Domande scottanti – risposte chiare

Il peccato contro lo Spirito Santo

“Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato; ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato”. Molte volte la gente mi domanda di spiegargli in cosa consiste la bestemmia contro lo Spirito Santo. Solitamente li accompagno davanti alla finestra del mio studio. C’è un paesaggio bellissimo. Anche quando piove si scorge la montagna, il verde, il cielo o il grigio azzurro delle nuvole che si schiacciano sulle montagne. C’è così tanta bellezza da quella finestra che ci si commuove. Dopo avergli fatto vedere tutto quel paesaggio gli dico “ti piace?”; tutti nella totalità mi dicono che è molto bello. Allora io continuo dicendo “quella bellezza è lì anche se io sono un peccatore o se sono il migliore dei santi. Quella bellezza è lì ma non si impone al mio sguardo. Infatti io potrei affacciarmi a quella finestra e tenere gli occhi chiusi. Decidendo di tenere gli occhi chiusi quanta bellezza entrerebbe in me?”. Tutti mi rispondono: “Nessuna”. Ecco che cos’è la bestemmia contro lo Spirito Santo, è stare davanti alla Luce e rimanere ostinatamente con gli occhi chiusi. Quel buio scelto deliberatamente da me non può essermi perdonato perché la misericordia di Dio non può costringermi ad aprire per forza gli occhi. Dio non può salvarci per forza; dove sarebbe la nostra libertà? Dove sarebbe l’amore? Non si può perdonare uno che non accetta di essere perdonato.

Don Luigi Maria Epicoco Ft

 

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Perché credere? Perché non credere?

Premessa

La domanda più importante della vita, dalla cui risposta tutto dipende, non è “cosa mi piace?”, “di che cosa ho voglia?”, ma… “che cosa è vero?”.
Questo è l’atteggiamento più intelligente nei confronti della propria vita, perché la realtà – anche la realtà della nostra vita e il suo significato – non dipende da quel che pensiamo noi (soggettivamente), ma è quella che è (oggettivamente). Per cui la mia vita si realizzerà pienamente solo se seguirò ciò che è vero (verità), non ciò che mi invento (opinione soggettiva).
Una vera amicizia, anche tra noi, è data soprattutto non dal condividere semplicemente una coabitazione o certi momenti di svago o di studio, ma dall’aiutarci vicendevolmente a cercare le risposte vere ai quesiti più decisivi della vita. Pensare invece che tutto sia solo opinabile, cioè che non esista o non possiamo conoscere quella verità oggettiva uguale per tutti e al di sopra di tutti, non inventabile ma scopribile, significa fondamentalmente rassegnarci ad affiancare semplicemente gusti e opinioni, senza in fondo mai capirci e poter dialogare davvero.
Quella di oggi vuol essere una prima provocazione a cercare; più che dare delle risposte vogliamo aiutarci a impostare bene le domande.

Perché credere?
La provocazione che ci viene dal cristianesimo è fortissima ed unica; non ha equivalenti neppure nelle altre religioni. Anzi, in senso stretto il cristianesimo non è neppure una “religione”, se per religione si intende semplicemente una relazione con la divinità, una dottrina di fede con una morale. Il cristianesimo è infatti anzitutto una notizia (appunto “Vangelo”, dal greco), cioè la notizia di un singolarissimo avvenimento storico, di cui abbiamo testimonianze ancora più certe di altri fatti storici. E’ l’annuncio che oltre 2000 anni fa (significativamente infatti contiamo gli anni prima e dopo quell’evento) è accaduto qualcosa di inimmaginabile, che cambia tutta la vita: Dio stesso (quello che poco o tanto intuiscono le religioni, quello la cui esistenza era stata scoperta anche dai massimi filosofi, quello stesso Dio che aveva già parlato agli Ebrei) si è reso presenza fisica in mezzo a noi, prendendo tutta la natura umana, per permettere ad ogni uomo di partecipare per sempre alla Sua stessa vita. Il “caso” Gesù di Nazareth, il Cristo, è infatti unico; potremmo dire una “pretesa” unica. Il cristianesimo è infatti annuncio e dono non di una dottrina, ma di una persona: l’unico uomo-Dio. Prova suprema della sua divinità è stata la sua resurrezione, cioè la vittoria definitiva sulla morte.
Perché anzitutto dovrei interessarmi a Cristo, fino a credere in Lui?
Potremmo dire anzitutto semplicemente: perché è un fatto, un avvenimento.
Il bello di un fatto è che non dipende da me, dalla mia opinione, dai miei gusti o voglie. Se è accaduto, è accaduto, e non posso farci niente. L’unica domanda seria è eventualmente vedere se è realmente accaduto o no, che cosa è realmente accaduto o cosa potrebbe essere stato inventato; ma questo riguarda qualsiasi fatto storico; ed è possibile farlo anche sul “caso” Cristo.

Cosa c’è in gioco?
Se Cristo è risorto, se quindi è Dio-fatto-uomo, allora qui ci troviamo di fronte non ad una teoria tra le tante, in cui eventualmente scegliere qualcosa a piacimento, ma è la verità assoluta (Dio infatti non può sbagliarsi).
In Cristo si rivela allora pienamente il senso della nostra vita, il significato di ogni cosa della vita.
Cristo ha promesso che ritornerà nella gloria e tutto sarà sottoposto al suo “giudizio”.
L’uomo è chiamato all’eternità (questo non dipende da noi); ma se sarà un’eternità infinitamente felice (partecipando alla vita di Dio) o infinitamente disperata (inferno), dipende dalla nostra libera adesione o rifiuto di Lui, che è la “via, la verità e la vita”(Gv 14,6).
C’è dunque in gioco non solo la bellezza e la verità della vita presente, ma il nostro personale destino eterno. Non ci sarà un’altra vita per poter cambiare: ci giochiamo tutto qua, su questa domanda.
E’ una sfida totale, una scommessa su tutto (come direbbe B.Pascal): non si tornerà indietro.

