Come muore un santo – Tommaso d’Aquino

tommaso aquinoVisitando la stanza di san Tommaso, si sono incontrate delle iscrizioni che narrano sufficientemente gli ultimi momenti della sua vita; non dicono tuttavia come il santo sia potuto approdare a Fossanova, l’esemplarità del suo contegno nei pochi giorni che vi è stato ospite, l’affettuoso amore di cui l’hanno circondato i monaci, la morte santa che lo ha colto fra queste mura, la sorte dei suoi resti mortali. Sembra doveroso farlo ora, a complemento di quanto già detto nella parte storica di questo lavoro e a chiusura di questa guida la quale rimarrebbe lacunosa se non dedicasse di proposito due parole a chi più di ogni altro ha onorato il monastero con la sua presenza, già allora tanto significativa, ambita e preziosa.

È risaputo infatti che, tra le personalità geniali che onorano l’umanità, un posto non secondario l’occupa san Tommaso d’Aquino, filosofo tra i più grandi di tutti i tempi, non meno che teologo illustre della Chiesa di Dio. Conoscitore profondo di tutto lo scibile del suo tempo, particolarmente della dottrina aristotelica, era capace – per la portentosa memoria che gli consentiva di ritenere quanto leggeva – di assimilare, arricchire del suo, sintetizzare ed esporre con estrema chiarezza ogni materia; e tanta capacità egli l’attribuiva con sincera umiltà ad una grazia del Signore. Quest’uomo a cui dovevano tanto le università di Parigi e di Napoli per avervi egli insegnato e a cui deve tutt’ora l’umanità, ha legato il suo nome anche all’abbazia di Fossanova, dove ha trascorso  gli ultimi giorni della sua vita e trovato riposo per 75 anni.

Egli vi si recò ai primi di febbraio del 1274 per una sosta quasi forzata mentre, chiamato dal papa Gregorio X, si portava a Lione col suo segretario, fra Reginaldo da Piperno a presenziare, arricchire ed animare con la sua sapienza le discussioni teologiche e i tentativi che vi si facevano allo scopo di riavvicinare la chiesa greca a quella di Roma. Purtroppo non poté raggiungere quella sede, perché durante il viaggio – era partito da Salerno cavalcando una mula verso la fine di gennaio – si accentuò il male di cui già soffriva, per aver sbattuto la testa ad una albero che era caduto sulla via Casilina, e fu costretto a sostare presso la nipote Francesca nel castello di Maenza, dopo aver imboccato la Marittima da Ceccano. Presso la nipote, nonostante le cura amorevoli, rimase solo pochi giorni perché, raggiunto da un invito dell’abate di Fossanova a recarsi in quel monastero, vi andò col suo segretario, forse nel desiderio di voler trascorrere fra i religiosi gli ultimi giorni presentiti della sua esistenza. In quel monastero era passato già altre volte; ce ne persuade il fatto che l’abbazia era sotto il patronato dei conti dei Ceccano a lui imparentati, ma anche la vicinanza alla nipote Francesca d’Aquino, signora di Maenza, e il rapporto cordiale col suo segretario che era di quelle parti. Aveva appena toccato la soglia del monastero quando, con comprensibile presentimento, rivolse a fra Reginaldo queste testuali parole: “haec requies mea in saeculum saeculi; hic habitabo quotiamo elegi eam” – questo è il luogo del mio riposo per sempre; vi abiterò perché l’ho scelto.

Lieti di tanto ospite, l’abate e i confratelli lo accolsero con vera gioia e lo sistemarono nella stanza dell’abate. Un vero appartamento dove la camera era preceduta da una piccola cucina, seguita da un’altra cameretta per il riposo notturno. I Cistercensi facevano a gara nel prodigargli le cure e rifornire di legna il locale per il necessario riscaldamento. Purtroppo il suo male si aggravava ed i monaci, desiderosi di ascoltare la sua preziosa parola prima che fosse troppo tardi, lo pregarono di farlo. “Datemi la sapienza del vostro san Bernardo”, rispose san Tommaso schermandosi; ma poi cedette facendosi portare la Bibbia, dove – aperta – trovò per caso il Cantico dei Cantici. I monaci lo ascoltarono con attenzione, mentre egli, illuminato da un raggio della sapienza divina, dava la spiegazione allegorica di quel sacro testo. Conoscendo la dottrina e la sapienza del santo, vien da pensare che sia stato un vero peccato che di quel commento non siano rimaste tracce. Erano le ultime parole del suo insegnamento, perché la mattina del 7 marzo, avvertendo vicina la morte, pregò fra Reginaldo do ascoltare la sua ultima confessione, dopo di che si avvicinò l’abate del monastero con l’olio degli infermi gli recò anche Gesù sacramentato; l’Angelico ricevette questi sacramenti, prostrato in ginocchio sul nudo pavimento, con devozione e fede profonda.

