura degli alberi. Insomma, acquistò un altro tipo di sapienza, legato alla terra.

Ma anche dopo questa e numerose altre esperienze, la Madre rimaneva ferma nel suo diniego:

“Non è ancora tempo, figlia mia …”.

Si aggregò a una sbrindellata famiglia di saltimbanchi, conducendo la loro stessa esistenza randagia. Girava per i paesi su una carretta sgangherata, trascinata da un asinello strapelato, allestiva sulle piazze il palco per lo spettacolo. Sovente dormiva all’aperto, sotto le stelle.

Condusse anche vita eremitica sul monte, e tornò trasfigurata dal silenzio e dalla contemplazione.

Ogni volta si intrecciava la solita litania:

“Posso andare a predicare, Madre?”.

“Non ancora, figlia mia. Non è ancora venuto il momento”.

Si scatenò una terribile epidemia nel paese. Sorella Clara venne mandata a curare gli appestati. Vegliò intere notti al capezzale di malati, provvide con le sue stesse mani a seppellire i numerosi cadaveri.

Lei stessa, quando ormai la pestilenza stava regredendo, crollò per sfinitezza. Venne anche colpita da una grave forma di depressione, che in certi momenti rasentava la disperazione, a motivo soprattutto degli spettacoli atroci cui aveva dovuto assistere in quei mesi. Dovette essere curata presso una famiglia del villaggio. Imparò cosa vuol dire debolezza, sentirsi piccoli e dover dipendere in tutto dagli altri.

Quando finalmente riuscì a reggersi nuovamente in piedi, rientrò in monastero, dove venne accolta a braccia aperte dalla badessa che la osservò con particolare intensità: la trovò più umana, meno sicura di sé, più vulnerabile. Era scomparsa ogni traccia di orgoglio intellettuale. Aveva un’aria serena, lo sguardo popolato di volti e il cuore pieno di nomi.

“Adesso sì, figlia mia, adesso sì!”, sentenziò gravemente la Madre.

La accompagnò fino al grande portone del monastero, e lì la benedisse imponendole le mani.

E mentre si sentivano i rintocchi delle campane nell’ora dell’Angelus della sera, Sorella Clara uscì per scendere nella valle ad annunciare il Santo Vangelo e le relative Beatitudini.

Fonte a me sconosciuta

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Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti,primizia di coloro che sono morti.Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti.

(1 Cor 11, 20-21)

A tutti voi una gioiosa Santa Pasqua in Cristo Risorto!

E’ risorto, alleluia!!!

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L’ultimo soldato del Re

Per ricordare un grande, umile servo di nostro Signore: Eugenio Corti!

Berlicche

Osservatorio Caterina: le farfalle.
Ne venivano spesso, aleggiando, a posarsi sui bordi di terra smossa della nostra trincea, forse per suggerne l’umidità. Un pomeriggio ne arrivò una particolarmente bella: era nero-velluto, striata di fuoco, con macchie bianche. La mia attenzione fu attirata dalla leggiadria di quei colori, i quali – mi resi conto – non erano disposti a caso: anzi anche un grande pittore soltanto in un momento di particolare grazia avrebbe saputo comporli con tanta arte.
La considerai attento: quanto a lei, certo, non era così per propria scelta, non sapeva neppure di essere una farfalla, non se ne accorgeva. Nemmeno d’esistere si accorgeva: esisteva e basta, e ferma sul bordo di terra della trincea muoveva ritmica le ali, come uno che respiri nel sonno, inconsciamente lieta del miracolo grande dell’estate di cui faceva parte. Quando però di lì a poco ne comparve un’altra della stessa specie, la farfalla…

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Pellegrinaggio di un’anima

In attesa, scruto l’anima come un dannato – “Solo, col cuore che sanguina e con l’anima che piange”

_ver016200001ill0008Forse è meglio non cercare, non riflettere, vivere senza problemi, senza la tortura di questi eterni quesiti che non hanno risposta: meglio vivere da bestia soddisfatta.

Ho l’anima lacerata dall’incertezza. Posso chiamare bianco il nero, ridermi delle cose sacre, prenderle in ridicolo: nulla me lo impedisce. Mi compiaccio di questi cattivi pensieri e vorrei possedere la purezza di un bambino. Quale tormento non sapere a chi chiedere, dove trovare un medico per l’intelligenza e per il cuore!

Sciocchezze. La vita è un gioco da prendere sorridendo. Ecco il solo mezzo per non disperare.