Perché non credere?
Nonostante che siamo fatti per questa felicità e vita infinite; e nonostante che abbiamo, se vogliamo fare una ricerca seria, assai più motivi ragionevoli per credere piuttosto che non credere, non ci nascondiamo che possiamo essere tentati di non credere, oggi forse più che mai.
Proviamo a vedere qualche motivo:

  • perché voglio essere libero
    In realtà la libertà è una straordinaria capacità che Dio ci ha dato, affinché siamo responsabili di quello che facciamo (e quindi con meriti o colpe). Dio ci ha dato la libertà e non ce la toglie, perfino se ci facessimo del male. La libertà non è però il capriccio di fare semplicemente quello che si vuole, anche perché la libertà non può nulla contro la verità. Potremmo dire che la libertà sta alla verità come le gambe stanno alla strada: la libertà di andare fuori strada indica un difetto, un uso sbagliato della stessa libertà. Quindi tanto più sono nella verità, tanto più sono libero (cfr. Gv 8,32).

– perché non mi va, non mi piace, non lo sento
Abbiamo osservato che questo non può essere il criterio della vita. Come la vita stessa col tempo ci insegna, ciò che ci edifica, che ci realizza davvero, non coincide sempre con quello che immediatamente ci piace.

  • perché è difficile.
    Certamente è più facile lasciarsi andare e vivere secondo la voglia del momento; ma abbiamo appena detto che questa non è la posizione più intelligente dell’uomo. Seguire Cristo non è certamente facile, lui stesso ha detto che la “porta” che conduce alla vita è “stretta” ed occorre uno sforzo, oltre alla sua grazia (Lc 13,24); tanto più che, dal “peccato originale” in poi c’è in noi anche una resistenza, una fatica ed una tentazione diabolica contraria al cammino della verità, pur essendo fatti per questo.

– perché non vedo cosa c’entra con la vita
La fede, come vedremo in seguito, non è un dato acquisito una volta per sempre: occorre conoscere sempre meglio la verità che è Cristo e cercare di farne anche sempre più esperienza. Per questo, se si rimane con qualche nozione superficiale, non si capisce cosa la fede implichi e cosa cambi nella vita concreta di un uomo. Una fede superficiale, staccata dalla vita, rischia di essere smarrita.

– perché qualcosa o qualcuno mi ha scandalizzato
Molte volte ci sono pregiudizi contro la fede e contro la Chiesa, spesso appositamente orchestrati per farci perdere la fede. Dobbiamo allora essere più informati su come stanno realmente le cose (ad esempio su certe questioni storiche). Se poi noi abbiamo fatto qualche incontro con cristiani che effettivamente ci hanno scandalizzato, dobbiamo cercare di capire che sarebbe stupido precluderci il cammino della vita eterna perché c’è qualcuno che non è coerente col Vangelo (potremmo banalmente dire: peggio per lui!). La verità infatti rimane quella, anche se chi me l’annuncia non la vivesse.

– perché c’è il male nel mondo
Questo è uno dei problemi più difficili. Qua diciamo solo che il vero male del mondo è il male morale, cioè quello fatto dagli uomini; e questo è proprio il frutto della disobbedienza a Dio, cioè il frutto di un abuso di libertà (che Dio, abbiamo detto, continua a rispettare, salvo il giudizio finale).

pensatore

Fonte: San Damiano
– perché c’è il male nel mondo
Questo è uno dei problemi più difficili. Qua diciamo solo che il vero male del mondo è il male morale, cioè quello fatto dagli uomini; e questo è proprio il frutto della disobbedienza a Dio, cioè il frutto di un abuso di libertà (che Dio, abbiamo detto, continua a rispettare, salvo il giudizio finale).

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Medjugorje: Commissione chiude lavori

Medjugorje-Science-Ivan2005Dopo anni di polemiche, divieti, infinite valutazioni pro e contro le  presunte apparizioni mariane nella piccola cittadella bosniaca, la Commissione internazionale istituita da Benedetto XVI e presieduta dal card. Camillo Ruini, per “vederci chiaro”sulle manifestazioni mariane nel Santuario, meta di pellegrinaggio per milioni di fedeli in Bosnia, ha concluso i lavori. L’esito dello studio ora sarà sottoposto alla Congregazione per la Dottrina della Fede per avere una posizione ufficiale della Santa Sede. Senza anticipare nessun giudizio, vorrei presentare alla vostra cortese attenzione, il luogo, dove presumibilmente la Madre di Dio appare, lanciando all’umanità messaggi, richieste di preghiere per la conversione dei peccatori.  Anche Betlemme prima della nascita di Gesù era un paesello sconosciuto: “il più piccolo tra i capoluoghi di Guida”. Lì, il Salvatore è venuto alla luce, facendo diventare quel villaggio sconosciuto alla geografia politica e strategica, meta di pellegrinaggi da ogni parte del mondo. Dio si serve delle cose piccole per rivelare la sua potenza. Continua a leggere

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L’anima nella concezione cristiana

Nahtod_Christentum_0345131edeCos’è l’anima, secondo la concezione cristiana? Esiste prima del corpo? E dopo la morte, continua a esistere individualmente o viene «assorbita» da Dio? E la confusione con altre forme di pensiero legate a correnti filosofiche, religioni orientali o tendenze «di moda»?

Le domande, di fronte alle quali siamo, riempiono scaffali di libri, perciò ci scusiamo se la risposta è, come si dice, a braccio. La teoria cristiana dell’essere stabilisce che Dio è creatore del mondo: la creazione è un atto libero di Dio che dal nulla (ex nihilo) pone nell’essere altri enti da se stesso diversi. Questo nega che il mondo abbia carattere panteistico e nega alle cose qualsiasi attributo divino.
In altri termini Dio ha la sua natura e le cose la loro, e non si confondono, e quindi neppure si amalgamano altrimenti non avremmo né Dio né la cosa/anima, ma un terzo elemento che non sapremmo neppure come definirlo. Contro tutte quelle correnti e mode di pensiero citate quindi per il cristianesimo non vi potrà mai essere una commistione tra Dio e le cose e le anime: una cosa o esiste in sé o non esiste, ma non è riassorbibile dall’essere divino. Continua a leggere

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Ma come ci si pone il problema di Dio? (II)

Anno della Fede!