Di questa fede nella presenza di Gesù Eucarestia san Tommaso volle fare professione pubblica proprio in quel momento, aggiungendo con vero spirito di umiltà e di obbedienza alla Santa Chiesa, nel caso avesse scritto cose difformi dall’insegnamento della stessa, queste parole: “Totum relinquo correctioni Sanctae Romanae Ecclesiae” (rimetto tutto alla correzione della Santa Romana Chiesa). Conservava in quei momenti piena conoscenza, tanto che poteva seguire le preghiere e rispondere ai formulari dei riti che si svolgevano intorno a lui; così, con una morte santa, consumò la sua vita, spegnendosi la mattina del 7 marzo 1274.

Alcuni biografi, in particolare Guglielmo Di Tocco, narrano che l’ora della morte del santo sia stata accompagnata da segni prodigiosi; dicono che un monaco, sognando una stella che accompagnava da altre due saliva in cielo dal monastero, si svegliò proprio nel momento in cui le campane annunziavano il decesso del santo. Un altro religioso domenicano dimorante a Napoli, in una visione immaginaria, vide l’apostolo san Paolo entrare repentinamente nell’aula dove Tommaso teneva lezione; l’Aquinate, andandogli incontro, lo interpellò per sincerarsi se avesse ben capito le sue epistole; san Paolo gli rispose affermativamente, poi lo condusse con sé in paradiso. Sempre Guglielmo Di Tocco suo primo biografo, narra che il vice-priore del monastero, nonostante la sua cecità, raggiunse il corpo esanime dell’illustre maestro, lo toccò e riebbe subito la vista. I suoi funerali richiamarono nell’abbazia, oltre il vescovo di Terracina, tanti altri nobili specialmente dalla Campania. Per la circostanza – narra ancora Guglielmo Di Tocco – si mosse anche la nipote donna Francesca di Maenza la quale, non potendo entrare nella clausura, pregò l’abate di far portare il corpo all’entrata del monastero.In quel momento, la mula che san Tommaso aveva cavalcato da Salerno, uditi i lamenti, si mosse dalla stalla e, rotti i finimenti, raggiunse i feretro, si inginocchiò e morì sul posto.

Intanto la salma di Tommaso fu portata in chiesa per le esequie, dopo le quali venne tumulata nella stessa davanti l’altare maggiore. Alla fine della sepoltura fra Reginaldo, prendendo la parola, testimoniò pubblicamente di averlo trovato sempre puro come un fanciullo di 5 anni. Sette mesi dopo la morte, il corpo venne portato entro la clausura, nella cappella si santo Stefano dove l’abate, sollecitato dai parenti che temevano eventuali trafugamenti da parte dei confratelli Domenicani, pensava che fosse più sicuro. Qui rimase sette anni, dopo i quali l’abate Pietro di Monte San Giovanni fece di nuovo esumare la salma, trovandola intatta ed odorosa; poi la fece sistemare in un sepolcro marmoreo a sinistra dell’altare maggiore, dopo essere ammonito in una visione che sarebbe stato castigato da Dio, se l’avesse lasciata ancora nascosta in quella cappella e quindi privata della dovuta venerazione dei fedeli.