Che cosa sono la felicità, questo nostro bambino che cresce? Gran belle cose, senz’altro: ci aiutano e ci danno forza. Ma perché non mi danno tanta forza di modo che possa scacciare questa crudele inquietudine e questo problema che continuamente mi tormenta? Perché Vivo?

Non accade nulla: nulla che mi interessi. Vivo nell’attesa. Da sempre, la mia vita è attesa di qualcosa, d’una catastrofe, d’una gioia, di qualcosa che sia grande e bello… Non ho avuto l’ambizione o il desiderio di occupare una carica, un posto di responsabilità. Vivo per qualcosa d’altro. Non so che cosa sia quest’altro, ma vivo nell’attesa di qualcosa. Continua a leggere

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Don Fabrizio De Michino, giovane sacerdote napoletano, scrive al Papa prima di morire. La sua lettera:

Don Fabrizio De Michino, giovane sacerdote napoletano, scrive al Papa prima di morire. La sua lettera:

 

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La corazza di S. Patrizio

image007Nel 433, S. Patrizio si dirigeva con un gruppo di seguaci alla corte del Re. Avendo avuto sentore che i druidi preparavano un’imboscata per ucciderlo, egli pregò invocando la protezione divina. Racconta la tradizione che quando il Santo passò davanti ai druidi nascosti, questi videro soltanto un cervo attorniato da alcuni cerbiatti. Ecco perché questa preghiera è passata alla storia come Il grido del cervo (Fàeth Fiada), oppure come La corazza di S. Patrizio. Continua a leggere

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La preghiera del cuore

Si sente spesso parlare della “preghiera del cuore”, ma in pochi sanno realmente di che cosa si tratta e in tanti la scambiano con la “preghiera spontanea”. La preghiera del cuore è la strada verso la santità, la sto praticando da alcuni mesi, beh, santa non sono ce ne vorrà di tempo, ma la relazione con la Santissima Trinità è cambiata notevolmente. Dice Padre Gasparino: 

“La preghiera del cuore non deve mai trascurare la preghiera di ascol­to. E’ la Parola di Dio la linfa vitale della preghiera cristiana. La pre­ghiera del cuore è il momento cul­minante dell’ascolto. Ogni giorno prega il Vangelo della Liturgia del giorno collegandolo sempre alla tua vita concreta. Da quel Vangelo tro­va una parola/messaggio che utiliz­zi per fare la preghiera del cuore rivolto al Padre, o al Figlio, o allo Spirito Santo, presenti in te.

Sii costante e toccherai con mano la potenza della preghiera del cuore sulla tua vita.”

Siloe-3

La Preghiera di Gesù o Preghiera del cuore

NELLA TRADIZIONE DELLA CHIESA

La formula

La preghiera di Gesù si dice in questo modo: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio abbi pietà di me, peccatore. In origine, la si diceva senza la parola peccatore; questa è stata aggiunta più tardi alle altre parole della preghiera. Tale parola esprime la coscienza e la confessione del nostro stato di peccato.

Istituita da Cristo

Dopo l’ultima cena, il Signore Gesù Cristo diede ai suoi discepoli dei comandamenti e dei precetti sublimi e definitivi; fra questi, la preghiera nel suo Nome. Egli ha presentato questo tipo di preghiera come un dono nuovo e straordinario, d’inestimabile valore. Gli apostoli conoscevano già in parte la potenza del Nome di Gesù: per suo mezzo guarivano le malattie incurabili, sottomettevano i demoni, li dominavano, li legavano e li cacciavano. E’ questo Nome potente e meraviglioso che il Signore comanda di utilizzare nelle preghiere, promettendo che agirà con particolare efficacia. “Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio Nome”, dice ai suoi apostoli, “la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio Nome, io la farò” (Gv 14,13-14). “In verità, in verità vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio Nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio Nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena” (Gv 16,23-24).

La pratica degli apostoli

Nei Vangeli, negli Atti e nelle Lettere noi vediamo la fiducia senza limiti che gli apostoli avevano nel Nome del Signore Gesù e la loro infinita venerazione nei suoi confronti. E’ per suo mezzo che essi compivano i segni più straordinari. Certamente non troviamo nessun esempio che ci dica in che modo essi pregassero facendo uso del Nome del Signore, ma è certo che lo facevano. E come avrebbero potuto agire diversamente, dal momento che tale preghiera era stata loro consegnata e comandata dal Signore stesso, dal momento che questo comando era stato loro dato e confermato a due riprese? Se la Scrittura tace a questo proposito, è unicamente perché questa preghiera era di uso comune: non v’era dunque nessuna necessità di menzionarla espressamente, dato che era ben nota e che la sua pratica era generale.