Il punto imprescindibile da cui partire consiste nell’abbandonare i miti della modernità e del progresso secondo cui tutto dipende da me, e io sarei il padrone assoluto della mia vita. Io non ho deciso di nascere e questo azzera ogni discussione: mi sono ritrovato a vivere (ccc,34). Noi siamo messi con la nostra intelligenza davanti all’universo  alla vita, a noi stessi: per vivere non possiamo fare a meno di provare a comprendere, e chiediamo alla realtà che cosa essa è.“Perché esiste qualcosa e non il nulla?” (A. Einstein) E’ Dio stesso che ci chiede di capire, quando, come il primo comandamento insegna, ci spinge ad amarlo con tutta la nostra mente e con tutto il nostro cuore(ccc,35). Non ci sono alibi in questo campo, ognuno è chiamato a dare il meglio di se stesso. La scienza in fondo, come la filosofia, sono un tentativo, seppur parziale, di dare risposte a questa domanda.

La Scienza. Dio non è conoscibile scientificamente perché le leggi ricavate dai fenomeni, non possono oltrepassare il mondo dei fenomeni stessi. Per fare questo la scienza non ha né principi, né metodo; non conosce che fatti e concatenazione di eventi. Ma le cause prime non la riguardano in alcun modo, proprio perché queste (le cause prime) sono anteriori all’oggetto dei suoi studi. Sarebbe come voler spiegare il mondo, servendosi del mondo stesso. Si può dire che tutte le spiegazioni che la scienza elabora rappresentano altrettante domande. Solo al di là di queste si può trovare la spiegazione soddisfacente, il cui nome è Dio (ccc,48). Quanto all’interpretazione e all’orientamento della vita umana la scienza è, per sua natura, radicalmente impotente. Che cosa offre infatti di efficace contro il dolore e la miseria morale, i limiti dell’esistenza e la morte?

E la Filosofia? Per essa Dio è al tempo stesso conoscibile ed inconoscibile. Vale a dire che si può dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio, perché la ragione oltrepassa i fenomeni e procede dagli effetti alle cause, e di causa in causa, la ragione può tendere ad una causa suprema. Ma il carattere stesso di questo tipo di causa, perché sia in grado di svolgere il ruolo che le si attribuisce, è di essere infinita e di conseguenza inaccessibile in se stessa. In effetti Dio è, per noi quaggiù, inconoscibile in se stesso. Nessun concetto è abbastanza ampio, Lui solo può definirsi. Lui solo può dire se stesso mediante una parola vivente, che è il suo Verbo. Credere in Dio è l’ultimo traguardo della filosofia e il primo passo della Fede. In filosofia è tutta la conoscenza umana che giunge a chiarire debolmente la nozione di Dio. Dal momento dunque che Dio si è rivelato nel mondo, si può trovare traccia di lui, sia nella natura che nella rivelazione (ccc,49).

“Il materialismo è una dottrina filosofica che alle meraviglie visibili attribuisce delle spiegazioni risibili, e alle meraviglie invisibili, quelle dell’anima, delle spiegazioni inesistenti, che non concernono in alcun modo l’ordine dei fatti che essa vuole spiegare. Tutto quaggiù è forma, numero, armonia e ritmo, danza e musica; nulla è materia inerte e cieca. (A. Sertillanges)

(ccc: catechismo della Chiesa Cattolica)

A cura di Palmiro CLERICI

Prima Minicat: Qualche ragione per credere

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I monasteri di clausura servono?

I mondani, i quali hanno una visione materiale della vita, non comprendono a cosa servano i monasteri di clausura, e spesso criticano le monache contemplative ritenendo inutile la loro esistenza. Coloro che invece hanno una visione soprannaturale della vita, hanno grande stima per le suore di clausura, perché sanno che con le loro preghiere e penitenze ottengono da Dio innumerevoli grazie e conversioni. Sentite questo fatto accaduto anni fa.

Un giorno una donna si recò nel monastero delle Benedettine di Fermo per chiedere di pregare per un suo parente che stava molto male (aveva una grave “malattia spirituale”). Le monache accettarono volentieri di pregare per lui, soprattutto suor Raffaella si impegnò molto per ottenere la guarigione spirituale di quell’uomo, anche se non sapeva nemmeno chi fosse. La missione delle monache di clausura non consiste solo nel ricercare la propria personale santificazione, ma anche di offrire incessantemente a Dio le proprie penitenze e preghiere per il bene delle anime. Ecco perché bisogna avere stima e riconoscenza per le claustrali, le quali immolano la propria vita per la salvezza delle anime e la maggior gloria di Dio.

Anche se ormai anziana e ammalata, suor Raffaella continuava a pregare e offrire sacrifici per quell’uomo tormentato da un grave malessere. Ma per questa zelante monaca, il tempo del pellegrinaggio terreno era giunto al termine, stava per entrare nell’eternità. Nonostante i dolori dell’agonia, continuava a soffrire con cristiana pazienza e ad essere di edificazione per le sue consorelle, alle quali, poco prima di morire, disse: “Vi voglio bene”. Poi, recitando il Salmo 32, “Exultate justi in Domino”, “Esultate giusti nel Signore”, spirò serenamente la sua candida anima.

Il giorno prima della sua morte, quell’uomo per cui aveva tanto pregato, ottenne la guarigione. Ma la notte successiva, mentre stava dormendo, sognò Padre Pio, il quale gli disse di andare nel monastero delle Benedettine di Fermo per ringraziare una monaca appena defunta, che con le sue preghiere gli aveva ottenuto la guarigione. Continua a leggere

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LA CRISI DELLA FEDE- Padre Livio intervista Mons. Maggiolini

Presentiamo la trascrizione dell’intervista a Mons. Alessandro Maggiolini (compianto vescovo di Como), condotta da Padre Livio Fanzaga dai microfoni di Radio Maria. L’intervista ha per tema il libro di Mons. Maggiolini che fa riferimento all’interrogativo che troviamo nel Vangelo di Luca: “Ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.

In un momento di forte crisi, di tramonto delle ideologie, di smarrimenti e insicurezze, anche il Cristianesimo e la Chiesa sembrano in pericolo, ridotte a un gruppo di affezionati, mentre la fede viene spesso presentata in forma parziale e annacquata, palese sintomo di una incalzante crisi di fede.

 

“Ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla Terra?”