La sorella di Tommaso intanto, Teodora contessa di San Severino, aveva chiesto all’abate la mano destra del santo; l’abate volle soddisfarla ed amputò dal corpo riesumato, odoroso ed integro come nella prima esumazione, la detta mano che la sorella riceve con tanta riverenza per riporla nella cappella del suo castello a San Severino insieme ad altre reliquie: ciò avvenne 14 anni dopo il pio transito. È probabile che proprio dopo questi anni sia stata amputata la testa a san Tommaso e da fra Pietro di Monte San Giovanni riposta nella sacrestia, nella speranza sempre che, perdendo il corpo, almeno la testa potesse rimanere nell’abbazia. Ma, non sicuri neppure così di poterla conservare, fu portata nel 1303 nella chiesa di San Benedetto a Priverno, dove allora risiedeva l’abate, e lì custodita fino al momento della sua traslazione a Tolosa. Sappiamo inoltre da uno Statuto del Capitolo Generale dell’Ordine Cistercense tenuto nel 1329, che anche un braccio del santo fu ceduto ai Padri Domenicani ad esaudimento delle loro richieste per aver almeno qualche reliquia del loro confratello: “… hinc est quod generale Capitulum ordinat et statuit et deffinit quod de beato Thoma de Aquino Ordinis Praedicatorum, septimo die mensis martii fiat festumduodecim lectionum … et quoniam fratres dicti Ordinis aliquas reliquias de suo corpore sacratissimo petunt, Generale Capitulum eisdem gratiose annuens brachium a cubito usque ad manum duxit favorabiliter concedendum” (Sta.Ordinis Cistercensis, 1329). Intanto il sacro corpo, riposto in un’urna d’argento, continuò ad attirare molti pellegrini nell’abbazia, dove la devozione dell’Angelico si ravvivò ancor più quando, nel 1323, il papa Giovanni XXII la canonizzò in Avignone. Tuttavia non passò molto tempo che anche il corpo del santo fu trasportato prima, nel 1349 a Fondi – dove sembrava più sicuro – da Onorato Caetani, forse con il consenso dell’abate, e poi – dopo che a Montefiascone il 4 agosto 1368 la testa portata da Priverno era stata raggiunta al resto del corpo – a Tolosa in Francia il 28 gennaio 1369 nella chiesa dei Padri Domenicani per disposizione del papa Urbano V, al quale era stato richiesto con insistenza. Potrebbe interessare a questo punto la notizia di un certo fra Giovanni Viele, priore dell’abbazia, il quale divulgò che il 28 dicembre del 1585 la testa dell’Angelico era stata ritrovata a Fossanova dopo che un monaco, fra Giovanni da Presenzano, nel 1368 – anno del trasferimento del corpo a Tolosa – l’aveva segretamente nascosta insieme ad altre reliquie (ampolla col sangue e grasso del santo) in due diverse parti della parete corale della chiesa, ponendone una falsa in un’urna. Successivamente fra Giovanni Viele ripose la rinvenuta testa in una cassetta di legno e la conservò nella sacrestia, dove vennero a venerarla prelati di passaggio e lo stesso Benedetto XIII tra il 1725 e il 1729. Le altre reliquie furono rinvenute dall’abate Pier Martini nel 1772 e, insieme alla testa furono trasferite alla Cattedrale di Priverno, al tempo della invasione napoleonica, dove erano più sicure e dove sono custodite tuttora. Nonostante queste vicende, non si ha certezza storica di esse, né i tentativi fatti per dimostrarne l’autenticità sono riusciti all’intento. La vicenda infatti difficilmente si concilia con l’altra della testa che, antecedentemente allo scambio di cui parla fra Giovanni Viele, cioè nei primi anni del 1300, era stata già staccata dal corpo del santo, posta in un’urna d’oro e custodita nella chiesa di San Benedetto a Priverno, fino a quando non fu trasportata a Tolosa (1369) per ordine del papa Urbano V. Forse la nostalgia della passata grandezza del monastero e il desiderio di ridare ad esso qualche nuova risonanza ha spinto il religioso a divulgare quella nota. A tanta incertezza fa riscontro il ricordato e sicuro trasferimento delle reliquie di San Tommaso a Tolosa. Qui, dalla chiesa dei Padri Domenicani, detta des Jacobins, il corpo fu riposto per maggiore sicurezza in quella di San Sernin, durante la rivoluzione francese e della soppressione degli ordini religiosi; ma nel 1974, VII centenario della morte del santo, è stato restituito al Palmier des Jacobins, chiesa a due navate non più appartenente ai Padri Domenicani, che si sono trasferiti nel nuovo convento di St.Thomas d’Aquin, Impasse Lacordaire, 31078.Oggi, nonostante la perdita del corpo, sia Fossanova che Priverno ricordano con viva memoria san Tommaso d’Aquino, del quale celebrano la festa ancora il 7 marzo, giorno del transito, portandone in processione la testa che solo accurate ricerche storiche potranno stabilire se sia la vera rispetto a quella di Tolosa. La vicenda della testa è la riprova di quanto fossero contese le di lui reliquie, considerate prezioso tesoro; e ciò non solo per l’ammirazione suscitata dalla sua poderosa sapienza, ma anche per l’amore sincero di quanti vedevano in lui, oltre che l’uomo sapiente, l’umile servo di Dio capace di parlare allora come oggi, con l’esempio sublime delle eroiche virtù. Anche queste sono le ragioni che muovono schiere di visitatori verso l’abbazia di Fossanova; fra le sue mura infatti, baciate dal santo, palpita ancora la presenza ed aleggia la santità di uno degli uomini più eminenti no solo della Chiesa, ma di tutta la cultura occidentale. La storia dell’Angelico, nei suoi rapporti con Fossanova, è stata firmata da un anonimo scrittore della parete sinistra della cappella del santo, in una lunga iscrizione murale do non facile lettura; ci piace riportarla per intero, nella sua più probabile decifrazione accolta anche da altri, perché nonostante l’incompletezza e l’oscurità delle ultime parole, illustra bene l’altorilievo beniniano cui si è accennato.