Un’antica regola

Che la preghiera di Gesù sia stata largamente conosciuta e praticata risulta chiaramente da una disposizione della chiesa che raccomanda agli analfabeti di sostituire tutte le preghiere scritte con la preghiera di Gesù. L’antichità di tale disposizione non lascia spazio a dubbi. In seguito, essa fu completata per tener conto della comparsa all’interno della chiesa di nuove preghiere scritte. Basilio il Grande ha steso quella regola di preghiera per i suoi fedeli; così, certuni gliene attribuiscono la paternità. Senz’altro, però, essa non è stata né creata né istituita da lui: egli si è limitato a mettere per iscritto la tradizione orale, esattamente come ha fatto per la stesura delle preghiere della liturgia. Quelle preghiere, che esistevano a Cesarea già fin dai tempi apostolici, non erano scritte, ma si trasmettevano in forma orale, allo scopo di proteggere quel grande atto liturgico dai sacrilegi dei pagani.

I primi monaci

La regola di preghiera del monaco consiste essenzialmente nell’assiduità alla preghiera di Gesù. E’ sotto questa forma che tale regola viene data, in maniera generale, a tutti i monaci. In questa regola si parla della preghiera di Gesù allo stesso modo in cui si parla della preghiera domenicale, del salmo 50 e del simbolo della fede, cioè come di cose universalmente conosciute e accettate. Quando Antonio il Grande, che visse fra il III e il IV secolo, esorta i discepoli ad esercitarsi con il più grande zelo nella preghiera di Gesù, ne parla come di qualcosa che non ha bisogno del minimo chiarimento. Le spiegazioni relative a questa preghiera apparvero più tardi, a mano a mano che se ne perdeva la conoscenza viva. Così, un insegnamento dettagliato sulla preghiera di Gesù fu dato dai Padri del XIV e XV secolo, allorché la sua pratica prese a scomparire anche fra i monaci.

Testimonianze indirette

Nei documenti dei primi secoli del cristianesimo pervenuti fino a noi, la preghiera nel Nome di Gesù non è trattata a parte, ma solo in connessione con altri temi.

Nella Vita di Ignazio Teoforo, vescovo di Antiochia, che ricevette la corona del martirio a Roma sotto l’imperatore Traiano, leggiamo quanto segue: “Mentre lo si conduceva per essere consegnato alle bestie feroci, egli aveva incessantemente il Nome di Gesù Cristo sulle labbra; allora i pagani gli chiesero per quale motivo pronunciasse continuamente quel Nome. Il santo rispose che aveva il Nome di Gesù Cristo impresso nel cuore e che non faceva altro che confessare con la bocca colui che sempre portava nel cuore.” Il santo martire Ignazio fu davvero, sia nel nome che nella vita, un ‘Teoforo’ (nome che in greco significa ‘Portatore di Dio’), perché portava sempre nel cuore il Cristo-Dio, impresso dalla meditazione continua del suo spirito. Ignazio fu discepolo del santo apostolo ed evangelista Giovanni ed ebbe nella sua infanzia il privilegio di vedere il Signore Gesù Cristo.

La chiesa primitiva

Non v’è dubbio che l’evangelista Giovanni insegnò la preghiera di Gesù a Ignazio e che questi, in quel periodo fiorente del cristianesimo, la praticava al pari di tutti gli altri cristiani. In quel tempo tutti i cristiani imparavano a praticare la preghiera di Gesù: anzitutto per la grande importanza di questa preghiera, quindi per la rarità e il costo elevato dei libri sacri ricopiati a mano e per il numero ridotto di quanti sapevano leggere e scrivere (gran parte degli apostoli erano analfabeti), infine perché questa preghiera è di facile uso.

Declino progressivo

Uno scrittore del V secolo, Esichio di Gerusalemme, si lamenta già che la pratica di questa preghiera è andata fortemente in declino fra i monaci. Col tempo, tale declino si accentuerà ulteriormente; così, i santi Padri con i loro scritti si sforzarono di incoraggiare questa pratica. L’ultimo in ordine di tempo a scrivere su questa preghiera fu il beato staretz Serafim di Sarov. Lo staretz non redasse lui stesso le Istruzioni, che apparvero sotto il suo nome, ma esse furono messe per iscritto, a partire dal suo insegnamento orale, da uno dei monaci che stavano sotto la sua direzione; esse portano chiaramente il segno di un’ispirazione divina.  Ai nostri giorni, la pratica della preghiera di Gesù è quasi abbandonata da coloro che fanno vita monastica.

