Nel nome del Padre

vater-sohn-springt-xs-iStock_000005012679Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa; lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. E voi mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei…   (Efes.  5,21-23)

Viviamo  in una “società senza padri”, come da qualche anno, non si stancano di ripetere psicologi e sociologi della famiglia. Mancano i padri, nel senso che mancano i maestri: vuoi perché non hanno  tempo, vuoi perché hanno trovato più comodo darsi alla latitanza, vuoi perché non sanno più cosa insegnare o perché molti padri si sono adeguati all’idea di non esserci più: preferiscono fare gli amiconi, i complici, i compagni di gioco.

Ve li ricordate i padri di qualche decennio fa, i nostri padri e i nostri nonni? Il loro semplice sguardo valeva più di mille discorsi. Il loro esserci, il loro tornare a casa era un atto domestico e formale allo stesso tempo. Se c’era papà tutto tornava al suo posto. E magari non erano padri esaltanti sul piano emotivo ed erano pieni di difetti, ma erano solidi perché fedeli al loro ruolo.

Il femminismo ideologico degli ultimi decenni, ha puntato all’omologazione dei sessi e alla eliminazione del concetto di ruolo: l’unica diversità tra l’uomo e la donna, si è detto, è quella genitale. Ogni altra differenza è frutto di condizionamenti culturali che devono essere rimossi. Non devono più esistere atteggiamenti paterni o materni in senso proprio, attitudini o sentimenti maschili o femminili: questo è il mantra che ossessivamente ci viene continuamente riproposto. L’ideologia oggi imperante lavora alla demolizione della figura paterna e del principio di autorità ad esso correlato. Il disagio giovanile è spesso il sintomo più evidente di questa “morte del Padre”. Quest’ultimo infatti ha il compito di sciogliere il nodo protettivo che lega la madre al bambino, spingendo il figlio a diventare intraprendente e ad aspirare all’autonomia.

Nel grande “bla bla” sull’uguaglianza dei sessi e sulla “correttezza politica” che dovrebbe regolarne le relazioni, non si è tenuto conto che il maschio ha una vocazione sacrificale da cui passa la sua realizzazione e la sua felicità. Il padre amoroso, infatti, è colui che non evita al figlio l’esperienza della croce e del sacrificio, ma ve l’accompagna, trasmettendogliene il significato. L’energia maschile, la sua passione e il suo slancio verso il mondo   e verso l’altro, deve attraversare l’esperienza del sacrificio per non ripiegare su se stessa e trasformarsi in egoismo ed aggressività. Il padre di famiglia  ha un compito preciso che non esercita in suo nome, ma in nome di un principio che lo trascende; in nome di una verità e di un benessere superiore che giustifica e rende accettabile l’autorità agli occhi di chi la subisce. Per questo chi comanda ha più doveri che diritti, più responsabilità che privilegi.

Lo scenario che esprime compiutamente la vocazione del padre, per ogni individuo e in ogni tempo, è l’evento che si produce sul Golgota: il Figlio che viene colpito nel nome del Padre. Il padre è colui che ti conduce alla ferita, che ti inizia al senso del dolore.

  • Il padre è colui che genera nel nome del Padre celeste,  e che in terra è chiamato a rappresentare.
  • Il padre è colui che custodisce come San Giuseppe, che protesse e custodì la Sacra Famiglia.
  • Il padre è colui che indica la libertà e una strada da percorrere, una vocazione da corrispondere.

Ma l’amore paterno è anche rimprovero e correzione, per questo è stata svilita la figura paterna, visto che queste sue prerogative sono state assunte dagli stati moderni. E non ha fine d’amore, ma di accrescimento del potere degli apparati burocratici che lo esercitano. Oggi alla fine di un lungo percorso storico, cominciato con la riforma Luterana, sfociato nella tarda modernità, l’essere umano meticolosamente amministrato da un potere superiore, di cui non conosce il volto, non è più amato; viene  corretto quando ormai è troppo tardi è la sua vita non è più una terra fertile in cui nessun padre lo ha condotto; per questo, senza saperlo reclama il Padre: in cielo e in terra! Solo un figlio a cui il padre ha reciso il cordone ombelicale che lo teneva legato alla madre, può diventare un uomo fertile, forte, capace di generare altra vita e diventare a sua volta padre.

“La relazione tra paternità ed esperienza religiosa, da cui la figura paterna trae la propria funzione ed efficacia, fa sì che l’eclissi del padre terreno, la sua perdita di senso socialmente riconosciuto, si accompagni ad un corrispondente indebolimento della figura del Padre divino nell’esperienza dell’uomo. Il rapporto tra padre e relazione con Dio è un dato confermato anche da precise ricerche sul campo. Se il padre non va in chiesa, solo un bambino su cinquanta frequenterà la chiesa da adulto, indipendentemente da quanto ci va la madre.”  (C. Risè)

(CCC da 369 – 370 – 2203 – 2236 – 2779)

Palmiro CLERICI

Minicatechesi per l’Anno della Fede

Categorie: ANNUS FIDEI, Matrimonio e famiglia, Minicatechesi | Tag: , , , , , , , , , , | 6 commenti

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6 pensieri su “Nel nome del Padre

  1. 61Angeloextralarge

    Me lo voglio leggere con calma, anche se dalla prima occhiata posso già dire che contiene delle grandi verità. Grazie, Karin!

  2. 61Angeloextralarge

    Mi succede di tutto e di pù… ma pare che succeda solo a me. Pazienza! ;-)

  3. L’ha ribloggato su radicimolesi.

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