 

PADRE LIVIO – Abbiamo con noi Mons. Maggiolini, vescovo di Como. Come sapete a Mons. Maggiolini è stata affidata proprio alla sua competenza – nella stesura del Catechismo della Chiesa Cattolica – quella parte che riguarda i Novissimi, cioè le ultime realtà della storia, della Chiesa e anche della vita umana. Con questo libro tascabile, edito da Bompiani, Mons. Maggiolini tocca le tematiche che riguardano, non soltanto la fine dei tempi, ma la presenza della Chiesa oggi. Prendendo lo spunto da una frase del Vangelo che proprio Paolo VI aveva fatta sua in un momento di difficoltà e di crisi della Chiesa, Mons. Maggiolini ha cercato di interpretare il momento storico attuale della Chiesa. Siamo in un momento di crisi della fede e di perdita della fede? Quali sono le prospettive, quali sono gli sbocchi di questa lotta? Sembrerebbe una lotta fra il bene e il male che in questo momento sembra attaccare la Chiesa in modo tale che il Sinodo dei Vescovi ha detto – per quanto riguarda l’Europa – che siamo di fronte a un’apostasia silenziosa. Ecco, eccellenza, noi la salutiamo e iniziamo chiedendole: perché questo titolo così drammatico nel suo libro?

MONS. MAGGIOLINI – Perché ho l’impressione che quando si parla della storia umana e della Chiesa dentro la storia umana anche alcuni teologi sembra che si anestetizzino e che dormicchino. Cioè, pensano alla storia come qualcosa che si evolve lemme lemme, tutta facile, mentre se si guarda alla Sacra Scrittura e alla Tradizione vediamo che la storia è lotta e dramma. L’attore principale è Dio, però c’è anche il demonio e c’è quell’enigma che è la libertà umana, la quale può dire di sì o di no alla proposta di Dio. Di conseguenza scatta un combattimento, una lotta, un dramma che non può essere evitato. Se viene evitato vuol dire che si passa accanto alla storia o sopra la storia, non si è dentro il divenire umano e cosmico.

Oggi l’uomo vuole rendersi autonomo da Dio.

PADRE LIVIO – Eccellenza, la domanda che a me preme di più è questa: nella sua lettura dell’attuale situazione della Chiesa e della cristianità, lei vede in atto una crisi di fede?
MONS. MAGGIOLINI – Io vedo in atto una crisi di fede, su questo non ho dubbi. Anche perché non basta per avere la fede mantenere qualche “straccetto” colorato e mostrarlo per dire che si ha qualcosa d’altro. Manca la fede quando manca la certezza che Gesù Cristo è Figlio di Dio. Non più tardi di ieri c’era l’idea del musulmano filo-occidentale che diceva: “ma sì, fate il presepio perché anche i musulmani hanno Gesù…”. Certo, hanno Gesù, ma hanno Gesù come un profeta, non come figlio di Dio! A me un Gesù profeta o un Gesù maestro, un Gesù poeta o un Gesù filosofo non interessa proprio niente! A me interessa il Figlio di Dio che viene a salvarmi dai miei peccati e mi dà la grazia. La mia impressione è che si stia riducendo il cristianesimo a una bella dottrina facile, molto agevole da mettere in pratica, dopodichè del cristianesimo non rimane più niente. Continua a leggere

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Il peccato e la legge morale

Domanda:
Ad una persona che non crede, il fatto di peccare crea comunque una forma di rimorso che caratterizza la differenza fra gli uomini (razionalità) e la loro natura animale (istinto). Questo sentimento porta quasi involontariamente a seguire i comandamenti. Si potrebbe pensare dunque che ognuno di noi in fondo e un po’ cristiano anche se non crede?

Risposta:
Nella domanda c’è una certa confusione insieme alla constatazione di una verità importante.
Tanto per cominciare il peccato non è un problema “istintuale”. Gli istinti possono spingerci a peccare, questo è vero, ma il peccato implica sempre una scelta morale che è frutto di una deliberazione che mette in gioco l’intelligenza, la ragione e la volontà.
Non si pecca per istinto, si pecca perché si vuole fare del male, perché scegliamo di andare contro l’ordine morale inscritto anche nella nostra coscienza.
Gli animali che vivono in una dimensione realmente istintuale non peccano in alcun modo. Non possono peccare perché i loro atti non sono imputabili, mancando in loro l’essere personale libero, intelligente e auto-cosciente. Anche l’uomo, se è quando agisce in modo puramente istintivo non pecca, e anche la legge civile – quando la cosa è dimostrabile – non gli imputa alcun reato. È il caso, per esempio, della legittima difesa. Colui che, accecato dalla paura, apre istintivamente il fuoco sul suo aggressore uccidendolo, non può essere definito assassino e quindi non può essere condannato.
La legge morale non è una sovrapposizione alla struttura antropologica (struttura intrinseca dell’uomo), ma risponde alle esigenze più profonde dell’uomo e della ragione. Ecco perché anche un non credente, un ateo, soprattutto se libero da condizionamenti ideologici, è sensibile alla voce della coscienza che risponde alla legge morale naturale. Potrà non esserci una corrispondenza piena, potranno esserci anche tante contraddizioni, ma mai un’insensibilità radicale. La morale cristiana risponde alla morale naturale, integrandola, esplicandola e – in ultima analisi – perfezionandola. In ognuno di noi in fondo risplende la luce insopprimibile della verità, ed è una luce che chiede di essere rispettata:

«In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.
Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen»
(Rm 1,18-25).

Domanda:
Perché esistono persone che commettono azioni orribili senza poi provare alcun rimorso?