Il potere del Nome

La forza spirituale della preghiera di Gesù risiede nel Nome del Dio-Uomo, il nostro Signore Gesù Cristo. Benché siano molti i passi della sacra Scrittura che proclamano la grandezza del Nome divino, tuttavia il suo significato fu spiegato con grande chiarezza dall’apostolo Pietro dinanzi al sinedrio che lo interrogava per sapere “con quale potere o in nome di chi” egli avesse procurato la guarigione a un uomo storpio fin dalla nascita. “Allora Pietro, pieno di Spirito santo, disse loro: ‘”Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo e in qual modo egli abbia ottenuto la salute, la cosa sia nota a voi tutti e a tutto il popolo d’Israele: nel Nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi sano e salvo. Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,7-12) Una tale testimonianza viene dallo Spirito santo: le labbra, la lingua, la voce dell’apostolo non erano che strumenti dello Spirito.

Un altro strumento dello Spirito santo, l’apostolo dei gentili, fa una dichiarazione simile. Egli dice: “Infatti, chiunque invocherà il Nome del Signore sarà salvato” (Rm 10,13). “Gesù Cristo umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,8-10).

Hanno detto di essa i Monaci che l’hanno praticata

È preghiera pura la “preghiera dell’ardore”, fitta di orazioni “veloci e veementi, pure e fervide come carboni di fuocoun grido potente (Eb 5,7) che sale dal profondo del cuore, congiunto all’umiltà che [procede] dalla potenza della gioia”, da cui “l’uomo è umiliato nei suoi pensieri fino agli abissi” (Isacco di Ninive:  Sui santi fremiti)

“Un’orazione ardente, nota a pochissimi e da pochissimi sperimentata,  ineffabile”. Tale esperienza, come a noi è stata trasmessa da quei pochi che, tra gli antichissimi padri sono sopravvissuti, così pure da noi essa non viene proposta, se non a pochissimi, realmente sitibondi di accoglierla. (Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci).

Fonte

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L’incontro con il re!

Stiefel-Bettler

Padre Giovanni Taulero racconta che dopo aver pregato per molti anni il Signore, chiedendogli di mandargli chi gli insegnasse la vera vita spirituale, un giorno udì una voce che gli disse: «Va’ in quella chiesa, e troverai la tua risposta!»

Il padre andò in quella chiesa, e sulla porta trovò un mendicante, scalzo e tutto lacero. Lo salutò dicendogli: «Buon giorno, amico.» Continua a leggere

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Una croce in due

Ho un Cristo senza croce,
l’ho acquistato presso un antiquario, mutilato e bellissimo.
Ma non ha croce.
Per questo mi si è affacciato un’idea…
Forse tu hai una croce senza Cristo.
Quella che tu solo conosci, tutti e due siete incompleti.
Il mio Cristo non riposa perché gli manca una croce.
Tu non sopporti la croce, perché le manca Cristo.
Ecco la soluzione: perché non li uniamo e li completiamo?
Perché non dai la tua croce vuota a Cristo?
Ci guadagneremo tutt’e due. Vedrai!
Tu hai una croce solitaria, vuota, senza senso: una croce senza Cristo.
Ti capisco: soffrire è illogico.
Non comprendo come hai potuto sopportare così a lungo.
Una croce priva di Cristo è una tortura.
Hai il rimedio tra le mani – non soffrire più solo.
La porterete in due, il che vuol dire dividerne il peso.
E finirai per abbracciare e amare la tua croce,
una volta che Cristo sarà in essa.

(Centro missionario di Verona)

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San Domenico di Guzman

Cari fratelli e sorelle,

Dominikus4la settimana scorsa ho presentato la luminosa figura di Francesco d’Assisi, quest’oggi vorrei parlarvi di un altro santo che, nella stessa epoca, ha dato un contributo fondamentale al rinnovamento della Chiesa del suo tempo. Si tratta di san Domenico, il fondatore dell’Ordine dei Predicatori, noti anche come Frati Domenicani.