DIVUS THOMAS CUM IN COENOBIO, CISTERSENSIS FOSSAE NOVAE, PROPE/ AMASENUM CAMPANIAE FLUVIUM, FRACTA EX CONTINUIS STUDIJS STOMACHI VIRTUTE DECUMBERET ROGATUS/ A MONACHIS, QUI LECTULO QIUS ADSISTEBANT UT CANTICUM SALOMONIS AD IMITATIONEM SENSUS AC SIRITUS DIVI/ BERNARDI, SED LONGE BREVIUS EXPLICARET, RECUSAVIT INQUIENS: DATE MIHI SPIRITUM BERNARDI ET EGO/ VOBIS EXPOSITIONEM SPIRANTEM BERNARDI SPIRITUM EXHIBEBO, VERUM CUM ILLI ADHUC ENIXIUS EFF/ LAGITARENT UT SALTEM DE PROPRIO DENSU BREVEM CANTICORUM EXPLANATIONEM DEPROMERET, ACCERSITIS AD/ SE NONNULLIS MONACHIS, QUI EX EIUS ORE VERBA DESCRIBENTES EXCIPERENT EXORSUS EST SECUNDUM IN CAN/ TICA ENARRATIONEM, STILO ET ERUDITIONE A PRIORE IN EUNDEM LIBRUM EXPOSITIONE DIVERSAM VELUTI TEMPUS/ ILLUD ET PRAECES MONACHORUM ET EGRITUDINIS POSTULABAT OCCASIO, SCRIBENS NON QUOD ARS, SED QUOD SINCERA/ PIETAS, ET ANIMUS, IAMIAM AD FUTURAM IMMORTALITATEM PROPERANS ENUCLEAVIT. IN … EXPLANATIONE/ CUM USQUE AD SEXTUM LIBRI CAPUT EXPONENDO PERVENISSET EAQUE VERBA EIUSDEM CAPITIS, QUE…/ HEMENTI SPIRITUS ARDORE, ET SUMMA NACTUS ALACRITATE, ERECTIS IN COELUM PROFERRET: VENI…/ INGREDIAMUR IN HORTUM REPENTE AMISIT ANIMAM… DE MORTALI CORPORE EGRESSAM IN HORTUM SEMPITERNE FELICITATIS AD…/ IBUS VITE DIEBUS EXPETITUM ET POSTREMIS VITE VOCIBUS EVOC…/ ANNO XLIIII AETATIS SUAE A CHRISTO VERO NATIVITATE MCCLXX…/ VERO EXPOSITIONIS USQUE IN FINEM LIBRI STUDIOSUS QUIDAM RELIGIOSUS… CISTERCENSIS ADIECITI IN… DIVINO SPIRITU.

San Tommaso, dimorando nel cenobio cistercense di Fossanova presso l’Amaseno, fiume della Campania, dopo che si era indebolita la forza del suo stomaco per gli studi continui, fu pregato dai monaci presenti al suo capezzale che spiegasse loro il cantico di Salomone secondo il senso e lo spirito di san Bernardo, ma in un modo più breve; egli però si rifiutò dicendo: datemi lo spirito di san Bernardo ed io vi darò la spiegazione che riflette il suo animo. Ma essi pregandolo ancora più insistentemente perché almeno secondo la propria mente desse una breve spiegazione dei Cantici, fatti venire a sé alcuni monaci perché ascoltassero e scrivessero le parole che uscivano dalla sua bocca, incominciò la seconda esposizione del Cantico, diversa nello stile e nell’erudizione dalla prima esposizione nello stesso libro, come richiedeva il tempo, le preghiere dei monaci e la circostanza della malattia, scrivendo non ciò che l’arte, ma ciò che sinceramente il pio animo. Che ormai si avvicinava alla futura immortalità, suggeriva … Nel dare la spiegazione, essendo arrivato fino al sesto capitolo del libro, e pronunciando con gli occhi rivolti al cielo quelle parole dello stesso capitolo, nelle quali si era imbattuto con veemente ardore dello spirito e con somma gioia: “Vieni … entriamo nell’orto”, subito esalò l’anima … (la quale) uscì dal corpo mortale verso il giardino della felicità eterna … l’anno 44° della sua età e 127 [4°] dalla nascita di Cristo.

 Fonte: Abbazia di Fossanova

Per approfondimenti, leggere le Catechesi di Papa Benedetto XVI:

San Tommaso d’Aquino  (1)

San Tommaso d’Aquino  (2)

San Tommaso d’Aquino  (3)

Categorie: Cose da Santi... | Tag: , , | 2 commenti

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2 pensieri su “Come muore un santo – Tommaso d’Aquino

  1. 61Angeloextralarge

    Ovviamente sgraffigno… ;-)

    L’intervento della donna operata alla testa è andato tecnicamnete bene. Attendiamo.

  2. Mariella Santarelli

    Sia lodato r ringraziato ogni momento il santissimo e divinissimo sacramento

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