Risposta:
La legge morale è già stato evidenziato nella precedente domanda.
Questo discorso però è tanto più vero quanto più l’uomo è libero da condizionamenti ideologici o di altro genere che ne oscurino la coscienza: una coscienza naturalmente sensibile alla verità morale ma che può essere gravemente compromessa. Una coscienza infatti può essere erronea ma – a seguito della malizia deliberata – può degenerare anche in coscienza falsa. Una coscienza falsa è tale perché in essa l’ordine della verità è più o meno gravemente pervertito. A questo stato di cose dunque non ci si arriva per un “incidente di percorso” ma per una serie di scelte libere e perseguite con ostinazione. Una coscienza così diventa capace di chiamare bene il male… e male il bene (Is 5,20). Ecco perché purtroppo è possibile compiere le azioni più efferate senza provare neppure il minimo rimorso.
Contro queste persone la Scrittura pronuncia una condanna durissima:

«Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro. Guai a coloro che si credono sapienti e si reputano intelligenti. Guai a coloro che sono gagliardi nel bere vino, valorosi nel mescere bevande inebrianti, a coloro che assolvono per regali un colpevole e privano del suo diritto l’innocente. Perciò, come una lingua di fuoco divora la stoppia e una fiamma consuma la paglia, così le loro radici diventeranno un marciume e la loro fioritura volerà via come polvere, perché hanno rigettato la legge del Signore degli eserciti, hanno disprezzato la parola del Santo di Israele» (Is 5,20-24).

Se il libro del profeta Isaia ne pronuncia la condanna, il libro della Sapienza mette in evidenza l’esito della loro vita; una vita dove purtroppo il pentimento umile e sincero rischia di non trovare più spazio alcuno:

«Abbiamo dunque deviato dal cammino della verità; la luce della giustizia non è brillata per noi, né mai per noi si è alzato il sole. Ci siamo saziati nelle vie del male e della perdizione; abbiamo percorso deserti impraticabili, ma non abbiamo conosciuto la via del Signore. Che cosa ci ha giovato la nostra superbia? Che cosa ci ha portato la ricchezza con la spavalderia? Tutto questo è passato come ombra e come notizia fugace, come una nave che solca l’onda agitata, del cui passaggio non si può trovare traccia, né scia della sua carena sui flutti; oppure come un uccello che vola per l’aria e non si trova alcun segno della sua corsa, poiché l’aria leggera, percossa dal tocco delle penne e divisa dall’impeto vigoroso, è attraversata dalle ali in movimento, ma dopo non si trova segno del suo passaggio; o come quando, scoccata una freccia al bersaglio, l’aria si divide e ritorna subito su se stessa e così non si può distinguere il suo tragitto: così anche noi, appena nati, siamo già scomparsi, non abbiamo avuto alcun segno di virtù da mostrare; siamo stati consumati nella nostra malvagità”. La speranza dell’empio è come pula portata dal vento, come schiuma leggera sospinta dalla tempesta, come fumo dal vento è dispersa, si dilegua come il ricordo dell’ospite di un sol giorno» (Sap 5,6-14).

Il Cappellano

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Le ricchezze della Chiesa – di Vittorio Messori

Per concludere e complementare il primo articolo sulle ricchezze della Chiesa è interessante leggere l’ottimo articolo di Messori:

«Due soli dati – piccoli, ma significativi e inoppugnabili – a proposito del gran parlare delle solite “ricchezze della Chiesa”.
Il bilancio della Santa Sede – cioè di uno Stato sovrano con, tra l’altro, una rete di oltre 100 ambasciate, le “nunziature”, e con tutti quei “ministeri” che sono le Congregazioni piú i Segretariati e gli infiniti altri uffici – quel bilancio, dunque, per il 1989 era pari a meno della metà del bilancio del Parlamento italiano. Insomma, i soli deputati e senatori che siedono nei due edifici romani (già pontifici) di Montecitorio e di palazzo Madama, costano al contribuente italiano piú del doppio di quanto non costi il Vaticano agli 800 milioni di cattolici nel mondo. I quali cattolici, poi, sono cosí generosi? Non sembra, visto che quegli 800 milioni di battezzati danno ogni anno alla loro Chiesa offerte minori di quanto non ne diano i 2 milioni di americani membri della Chiesa Avventista del Settimo Giorno. Per non parlare dei Testimoni di Geova o di tutte le altre sètte – la Chiesa dell’Unificazione di Sun Moon, ad esempio – le quali dispongono di capitali che muovono e investono in tutto il mondo e che ridicolizzano le “ricchezze” del Vaticano. Le uniche, però, queste ultime, delle quali si parli indignati.
A quella indignazione sfugge tra l’altro che simili ricchezze (a differenza di quanto avviene per le nuove sètte, chiese e chiesuole che non lasciano nulla per altri) sono state nei secoli messe a frutto con un “investimento” che ha dato, dà e darà sempre piú dividendi straordinari. È quell”‘investimento” sull’arte del quale prosperano innumerevoli città d’Europa e, soprattutto, d’Italia. Che sarebbe Roma stessa se non disponesse che delle scarse rovine imperiali, se una serie ininterrotta di papi non vi avesse gettato le famose, esecrate “ricchezze” per crearvi quello che è forse il maggior complesso artistico del mondo, sparso su tutti i quartieri? Qualcuno dovrebbe pur ricordare a politici, giornalisti, demagoghi vari i quali, a Roma, moraleggiano sui “soldi del Vaticano” che in quella stessa città quasi metà della gente vive dei proventi di un turismo causato proprio da uno spendere soldi “cattolici” secolo dopo secolo, a favore dell’arte. Se – qui come ovunque altrove – è dai frutti che si riconosce l’albero, va pur detto che i tanti secoli di amministrazione pontificia di Roma, pur con le loro ombre (ma non piú gravi della media del tempo), hanno avuto come frutto il dotare la città di un capitale in grado di produrre ininterrotta ricchezza.
A proposito di soldi, la campagna scandalistica contro quell’otto per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche che i contribuenti possono liberamente mettere a disposizione della Chiesa italiana ignora (o vuole ignorare) quale sia il retroscena storico. Nel 1860 i Piemontesi, per raggiungere (e bloccare) Garibaldi al Sud, invasero – approfittandone per annetterle con la forza al nuovo Regno – le regioni pontificie della Romagna, delle Marche e dell’Umbria. Dei suoi possedimenti, alla Chiesa non restò che il Lazio, anch’esso poi invaso e incamerato dai Savoia nel 1870. Tutto ciò fu considerato come una vera e propria rapina da parte degli studiosi di diritto internazionale, e di certo non solo cattolici: si scandalizzarono per il sopruso persino i grandi giuristi della luterana Germania di Bismarck.
A questo si aggiunse quel altro clamoroso sopruso del sequestro e dell’incameramento di tutti i beni ecclesiastici italiani: dai monasteri, alle istituzioni benefiche, ai campi, sino alle chiese stesse. Confisca, si badi, senza alcun indennizzo. Per tentare di salvare la faccia di fronte alla comunità internazionale – e per dare una qualche rassicurazione alle masse cattoliche che rappresentavano l’enorme maggioranza, ma senza voce perché escluse dal voto, dei sudditi del nuovo Regno d’Italia – subito dopo la breccia di Porta Pia il governo dei liberali approvava la cosiddetta “Legge delle Guarentigie”. Una legge che, riconoscendo implicitamente che la conquista, senza neppure dichiarazione di guerra, di tutti i territori di uno Stato violava il diritto delle genti, attribuiva un “rimborso” al papa, come sovrano derubato. La somma fu stabilita in una rendita di quasi tre milioni e mezzo di lire-oro: un’enormità, per uno Stato come quello italiano, il cui bilancio era di poche centinaia di milioni di lire. Un’enormità che confermava però quale fosse l’entità della “rapina” perpetrata.
Quello delle Guarentigie non era però un trattato accettato dalle due parti, era una legge unilaterale del governo sabaudo: i Papi mai la riconobbero né vollero accettare un centesimo di quella somma vistosa. Per le necessità economiche della Santa Sede preferirono affidarsi alla carità dei fedeli, istituendo l’Obolo di San Pietro.
Solo quasi sei decenni dopo, nel 1929, si giunse ai Patti Lateranensi, che comprendevano un Concordato e un Trattato che regolava anche i rapporti finanziari. Il Trattato ristabiliva il principio di quel “rimborso” per la confisca dello Stato Pontificio e dei beni ecclesiastici che lo stesso governo italiano del 1870 aveva giudicato necessario. Si stabilí cosí che l’Italia avrebbe versato 750 milioni in contanti e che si sarebbe accollata alcuni oneri come quello di uno stipendio ai sacerdoti “in cura d’anime”. Quello stipendio, in parte era fondato sui crediti che la Chiesa vantava verso lo Stato italiano, in parte derivava dalle nuove funzioni pubbliche – come la celebrazione e la registrazione dei matrimoni con rito religioso, aventi però anche validità civile che i Patti attribuivano alla Chiesa. Dunque, le concessioni economiche del 1929, motivo di tanto scandalo per la polemica anticlericale, non erano un “regalo”, il frutto di qualche favore “costantiniano”, ma la copertura (seppure, solo parziale) di un debito determinato dalle spoliazioni del XIX secolo.
È in questa prospettiva storica che andrebbe giudicata la recente revisione dei Patti Lateranensi ad opera del governo non di un democristiano ma di un socialista come Bettino Craxi. In quella revisione, tra l’altro, si supera il concetto, pur del tutto legittimo alla luce del diritto internazionale, di “rimborso” e si instaura quello della contribuzione volontaria della quale lo Stato si limita a fare da esattore. Il famoso “otto per mille”, dunque, va inquadrato in una piú che secolare vicenda della storia italiana. Ma, questa, chi la conosce piú?
Ma si: proviamo a venderli – a beneficio, che so?, dei poveri negretti – i tesori del Vaticano. Cominciamo, per esempio, dalla Pietà di Michelangelo che è in San Pietro. lí prezzo d’asta, stando a chi ha provato ad azzardare una valutazione, non potrebbe essere inferiore al miliardo di dollari. Solo un consorzio di banche o di multinazionali americane o giapponesi potrebbe permettersi un simile acquisto. Come primo risultato, quel capolavoro eccelso lascerebbe di certo l’Italia. E poi, quell’opera che è ora esposta, gratis, all’emozione di tutti, cadrebbe sotto l’arbitrio di un padrone privato – società o collezionista straricco – che potrebbe anche decidere di tenere per sé, vietandola alla vista di altri, tanta bellezza. Bellezza, poi, che – cessando di dar gloria a Dio in San Pietro – darebbe gloria, in qualche bunker blindato, al potere della finanza, cioè a ciò che la Scrittura chiama “Mammona”. Il mondo avrebbe, forse, un ospedale in piú nel Terzo Mondo: ma sarebbe davvero piú ricco e piú umano»?

Vittorio Messori, Pensare la storia, San Paolo, Milano 1992, pp. 548-551.

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Perché la Chiesa che è cosí ricca non destina tutti i suoi beni per aiutare i poveri?