Il suo successore nella guida dell’Ordine, il beato Giordano di Sassonia, offre un ritratto completo di san Domenico nel testo di una famosa preghiera: “Infiammato dello zelo di Dio e di ardore soprannaturale, per la tua carità senza confini e il fervore dello spirito veemente ti sei consacrato tutt’intero col voto della povertà perpetua all’osservanza apostolica e alla predicazione evangelica”. E’ proprio questo tratto fondamentale della testimonianza di Domenico che viene sottolineato: parlava sempre con Dio e di Dio. Nella vita dei santi, l’amore per il Signore e per il prossimo, la ricerca della gloria di Dio e della salvezza delle anime camminano sempre insieme.

Domenico nacque in Spagna, a Caleruega, intorno al 1170. Apparteneva a una nobile famiglia della Vecchia Castiglia e, sostenuto da uno zio sacerdote, si formò in una celebre scuola di Palencia. Si distinse subito per l’interesse nello studio della Sacra Scrittura e per l’amore verso i poveri, al punto da vendere i libri, che ai suoi tempi costituivano un bene di grande valore, per soccorrere, con il ricavato, le vittime di una carestia. Continua a leggere

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Prove tecniche di resistenza

Paul Miki und Gefährten

“Anche un popolo tradizionalmente cattolico può (…) avvertire in senso negativo, o assimilare quasi inconsciamente, i contraccolpi di una cultura che finisce per insinuare un modo di pensare nel quale viene apertamente rifiutato, o nascostamente ostacolato, il messaggio evangelico”.


Sembra trascorso qualche decennio da queste parole. In realtà sono state pronunciate da Benedetto XVI poco più di due anni fa, durante la visita pastorale ad Aquileia e Venezia. Continua a leggere

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Il mistero della SS. Trinità – la parola ai mistici

Santa Teresa d’Avila (dottore della Chiesa):
«…il nostro buon Dio vuole ormai levarle [all’anima; N.d.R.] le squame dagli occhi, affinché veda e comprenda qualcosa della grazia che egli le concede, ma in un modo singolare. Una volta che essa sia introdotta in questa mansione, per mezzo di una visione intellettuale, tutt’e tre le Persone della Santissima Trinità le si mostrano per una certa rappresentazione della verità, nel divampare di un incendio che investe subito il suo spirito come una nube risplendente. Le tre Persone si vedono distintamente e l’anima, per una nozione ammirabile che le viene comunicata, comprende con assoluta certezza che tutt’e tre sono una sola sostanza, una sola potenza, una sola sapienza, un solo Dio. Così, ciò che crediamo per fede, l’anima qui lo percepisce, si può dire, con la vista, anche se non si vede nulla né con gli occhi del corpo né con quelli dell’anima, perché non si tratta di visione immaginaria. Allora tutt’e tre le divine Persone si comunicano ad essa, le parlano e le fanno intendere le parole dette dal Signore nel Vangelo: che egli verrà, con il Padre e lo Spirito santo, a dimorare nell’anima che lo ama e osserva i suoi comandamenti.»
(Santa Teresa d’Avila; “Castello interiore”, VII mansioni, cap. I, par. 6)

Santa Caterina da Siena (dottore della Chiesa):
«O Trinità eterna, o deità, natura divina che avvalorò il prezzo del sangue del Figlio tuo! Tu, Trinità eterna, Sei un mare profondo, in cui quanto più ci si immerge, più lo si trova, e quanto più lo si trova, più lo si cerca. Tu sei insaziabile, perché tuffandosi l’anima nel tuo abisso, non si sazia, ma in te permane nella fame di te, e di te ha sete, Trinità eterna, desiderando vederti, con il lume, nella tua luce. Come il cervo brama la fonte d’acqua viva, così l’anima desidera uscire dal carcere oscuro del corpo e vedere te in verità. O quanto tempo ancora sarà nascosta ai miei occhi la tua faccia?
O Trinità eterna, fuoco e abisso di carità, dissolvi ormai la nube del mio corpo! La conoscenza di te, che mi hai donato nella tua verità, mi costringe a desiderare di lasciare la gravezza del mio corpo e di dare la vita a gloria e lode del tuo nome. Perché io ho gustato e veduto, con il lume dell’intelletto, nel tuo lume, l’abisso tuo, Trinità eterna, e la bellezza della tua creatura. Continua a leggere

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San Giuseppe – quello vero!

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Non sono molti a conoscere l’origine di questa Festa, altri la confondono con la politica e con le varie ideologie, dalla Messa si è passati poi alle masse. Cerchiamo di capire, brevemente, come ce la insegna la Chiesa dalla quale, questa Festa, ha avuto origine.

(Un ringraziamento a Dorotea Lancellotti)

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