Questo è uno dei tanti luoghi comuni che si colgono piú spesso fra quelle persone che non sembrano manifestare una spiccata propensione alla razionalità, quanto piuttosto alla facile demagogia. La domanda parte da un postulato, ossia da una cosa che viene data per scontata e che non necessiterebbe di dimostrazione alcuna.
Nella realtà di quale ricchezza si tratta? C’è perfino chi asserisce che se la Chiesa vendesse tutti i suoi beni e li distribuisse ai bisognosi la povertà sparirebbe dal mondo. Ammesso – e non concesso – che si tratti di beni interamente commerciabili le cifre in gioco non consentirebbero minimamente la risoluzione dei problemi sociali della sola Italia e tutto questo al prezzo dello smantellamento pressoché totale di tutta la vita ecclesiale.
Chi proferisce simili enormità, ampiamente propalate dai movimenti atei, materialistici e massonici, oltre che dimostrarsi privo della piú elementare nozione circa le reali proporzioni del problema, dimentica alcuni principi fondamentali: la Chiesa, come ogni altra istituzione, ha il diritto nativo di dotarsi di tutti i mezzi necessari allo svolgimento della sua missione, perciò non solo può ma deve possedere beni mobili e immobili ed ogni altro mezzo necessario alla sua vita e alla sua missione. La comunità ecclesiale, qualsiasi comunità, piccola o grande, ha una dimensione che non è solo spirituale ma anche fisica e sociale e perciò necessità di spazi di aggregazione, edifici, strutture di governo, mezzi assistenziali e caritativi di ogni genere, in tutti i settori, inclusi quelli della cultura e dell’arte che spesso sono fra i piú appariscenti. Ogni organismo se vuole svolgere una missione deve garantire anche il proprio sostentamento, in caso contrario, la sua prima opera sarebbe anche l’ultima.
Spesso chi afferma tali spropositi lo fa per pura avversione ideologica oppure per gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica con l’intento di nascondere i problemi reali della società. La storia lo insegna ampiamente. Verso la fine dell’Ottocento il neonato regno d’Italia, in mano ad una classe politica massonica tanto liberale di facciata quanto violenta e anticlericale nella sostanza, spalleggiata soprattutto dalla monarchia britannica, emanò leggi oppressive che privarono la Chiesa Cattolica e gli ordini religiosi di un’ampia porzione dei beni immobili, delle rendite e dei relativi patrimoni mobiliari, per tacere delle opere d’arte e di intere biblioteche e archivi. Il governo sabaudo giustificò tale politica con intenti sociali che in realtà non vennero minimamente perseguiti. Solo pochi, privilegiati dalla politica, accumularono enormi fortune mentre i poveri soffrirono la fame come e peggio di prima, considerando che la Chiesa garantiva quelle attività caritative che lo Stato sabaudo nemmeno era capace di organizzare e sostenere. Per avere un’idea dell’immensa truffa ordita dalla monarchia sabauda ai danni non solo della Chiesa ma di tutta l’Italia basti leggere lo studio di PELLICCIARI A., Il risorgimento anticattolico, Piemme, Casale Monferrato 2004.
È importante semmai dissipare il fumo e riflettere sugli investimenti globali nel settore degli armamenti. Non solo, vogliamo puntare il dito sulla piaga delle spese militari assurde di cui si fanno carico perfino i paesi in via di sviluppo? Si pensi alle multinazionali e alle corporation del settore alimentare e farmaceutico (ma non solo) che adottano politiche economiche aggressive, realmente criminali, e che mettono in ginocchio intere fasce sociali nei paesi piú poveri. Si pensi alle politiche monetarie internazionali, agli investimenti strategici che sconvolgono interi mercati continentali creando milioni di poveri! Perché i mercati economici cosiddetti “equo-solidali” non riescono a decollare e devono accontentarsi per lo piú di sopravvivere? Non certo a causa del patrimonio immobiliare della Chiesa ma a causa di sistemi economici e politici nazionali ed internazionali iniqui che affamano popoli interi. Nel mondo operano centinaia, migliaia di corporation, spesso piú potenti di interi stati nazionali, che operano al di là di qualsiasi legge e che decidono delle sorti di interi paesi senza che nessuno, nemmeno i piú grandi organismi internazionali, possano e vogliano farci alcunché. Il continente africano, insieme ad ampie porzioni dell’Asia, è insanguinato da conflitti atroci e genocidi (basti pensare, per esempio, al Rwanda e al Sudan) a causa di una politica irriducibilmente neocoloniale sostenuta da pochi paesi egemoni del cosiddetto “primo mondo”.
Vogliamo parlare poi dei nuovi crimini innominabili che un’industria dell’ingegneria genetica, sempre piú ricca e potente, vorrebbe giustificare in nome del progresso? Chi denuncia i progetti di clonazione umana, i progetti “chimera” e ogni altra forma di sfruttamento del “materiale umano”, che invece si vorrebbe vedere liberalizzati da politiche nazionali sempre piú spregiudicate e compiacenti? La verità è che la Chiesa cattolica dà fastidio, soprattutto ad un’economia rampante che vorrebbe avere mano libera sulle coscienze oltre che sulle tasche delle persone. Quale autorità politica nazionale e internazionale si oppone davvero alla nuova tratta degli schiavi che vede profughi e disperati fra le prime vittime? Quante donne (e quanti bambini) vengono avviate, fra innumerevoli complicità politiche ed economiche, al mercato della prostituzione, della pornografia e del trapianto degli organi?
Ecco le verità scottanti che molti critici loquaci e malpensanti non vedono e non vogliono vedere. Per rispondere con una battuta realistica ad una domanda surreale, se la Chiesa riuscisse a vendere tutti i suoi beni e ne distribuisse il ricavato a tutti i poveri del mondo avrebbero per un giorno un piatto di minestra e poi potrebbero recitare davvero la loro ultima preghiera.

Il Cappellano

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Perché i preti non possono sposarsi? Molti preti hanno l’amica.

1. La Divina Rivelazione non lega le due realtà del sacerdozio e del celibato in modo essenziale ed impositivo.
La Chiesa orientale cattolica continua a ordinare sacerdoti uomini sposati. Tuttavia anch’essa tiene il celibato in grande onore: lo richiede per l’episcopato e numerosi presbiteri lo scelgono liberamente.
Nella Chiesa latina la stima per il celibato poco per volta crebbe a tal punto che dal secolo IV è praticamente connesso con il sacerdozio.
Scrive il biblista Ignace de la Potterie: “C’è un accordo generale tra gli studiosi per dire che l’obbligo del celibato o almeno della continenza è diventato legge canonica fin dal IV secolo…
Ma è importante osservare che i legislatori del IV o V secolo affermavano che questa disposizione canonica era fondata su una tradizione apostolica. Diceva per esempio il Concilio di Cartagine (del 390): Conviene che quelli che sono al servizio dei divini misteri siano perfettamente continenti affinché ciò che hanno insegnato gli apostoli e ha mantenuto l’antichità stessa, lo osserviamo anche noi” (I. De La Potterie, Il fondamento biblico del celibato sacerdotale, in Solo per amore. Riflessioni sul celibato sacerdotale, pp. 14-13).
2. Il Concilio Vaticano II ha mantenuto questa prassi perché c’è uno stretto legame tra celibato e Regno di Dio: il celibato è un segno che annuncia in modo radioso il Regno di Dio, un inizio di vita nuova, al cui servizio il ministro della Chiesa viene consacrato (Presbyterorum ordinis 16).
3. Le motivazioni teologiche che si portano a favore del celibato sono le seguenti:
– l’ordine sacro imprime nel fedele un sigillo (carattere) che trasforma ontologicamente il sacerdote, lo conforma a Cristo e instaura una particolare relazione con lui. Il sacerdote è a disposizione totale di Cristo, gli appartiene. “Ne costituì Dodici che stessero con lui” (Mc 3,14).
– tenendo presente il particolare posto che il sacerdozio occupa nella Chiesa, sembra del tutto coerente che colui che rappresenta Cristo Sacerdote che si offre al Padre per dare la vita per la Chiesa, ripeta anche la condizione celibataria di Cristo. Il sacerdote pertanto vive per la Chiesa, facendo di se stesso un’offerta viva a Dio per i propri fedeli.
– è conveniente che il sacerdote, che predica con autorità il Vangelo, sia anche il primo farne proprie le indicazioni esistenziali più radicali. Come potrebbe il sacerdote esortare gli altri a lasciare tutto per seguire Cristo povero, casto e obbediente se lui per primo non ne desse testimonianza?
– vi sono infine altre motivazioni derivate, come la maggiore disponibilità per i fratelli, la maggiore libertà d’azione e la dedizione totale a Dio tipica delle persone che vivono nella verginità. Dice San Paolo: “Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore” (1 Cor 7,32) e stare “uniti al Signore senza distrazioni” (1 Cor 7,35).
4. Benedetto XVI, il 22-12-2006, in occasione degli auguri natalizi alla Curia romana ha espresso così il suo pensiero a favore del celibato sacerdotale:
“Paolo chiama Timoteo – e in lui il vescovo e, in genere, il sacerdote uomo di Dio (1 Tm 6,11). È questo il compito centrale del sacerdote: portare Dio agli uomini. Certamente può farlo soltanto se egli stesso viene da Dio, se vive con e da Dio. Ciò è espresso meravigliosamente in un versetto di un salmo sacerdotale che noi – la vecchia generazione – abbiamo pronunciato durante l’ammissione allo stato chiericale: «Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita» (Sal 16,5). …
Dopo la presa di possesso della Terra ogni tribù ottiene per mezzo del sorteggio la sua porzione della Terra Santa e con ciò prende parte al dono promesso al capostipite Abramo. Solo la tribù di Levi (che è la tribù sacerdotale) non riceve alcun terreno: la sua terra è Dio stesso. Questa affermazione aveva certamente un significato del tutto pratico. I sacerdoti non vivevano, come le altre tribù, della coltivazione della terra, ma delle offerte. Tuttavia, l’affermazione va più in profondità. Il vero fondamento della vita del sacerdote, il suolo della sua esistenza, la terra della sua vita è Dio stesso.
La Chiesa, in questa interpretazione anticotestamentaria dell’esistenza ha visto con ragione la spiegazione di ciò che significa la missione sacerdotale nella sequela degli apostoli, nella comunione con Gesù stesso. Il sacerdote può e deve dire anche oggi con il levita: «Dominus pars hereditatis meae et calicis mei» (Il Signore è la mia porzione di eredità e il mio calice). Dio stesso è la mia parte di terra, il fondamento esterno ed interno della mia esistenza.
… Il sacerdote deve veramente conoscere Dio dal di dentro e portarlo così agli uomini: è questo il servizio prioritario di cui l’umanità di oggi ha bisogno. Se in una vita sacerdotale si perde questa centralità di Dio, si svuota passo passo anche lo zelo dell’agire. Nell’eccesso delle cose esterne manca il centro che dà senso a tutto e lo riconduce all’unità. Lì manca il fondamento della vita, la «terra», sulla quale tutto questo può stare e prosperare.
… Non può significare il rimanere privi di amore, ma deve significare il lasciarsi prendere dalla passione per Dio, ed imparare poi grazie ad un più intimo stare con Lui a servire pure gli uomini”.
E poi, non è un po’ ipocrita questo interessamento sullo stato del sacerdote? Perché non interessarsi delle sue entrare, modestissime, se non inesistenti? Dello stato dei muri della sua parrocchia? Dei poveri della sua parrocchia?
Siamo onesti: se per ipotesi i nostri sacerdoti potessero sposarsi, chi pone queste e altre domande si metterebbe, per questo, a frequentare i Sacramenti? In altre parole, diventerebbe credente e praticante? Credo di no. In fatto di povertà molti criticherebbero i preti ancora di più, perché i preti dovrebbero mantenere anche mogli e figli!
Molti preti hanno l’amica? Rifiuteresti l’aiuto di un avvocato perché la sua vita privata lascia a desiderare? Errare è umano.
La loro missione è superiore alle loro debolezze umane.

Amici Domenicani / Gianni Romolotti

Vi prego di leggere anche l’articolo di don Fabio che completa e impreziosisce questo articolo

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Io sono credente ma non mi vanno i preti!

“Vi ho scelto di mezzo al mondo, perché andiate e portiate frutto e il vostro sia duraturo” (Giovanni 15,16).

Un credente dovrebbe leggere e credere nei Vangeli: ci sono tutte le risposte, anche su questo punto.
Pensiamo a Pietro e alla missione che Gesù gli ha affidato. “Su questa pietra…”. I preti dunque non si sono costituiti da soli, ma li ha costituiti lo stesso fondatore del Cristianesimo, Gesù, il quale ha dato loro il potere di celebrare l’Eucaristia, il compito di rimettere i peccati e di portare in tutti gli angoli della terra la sua parola.
Se uno si definisce credente e non gli vanno i preti, è affar suo; ma deve riconoscere, onestamente, di non essere credente. Che razza di credente è se non legge e non ascolta la Parola del suo Dio? E se ritiene di poter interpretare a suo piacimento o riduttivamente le Sacre Scritture senza il magistero della Chiesa, è padronissimo di farlo; ma deve rendersi conto che è protestante, non cattolico.
Dice: ma io vado in chiesa e parlo direttamente con Dio. Risposta: ancora una volta credi di essere credente, ma non lo sei. Infatti questo è l’atteggiamento di chi vuole eliminare la mediazione della Chiesa. Il protestantesimo è l’eliminazione di tutte le mediazioni: il magistero della Chiesa, il Papa, la mediazione materna di Maria che vene sminuita e la mediazione dei Sacramenti.
In sintesi: la Scrittura me la interpreto io, me la vedo direttamente con Dio, non ho bisogno di confessarmi.
Spesso la verità è un’altra. Molti di noi hanno avuto esperienze negative in confessionale. Nulla di irreparabile: l’ambito delle miserie sacerdotali è piuttosto ampio; sbagliano anche loro come tutti. Possiamo cambiare sacerdote semmai. Anzi possiamo anche aiutarlo indicandogli dove non siamo d’accordo e, assieme, trovare una soluzione.
Gianni Romolotti

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